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PIANETA POESIA E DINTORNI

In questa rubrica sono recensite le novità librarie di alcuni ospiti del pianeta Poesia e di Autori della nostra area operativa.





LE LETTURE DI LUCIA VISCONTI

Nota a La luna di Cézanne. Kairòs Napoli 2008 Autrice: Annalisa Macchia

L’ultimo libro in versi di Annalisa Macchia: La luna di Cézanne, scelto tra molti inediti per la nuova Collana Kairòs curata da Antonio Spagnuolo.
Il titolo del testo stuzzica: chi ricorda una luna dipinta da Cézanne?
Ci viene in aiuto la lirica eponima:
“ Una scacchiera di finestre chiuse./ Taglia di sghembo, un lucernario, / il livido triangolo del tetto./ Bianca, si riversa la luna,/ sul perimetro del letto/ dove, in diagolale, supino/ dorme un vecchio.
Coni di luce artificiale/moltiplicano cerchi sulla mano/ sul libro abbandonato./Spigoli vivi nel costato/ appena muove il petto.
Senz’anni, senza affanni,/una presenza lieve/ sfiora i capelli, il volto/dilavati.
Raccoglie, sospinge/traiettorie senza fine/ tra i quattro lati di un argenteo vetro” (pag. 65)
C’è senz’altro nell’autrice un influsso profondissimo dei tratti essenziali ridotti a figure geometriche e colori usati, per riprodurre la realtà dal grande pittore, indubbiamente nelle opere dell’ultimo Cézanne, ormai distaccato dal gruppo impressionista. ( L. Venturi, Cézanne, son art, son oeuvre, Paris 1936 .J. Rewald, Cézanne, sa vie, son oeuvre, son amitié pour Zola, Paris 1939)
Il temperamento classicista del pittore non poteva che reagire per istinto a quello che sembrava costituire il vero pericolo dell'impressionismo: la vanificazione della forma.
Cézanne, interessato essenzialmente alla struttura, non alle sensazioni soggettive che riteneva confuse, voltò le spalle all'Impressionismo. Sentiva di non poter cogliere la realtà delle cose senza una disposizione organica di linee che conferissero stabilità alle immagini. Si differenziava inoltre anche per l'uso del colore: gli impressionisti utilizzavano solo i sette colori dell'iride, egli molti di più ricavati da mescolanze personali, per rendere al meglio quella modulazione colorata che conferisce all'oggetto forza plastica e luce. Gli impressionisti tendevano a cogliere l'attimo, l'impressione di un momento. Cézanne non voleva limitarsi all'apparenza delle cose, ma conoscerle, comprendere la natura, secondo l'etimo della parola, cioè prenderla dentro di sé, secondo la logica del colore e metterla sulla tela.
Questa concezione si avvicina moltissimo alla stessa operazione dell’autrice: assumere in sé ciò che la circonda, approfondire ciò che già è in lei. Non sono soltanto sensazioni soggettive le sue, ma sostanze chiare, di variegato colore grazie alla modulazione permessa dall’uso molto ben manipolato della lingua.
“ Sembra d’oro la sabbia“ (pag.19) “Mai catturato/verdemare …. in cangianti ombreggiature/ … Così segreta ed intima la tinta/ dell’acqua attraversata/ da luccichio di sole/ dal buffo pizzicato di colori” (pag. 32). Inseguo il mio fantasma luminoso./ Pallido chiarore…/(Pag. 59). E via di seguito.
Altro aspetto della concretezza del dettato poetico: scarse aggettivazioni, originali e calzanti metafore, uso del lessico altamente lirico, ma sempre ancorato alla realtà. Anche quando sembra trattarsi di puro gioco linguistico.
“ Amo. Remo./ e tremo. Stremata/temo trame, petrolio/catrame tra me e te: OMBRA.
BRAMO/ ramati tramonti/ Tra monti ed onde / e d’onda in onda/
- A dondolare -/diamanti: /barbagli abbacinanti. / Abbracci-baci di amanti.” (pag. 36)
Il testo è composto da tre momenti:
 Il poemetto “Le forme del mare”  Haiku  La luna di Cézanne.
Sul poemetto ispirato al mare, condivido ciò che ne ha scritto con occhio lungo Christian de Masi in Recensione sulla collana”Le parole della Sybilla” Kairòs Ed. Napoli 2008 .
“Visioni, emozioni (…) tradotte subito, quasi si avesse paura ,che l’anima non riesca a trattenerle, in espressioni limpide, evocative, adamantine, eterne.”
In queste “eterne”, sta la visione della scrittrice: non ama fermarsi in affermazioni di culto religioso, (per sacro timore?) nonostante il suo “oltre” non sia poetico ma cristiano; questo ancora in parallelo con Cézanne. Nota la dichiarazione del pittore: “Anche in una mela si intravede Dio”.
Il mare, giocoso per lei bambina, arduo per l’extracomunitario,( è’ noto il tema sociale nella Macchia in La luna di Cézanne pag. 27;pag.48. “in “ I sogni del mattino”ETS Pisa 2005: Dall’altra parte della città e Il richiamo),magnificenza mai del tutto esplorata né posseduta: davvero ammaliata l’autrice, con forte desiderio di condivisione.

Gli Haiku, intermezzo del testo, rappresentano condensate espressioni liriche dalle caratteristiche tecniche della poesia giapponese (5+7+5sillabe): 12+12: Giorno e Notte.
Non si tratta sempre di poesia del tutto aderente alla filosofia del paese di origine - troppo lontano dal nostro sentire occidentale - Infatti, oltre allo sguardo appassionato sulla natura si sintetizzano con particolare sapienza problematiche attuali e toni scherzosi, tipici dell’ironia così connaturale alla scrittrice. “Busto a memoria/ imposto e posto in piazza/ Forza piccioni!” o “Chianti divino!/ Schianti Bacco chi adultera/ li-cor-di vino.
E il pensiero vola a “Chi c’è dentro di me”, lirica-chiosa della terza sezione:
“Chi c’è dentro di me/che scalpita e bisbiglia/all’orecchio le cose più pazze?/(…)
Perché /adorato monello/ di me, tua prigione/ti fai gioco/spavaldo?/
Ora volo con te nel tuo cielo./ Mi chiedo chi sia/laggiù sulla terra/quell’opaca figura/che un po’ ci assomiglia/e negli occhi smarriti/conserva un’ombra ancora/di meraviglia.”
< br> Anche con gli altri sette componimenti, come già è stato scritto, la Macchia mostra di essere uscita da “ La Stanza segreta” per consegnarsi ai lettori.
Dunque, usando la lingua con sottilissima perspicacia, a mo’ di tavolozza, ha dipinto la Luna, si potrebbe dire ‘a quattro mani’, con il pittore preferito.
Riporto inoltre volentieri una lirica inedita, che corona il tutto:
“…Cantava il mare.
Sì, cantava.
In danza impetuosa trascinata
ora sotto ora sopra
stretta nell’abbraccio senza respiro
in unico colore esplosi
i blu del mare il rosso dello scoglio…

Guarda. Siamo l’esile ingombro
sotto quel telo scolorito tirato sui volti.
Scoperti i piedi. Su quelli gli sguardi
della spiaggia, appena sbalorditi.
Ancora grida piange il mare
ma solo al suono di sirena
si riscuote qualcuno dal torpore…”
Lucia Visconti





LIBRI IN ARRIVO
letture scelte da Rosalba De Filippis


Pagina di libri presentati al Pianeta Poesia e altre letture


RECENSIONI

LORENZA ROCCO CARBONE, “CARA MATILDE”, Napoli, Kairos, 2008

Chi è Matilde Serao? La critica (per fare qualche esempio, Benedetto Croce e Francesco Flora, ma non solo) si è occupata molto a suo tempo di questa scrittrice e giornalista, arrivata a un passo dal premio Nobel nel 1926, Nobel negatole per le sue posizioni non allineate con il regime fascista. Poi, per buona parte del Novecento, la sua produzione è stata alquanto ignorata, forse in quanto confusa, a torto (complice il giudizio negativo di Renato Serra), con certa letteratura femminile di carattere commerciale che aveva fatto la fortuna di tante scrittrici di inizio secolo. Non è da tanto perciò che si è tornati a parlare con il necessario distacco di questo personaggio complesso, che ha bisogno di essere riscoperto e collocato correttamente all’interno del panorama culturale in cui ha operato.
Lorenza Rocco Carbone, nel suo “Cara Matilde”, si propone di tracciare innanzitutto un ritratto “interiore” della Serao, restituendolo, appunto, nella sua integrità, ad un chiarezza e a un nitore che forse certi interventi critici non erano in precedenza riusciti a fare. Mi riferisco, ad esempio, alla biografia di Anna Banti del 1965, che, pur avendo avuto il merito di prendere in esame il personaggio Serao, tende però a sottolineare ciò che Matilde “non” è, rispetto a ciò che invece “è,” evidenziando piuttosto un ritratto “esteriore” di questa figura di donna, impostasi nel panorama culturale a cavallo tra Ottocento e Novecento, per il suo indiscusso carisma e le sue doti di scrittrice e giornalista.
Matilde Serao si fa strada, secondo la Banti, nel mondo tutto maschile del giornalismo italiano, facendo leva sulle sue doti intellettuali, in quanto non altrettanto fortunata nel suo aspetto esteriore. In sostanza ne emerge una Matilde brava, perché brutta, che in quanto tale, ha potuto puntare sulla vivacità della sua intelligenza, ma ancora in parte subordinata al carisma del marito, Edoardo Scarfoglio, intellettuale quest'ultimo, nella prospettiva della Banti, compromesso in parte con certo sottobosco clientelare dell’Italia depretisiana e troppo “presente” nell'attività della moglie, fino a metterne in ombra le qualità peculiari. Pur nel rigore documentario dello studio della Banti, ne affiora una figura ancora poco distinta, priva di autonomia, dai contorni a volte troppo calcati, altre volte, invece forse esageratamente sfumati.
Dopo la Banti sono da ricordare altri i lavori critici su Matilde Serao, uno tra i più accurati, quello di Donatella Trotta (“ La via della penna e dell’ago”, Liguori editore, 2008), intorno alla sorprendente e troppo poco conosciuta attività editoriale di periodici locali, che al tempo ebbero a Napoli un grandissimo successo, lavoro da cui si viene a sapere tra l’altro, di una Matilde dalle grandi qualità manageriali, antesignana di quelle strategie di comunicazione e di fidelizzazione del pubblico, proprie del giornalismo contemporaneo. Una Serao, dunque, che cerca di emanciparsi dalla figura del marito con il quale aveva condiviso la fondazione de “Il Mattino”, ma in precedenza anche la redazione del “ Corriere di Napoli”e dal quale si distaccherà del tutto per fondare “Il Giorno”.
Lorenza Rocco Carbone, direttore della rassegna bimestrale "Silarus" , specialista nelle analisi della grandi figure femminili nella letteratura( Grazia Deledda, Natalia Ginzburg, Anna Maria Ortese, Elsa Morante, Eelonora Fonseca Pimentel),in questo libro, già nel tono intimo e sommesso del titolo, tende a restituire a Matilde la dignità di un ritratto dai contorni ben delineati, in ultima analisi femminile, di donna forte, così come la stessa etimologia del nome suggerisce, che si muove nell’impaccio della sua gonna esclamando “mannaggia a chesta!” , con determinata pazienza . Laddove per pazienza, come si evince dal monologo che conchiude, raccoglie, comprende e, in un certo senso, amorevolmente custodisce le notizie sulla vita di Matilde, insieme alla dedica alle donne posta in apertura del libro, si intende soprattutto una forma di vigore, appunto, tutto resistenziale. Perché “Donna” Matilde fu molto femminile nel suo muoversi all’interno del mondo, fu “domina”, “domna”, padrona, dotata di una capacità di “patire”, che nulla ha a che vedere con la passività e la rinuncia, attestandosi piuttosto sul piano dell’attesa, della paziente attesa del momento opportuno. Affiorano alla mente, in tale prospettiva, tante figure femminili taciturne ed apparentemente supine della produzione narrativa della Serao, le quali svelano la propria forza nella capacità del silenzio, figure che quasi si negano alla centralità di un ritratto, come la Checchina del celebre racconto, che è tutta nello scialbore degli oggetti che la circondano ( e che richiama alla mente certa casualità del vivere, tutta pirandelliana), oppure la Caterina di “Fantasia” che, come estremo, silenzioso, ma al tempo stesso ineludibile atto di accusa, si suicida. Ma non solo, mi riferisco indistintamente ai tratti delle popolane de “Il ventre di Napoli”, o de” Il paese di cuccagna”, o alla fisionomia delle dame dei salotti partenopei o romani di cui Matilde racconta nei suoi celebri “Mosconi”,o ancora a ” Le tre Marie” della conferenza sulle donne di Gesù, di cui Matilde Serao sottolinea la tutta “centrale marginalità” del loro agire e così via.
In questo senso, dunque, la categoria del doppio che sembra caratterizzare la vita, l’attività giornalistica e narrativa di Matilde Serao, divisa tra interessi mondani (era ad esempio amica della regina) e grande partecipazione al dramma del popolo dei bassifondi napoletani (si pensi alla vibrata denuncia de “Il ventre di Napoli”), di una Matilde Serao naturalista, ma al tempo stesso sentimentale e poi fortemente toccata dalle posizione dello spiritualismo di Bourget, teoricamente antifemminista (era contraria al divorzio e al voto alle donne), ma nel concreto moderna e spregiudicata ( ebbe ad esempio due figli al di fuori del matrimonio e adottò una bambina, frutto di una relazione adulterina del marito, finita tragicamente), tale categoria del doppio, dicevamo, sembra risolversi sul terreno privilegiato della femminilità. E questo Lorenza Carbone dimostra di comprenderlo a fondo, in quanto nel suo affettuoso ritratto, lascia a sua volta il segno di un’impronta tutta femminile, nel delicato lavoro di “restituzione” dei tratti autentici di Matilde Serao, sommando alle figure muliebri rappresentate, altre donne per lei esemplari, come la Griselda boccaccesca e, di sfuggita, ma significativamente, la splendida figura di Ipazia di Alessandria, scienziata, astronoma illustre, che Raffaello ritrae nella sua “Scuola di Atene” e che pagherà forse il prezzo di aver “osato” entrare a far parte di un universo tutto maschile.
Con il delicato intervento di restituzione di “Cara Matilde”, si rende evidente dunque, come in una moneta antica, nel doppio profilarsi del suo conio e al di là certe di certi strabismi intepretativi, che come abbiamo detto hanno contrassegnato la ricerca intorno a questo personaggio, l’immagine complessa della Serao, come donna scrittrice, giornalista, immagine contrassegnata dal segno digitale e tenue, affettuosamente empatico, seppure rigoroso, dello studio di Lorenza Rocco Carbone.

PIETRO CIVITAREALE, “Mitografie e altro”, Raffaelli editore, Rimini, 2008

L’arco dell’assenza nella poesia di Pietro Civitareale.

A questo libro l’autore consegna le sue mitografie ( titolo che dà il nome anche alla terza delle cinque sezioni che compongono la raccolta). Mitografie come “epifanie dell’esistere”, dice nella sua prefazione Giuseppe Panella e non a caso ispirate alla scrittura di Virginia Woolf. Immagini dense di luce, "come un riflesso di un fiore nell’acqua, che si proietta sulla parete", non luce diretta, perciò, nel suo rifugiarsi a’l”ombra degli alberi che per un attimo oscurano la pozza “. Solo così possono regnare “la grazia e la quiete e modellano la forma stessa della vita.” E’ questa la dimensione sospesa della poesia di Civitareale, che della luce si nutre solo se stemperata dalle ombre, quasi in un ribaltarsi del mito della caverna platonico, in cui le ombre, appunto, che oscurano la verità, assumono qui una valenza positiva, forse perché di verità assoluta accecante e fissa nella sua assolutezza, noi non andiamo più alla ricerca, con tutte le ovvie implicazioni cui tanta poesia del Novecento è andata incontro. :”Quasi che le domande che salgono /dal cuore dell’uomo non abbiano bisogno di risposta”. Ecco dunque che “da un giorno dopo l’altro”, come recita l’incipit del componimento, ci immergiamo in “una notte dopo l’altra”, della strofa successiva in cui nuovamente “estate e inverno”, “luce e tenebra “si alternano fino a risolversi in “giochi insensati”. E la ricerca platonica della verità, come contemplazione del bene da parte dell’uomo che, diventato filosofo e saggio, è capace di fissare con i propri occhi la luce del sole, viene capovolta in una dichiarazione di cecità, infatti a primavera “la quiete e lo splendore del giorno sono strani , quanto il tumulto della notte./Alberi e fiori, guardano fisso /davanti, guardano fisso/verso l’alto, privi d’occhi,/ senza vedere nulla.” Perché è nell’arco dell’assenza che si misura la consistenza dell’uomo e del suo dire, come in un cielo in cui parole-uccelli volano infreddolite e tutto passa, tranne noi esseri umani, che stiamo fermi, condannati alla fissità, dentro il nulla, appunto: “Tutto passa l’assenza brucia/come una inguaribile ferita. /E noi qui, fermi fino alla fine,/ natura morta che contempliamo/appoggiati al suo arco.” E in un altro testo:” Ed eccoci ora con la certezza/del nulla intorno,/dubbiosi persino che il dolore ci abbia fatti uomini” O ancora: “E non ti riconoscerò/e non mi riconoscerai/ e tutto sarà nulla” …” dicendo e ridicendo/ che la vita è niente.” Come non pensare, ad esempio, ad un autore come Raffaele Carrieri e alla sua “certezza del niente”? Dunque il messaggio della poesia di Civitareale è affidato alla certezza del nulla? C’è un senso panico di energia divinizzata e vivificante posseduta dalla natura( “la natura non è un nome, ma lo stesso dio che ci governa”) e dimenticata dall’uomo ( rappresentato appunto come natura “morta”) a indicarci forse la risposta , una forma di salvezza per il nostro mondo, spesso stravolto dall’uomo, con le sue “macchine”, trasfigurato e sfigurato, mondo che l’uomo ora è incapace di “vedere”, come del resto è incapace di vedere “ i capelli degli alberi fluttuare nel vento /come senso della vita che cresce./ Ma forse sogniamo ancora quando sentiamo fremere i vetri e una giovinezza vegetale percuote le finestre.” La “giovinezza vegetale”, questa è la forza persistente della natura, in un momento in bilico, sul ciglio del precipizio “in cui basta una piuma/ perché la casa si inclini/precipitando in un abisso/di tenebre” come nel testo “La casa”, in cui “un cardo si è intrufolato/tra le piastrelle della cucina,/ le rondini hanno fatto il nido/ nel salotto, i papaveri/ si sono disseminati tra le dalie,/ e il leggero picchiettio /dell’erba contro i vetri è diventato nelle sere/ d’inverno un rullio di rovi spinosi”, fino d inghiottire nell’abisso la casa- arca. E allora solo creature di passaggio potranno godere del progressivo prevalere della natura, fino a lasciare solo qualche sporadica testimonianza della “storia” dell’uomo: “Ma nelle stanze/in rovina i gitanti porteranno/la loro chiassosa presenza,/gli amanti faranno all’amore/sulle assi spoglie/e il vagabondo dormirà/avvolto nel suo mantello per ripararsi dal freddo della notte. Poi crollerà/ il tetto, i rovi cancelleranno il sentiero, finchè soltanto/un frammento di porcellana/tra le ortiche indicherà/ad un passante smarrito/che lì un tempo era vissuto/qualcuno,un tempo/c’era stata una casa. Una natura spesso antropomorfizzata come in tanti miti, appunto. Gli alberi : “ I rami degli alberi sono occhi trasparenti,/i tronchi solchi scavati in profondo,/le foglie pieghe e rughe sottili.” L’alba, in una antropomorfizzazione classicheggiante: “L’alba sbatte le sue palpebre/contro i vetri delle finestre/ e nel suo splendore vibrano/suoni indefinibili. Oppure “la notte vestita di viola/ una corona sul capo” di cui chi dorme non è in grado di cogliere “gli occhi in cui solo/un bimbo può guardare”. I monti “non importa se i monti ancora non respirano”, oppure: “lo sguardo petroso dei monti” . D’altra parte insieme alle cose, anche il linguaggio dell’uomo e con esso la poesia stessa (cfr. le osservazioni di Panella a proposito dell’identità tra la poesia e “la casa”), è destinato ad essere inesorabilmente assorbito dalla Natura. Le parole che, come abbiamo detto, sono spesso paragonate a uccelli, arrivano persino a nidificare e con il passare del tempo”la nostra lingua la possiedono le foglie”. Possiamo opporci a tutto questo? Forse non ci resta che trovare una volta per tutte un accordo, un’armonia con il mondo naturale e “scioglierci al mattino/come brina la sole, come/un soffio d’aria/nel volo delle rondini. Oppure” …come un temporale/d’estate e prenderemo/dimora nel cuore della terra. … e nell’arco dell’assenza e nel silenzio, non resterà che l’eco del volo degli uccelli, il frammento di porcellana della nostra poesia.


ANNA CAVALERA, "Amaranto", Fi, Ed. Polistampa, 2005

Ho conosciuto l'inverno scorso l'autrice, in occasione della presentazione del suo testo presso la libreria Martelli a Firenze. Anzi, per la verità, mi sono limitata ad osservarla, confesso di essere stata colpita dalla sua figura, dal suo profilo di medaglia, innanzitutto e dai suoi modi estranei a qualsiasi atteggiamento autocelebrativo. Anna Cavalera sembra appartenere alla stessa essenzialità della sua poesia, come un cammeo di elegante semplicità classica, al pari dei suoi versi di finissimo scavo "scabre emersioni di serenità appartatate...dove i luoghi e i tempi si richiamano a vicenda, le evanescenze di memorie discrete e le attese di adempimenti irrisolti si rimandano eco di un linguaggio comune, segnali di una luce settembrina e calante", come scrive Francesco Stella nella sua prefazione.E' un linguaggio asciutto, il suo "Povere parole,/ sia che siano/suoni variopinti/sulla bocca/di un bambino/sia che/ la meraviglia/le renda inafferrabili/nella musica/del vate,/povere parole.La nostra vita/ sono povere parole. Di qui il riferimento alle "sospensioni e al segreto di certo ermetismo anni '40, nella sillabazione rigorosa e solitaria del versicolo postungarettiano"- si dice nella prefazione- "declinato però con risultati in qualche misura nuovi... su uno sfondo inedito di suoni, figure e luci di un Salento assoluto e interiore." " Dolci le parole/del mio dialetto/mi giungono/sulle ali del vento./Sono piene di nostalgia/non sono mai state dimenticate./Le parlano tutti i cari/e tutti rivivono." Il linguaggio delle origini ha il potere di far vivere, anzi rivivere i propri affetti, che rappresentano l'universo entro cui si muove l'ispirazione dell'autrice: le "povere parole" disposte nella pagina, nella loro apparente semplicità portano con sè il peso dello scavo che la vita ha esercitato dolorosamente, ma sono al tempo stesso in grado di restituire, rasserenate, il dono stesso della vita.E di ciò che è il risultato di una profonda elaborazione esistenziale e linguistica, restano appunto "emersioni serene", affidate alla forte valenza evocativa degli oggetti, come ad esempio i "ricami" ( titolo dell'ultimo componimento della raccolta), ricami che ridanno vita alla figura materna, nella purezza ineffabile del suo profilo, davanti alla finestra:"Ho ritrovato nel mio armadio/ricami raffinati./Li ha fatti la mamma./Era seduta accanto/alla finestra instancabile./La stoffa correva/sotto le mani agili./I ricami sono rimasti." I ricami sono rimasti, semplice ed al tempo stesso tremenda presa d'atto di un'assenza. Profilo di poetessa, quello di Anna Cavalera, che sa distinguere i silenzi.





ROBERTO PARENTE, "Un fiume, due case, gerani alla finestra", 2007


Il titolo è "Un fiume due case, gerani alla finestra". Dunque, un fiume innanzitutto, che ovviamente è composto di una sorgente, un suo procedere iniziale e precipitoso, come un torrente e poi un vero e proprio letto entro cui distendersi, per arrivare infine alla foce. E questo fiume non può non trovare la sua sorgente, la sua forza originaria, la sua prima impronta, che nella figura del padre del poeta, Michelangelo, medico condotto, nato a San Giovanni Ceppaloni e vissuto a Palazzuolo sul Senio, morto all’età di 38 anni. E’ la figura di Michelangelo a stabilire la geografia esistenziale e concreta della vita di Roberto/Lorenzo, divisa tra i due paesi ( le due case del titolo) e Firenze. Lorenzo che si rivolge al padre con una domanda iniziale che appunto al fiume si riferisce.” Me lo dirai dov’è il mio paese? La mia casa? Dall’altra parte del fiume? Accanto al fiume? “ Domanda che in fondo rimarrà senza risposta, ma che troverà nello scorrere del fiume un suo riferimento, in fondo è il padre di Roberto ad essere fiume, “come un fiume che non si muove, resta al mio fianco.” E come un fiume Michelangelo attraversa il corpo del figlio “le tue orme dei vecchi sentieri che attraversano il mio corpo”, perché l’acqua è certamente l’unico elemento che ci può scorrere addosso senza modificare la consistenza del nostro corpo. O quasi. Fiume che scorre e rimane in apparenza lo stesso, fermo, come appunto una figura certa, paterna, dovrebbe essere. Stabilita la sorgente di questo procedere esistenziale e anche memoriale, nonché poetico, ( la memoria è forse il tema primario di questo poema) , ecco che il fiume diventa piena di ricordi, “fluido limpido colorato”, ce lo dice proprio nell’introduzione l’autore. Mettendo in evidenza lo sgorgare del ricordo che inizialmente si muove con lentezza, come una luce in contrasto con la “rapidità dei voli”, “apre l’anima” di Lorenzo e questo gli consente di fare spazio all’arrivo precipitoso, quasi assordante delle immagini della sua infanzia: “Come in una dolente attesa /destarsi con toni acutissimi pesanti e ritmati,/ come cavalli al galoppo in piano, /UN PAESE/ colline verdi/ la mulattiera, stanca d’infinito, /scavata dagli avi,/ orfani o fantasmi vestiti più volte da un amore raccolto, celato , /un amore a due mani” . D’altra parte il rapporto avi /orfani rappresenta una corto circuito esistenziale a cui l’uomo del nostro tempo è condannato, per il rifiuto nutrito nei confronti dell’atto memoriale di cui l’anziano è depositario e questo impedisce il chiudersi di un ciclo, è uno iato aperto, una ferita aperta, per cui l’orfano non può riconoscersi nell’avo e a sua volta non sarà avo di nessuno. E poi la preghiera, sì, perché il fiume dei ricordi che tracima, una volta trovato lo spazio necessario per venire allo scoperto, come quando una vena carsica affiora alla superficie con l’annunciarsi dei suoi gorgoglii sotterranei, si dispone entro un suo letto lungo lungo, come grani di un rosario, direi. Lo dice lo stesso Santoro nella sua introduzione, questo poemetto è una lunga preghiera. Anche la forma lunga e sottile del testo, disposto nella pagina bianca, che fa pensare a un fiume, mi richiama alla mente quelle collane che spesso ho visto nelle mani delle donne religiose, al Sud, entro cui si sgranano preghiere. E nel procedere della preghiera, nello scorrere dei ricordi, ancorati alla figura paterna, ecco delinearsi in modo sempre più deciso i luoghi, il paese appunto, c’è dunque qui una casa, la prima delle due case a cui il titolo si riferisce, gli oggetti e le persone che hanno animato l’infanzia del poeta. Il rosario trova un suo scenario, una sua drammatizzazione, diviene sacra processione, sacra rappresentazione: io vedo, via via i personaggi e gli affetti che vengono a popolare questo viaggio a piedi tra i sassi, unirsi al viaggio, affiancarsi al poeta tornato bambino, accompagnandolo nel suo percorso come in una processione appunto, chissà perché ho pensato all’immagine del “Quarto stato”, della donna con il bambino in braccio, che si unisce a quella processione laica, a proposito di pittura. E bisogna ricordare che Roberto Parente ha alle spalle una lunga esperienza di pittore. Ma il poeta chi incontra prima di tutto? Se stesso bambino: “felice fanciullo?/ Forse lo ero, /corse sfrenate nei campi, /tra i poggi per far fuggire il giorno”E’ il bambino, non l’uomo adulto, a “fissare chi lavora con pensieri del giorno COME UNA NINNA NANNA DEL GIORNO.” Perché questo è un viaggio nel tempo, nello spazio, nella terra arida e assolata del sud e della memoria, nella coscienza stessa di Roberto. Dunque, un bambino che si fa cullare come una ninna nanna rassicurante. Ecco arrivare le braccia della nonna… “con te ricostruisco le origini, le albe i falò /fiammeggianti tizzoni accesi su tutta la strada/ fino alla chiesa che ricordavano Natale (le processioni di Natale?) . E la ritrosia della nonna nel parlagli del padre e poi il rituale magico mistico ancestrale del pane: “ Il forno per il pane è già caldo, /occorre far presto, occorre pregare” , il richiamo alla concretezza di un gesto, quello del fare il pane, che è anche sacralità, OCCORRE PREGARE, pane e preghiera, questa, la nonna felice che con mano decisa segna una croce sul pane Così la nonna diviene memoria perché “nessuno saprà di lei, solo lei sapeva di sé e degli altri di me di mio padre ORA NONNA GIOVANNA E’ MORTA.” La memoria è morta? E poi i luoghi della sacra rappresentazione che chi ha lasciato le proprie origini e vi ritorna, come Lorenzo con l’innocenza di un bambino, pur avendo conservato la consuetudine con S. Giovanni Ceppaloni, conosce bene. Lorenzo che ha bisogno di nominare i propri luoghi (“E ti par poco Tiresia, dare il nome alle cose?”), per salvarsi dallo smarrimento, come atto vivificante e generante, la nominazione. E allora io mi sono avvicinata al percorso di Lorenzo, sono entrata anche io nella sua sacra rappresentazione e ho ritrovato ‘a ripa,”uno strapiombo, non era altro che uno strapiombo”, “non era altro”, ci dice l’autore nella introduzione alla seconda parte, ma qui parla l’uomo, non il bambino e nemmeno il poeta, basti pensare alla siepe leopardiana. ‘o black, il calesse, L’olivella, una località, dove il calesse si fermava e faceva scendere coloro che entravano e abitavano a S. Giovanni, “a strada e fora”, la strada esterna o “tremt”, o “sbocc ‘” e “case Farise “,le “Venaglie” i “Mernoni “. Anche io ho dei luoghi del genere nella memoria e mi sono domandata:- Ma quanto può importare agli altri il nome di questi luoghi’-, importa, eccome! Perché questi sono luoghi mitici, trasfigurati da una memoria che vive, sono miti, sono i racconti che hanno tenuto in piedi l’uomo sin dalle origini, sono il patrimonio di esistenza che si tramanda di padre in figlio, la cui fine può essere paragonata, secondo me, alla peggiore sciagura ambientale. Perché un uomo senza passato ovviamente non può avere futuro, essa corrisponde un po’ a ciò che facciamo attualmente della nostra vita, di cui consumiamo il presente, fino al totale impoverimento delle risorse biologiche e anche culturali, umane, infischiandocene allegramente del passato e di chi verrà dopo di noi . Ecco il riferimento di Santoro al mito di Anchise ed Enea rovesciato, perché è il passato che porta in spalla il nostro presente e il nostro futuro. E allora io mi sono messa con pazienza e vicinanza affettuosa accanto a Roberto, sono entrata nella sua processione e mi sono fatta spiegare tutto delle sue origini e dei suoi luoghi . “E’ tutto il mio viaggio/per questa terra lavorata palmo/a palmo, di padre in figlio/perché fosse un orto.” Questo il testo di Mario Luzi, in apertura della seconda parte, in riferimento alla “ballata per San Giovanni” come conferma di un’ esigenza di ricostruzione della propria esistenza, di ricerca di una strada. E il contrasto con il presente con “l’ora”: “ora non serve più lavorare nei campi” e poi la preghiera, una donna…e i luoghi , la valle caudina, il poggio, “ Senti? Chiedono tanto amore i giorni che devo ricordare, che incollammo insieme sulla corteccia di alberi e rose pallide per la nostra memoria.” . Ma cos’ è il domani per Parente? “ ma era già domani, parola senza peso, senza idee/, così senza anima ,solo una fonte colorata di abbracci /forse odore di sorrisi scivolati/ ora nel mondo di altri con le mie lacrime,/ un fiore,/ brevi parole …” Il domani senza passato fa paura, per questo Lorenzo torna indietro nel tempo per evitare il peggio: “ Forse quando si saprà tutto di me/, sarò nuovamente prigioniero/ in un involucro di cristallo,/ in una città senza dirupi ) Questa è la morte? Una città ? Un involucro di cristallo senza il dirupo, la ripa entro cui riconoscersi? E poi la preghiera per salvarsi, la paura della nudità, quella degli emigrati in America, contro la concretezza e la vita del corpo, il corpo vive, la nudità è il vuoto ( nei campi di sterminio, come esempio estremo, si privavano di ogni oggetto e quindi di identità i prigionieri, come primo atto di cancellazione) “Uomini che in America hanno trovato la loro nudità”. Lì, lontano e qui, quando quegli stessi uomini erano invece contadini “come corpi come rocce” .E la partenza:” Partiva per mete senza strade /tornava con una colomba diversa/ che alzava il suo colletto di piume”. Bella immagine di ritorno . Che i ritorni non siano esperienze facili, quando non sono vissuti con occhi infantili, lo sappiamo attraverso le pagine di Pavese e anche i suoi versi , non a caso posti in apertura della III parte. Qui qualcosa non funziona perché l’uomo, ritornato appunto come uomo, non può che sentirsi sradicato a metà strada , a metà del guado, senza radici né punti di approdo. Qui è vivo il suo senso di estraneità e infine il sapore della delusione, il ritorno alla città tra “muri regolari, mercati coperti fabbriche dove il vento/ non punge più il viso /e nelle notti di aprile gli astri sono più freddi.” I ritorni sono tentativi, continui tentativi, procede così l’autore , appunto per continui tentativi, e nella IV parte ci riprova: “Ritornerò sovente a rinverdire il tuo suolo/ asceta/ nell’attesa c’è amore”. Ma qui qualcosa è cambiato. Il punto di partenza è chiaro, si parte con qualcosa alle spalle, l’autore è nato a Palazzuolo, è già qualcosa, parte protetto, Lorenzo, anche se “non era con chi raccoglieva le olive/ o abitava nei campi /non era una meta da raggiungere /ma solo la mia terra”.E nella V parte, affiora l’ottimismo: in fondo, dice l’autore, “i grappoli d’uva si gonfiavano sia a Palazzuolo, sia a San Giovanni “, un ponte tra una casa e l’altra , si è creato un ponte, che la ferita stia per rimarginarsi? Magia del fiume- padre, su cui “sguardi candidi (infantili, magia degli occhi infantili!) si inseguivano sul fiume per unire due paesi diversi”. Quando torna il padre, torna la memoria, tutto scorre meglio, proprio perché ancorato il ricordo al fiume fermo che protegge. La preghiera che unisce le due terre diverse. L’anima per rappacificarsi deve tener conto che esiste anche Palazzuolo “un’anima riappacificata e l’immagine di uno scorpione pietrificato.”. Abbiamo perciò visto in cosa consistano il fiume e le due case del titolo, ma nell’uso dell’accumulazione, molto frequente nei suoi testi , Parente cita spesso la parola “fiore”, volutamente in modo generico. I “gerani alla finestra” mi sembrano quindi il risultato di quel processo di nominazione di cui abbiamo già detto, come momento di pacificazione e rasserenante punto di approdo, così come la copertina del libro, con una bella macchia rossa di gerani, ci fa pensare.





RICCARDO NENCINI, "La battaglia", Fi, Polistampa, 2001


A proposito di questo libro, mi sono domandata più volte quale taglio dare alla mia riflessione, si tratta infatti di un romanzo storico, che si basa su documenti e ricostruzioni scientifiche, dettagliate e rigorose. Quale spazio dunque avrebbe avuto, mi sono chiesta, una riflessione di carattere letterario su quello che è il racconto di una delle più celebri battaglie della storia,(la battaglia di Campaldino) e in particolare della storia toscana? Mi sono detta, potrei parlare dei personaggi, ma i personaggi, almeno i protagonisti, non sono frutto di un artificio letterario, fanno parte della storia. Questo dunque non è un romanzo storico alla Manzoni in cui la storia c’è, mentre i personaggi sono inventati. Mi potrei dunque occupare dell’intreccio, ma mi trovo di fronte un resoconto oggettivo di quanto realmente avvenuto nel Giugno del 1289, la vigilia della battaglia è densa di riferimenti storici e documentazioni di carattere storiografico, su cui ben poco potrei intervenire da un punto di vista critico. Allora mi sono appellata all’io narrante, per chiedere a lui di venirmi incontro e mi sono trovata a tu per tu con uno dei più celebri trovieri poeti del duecento, Adam de la Halle, che non è un personaggio di fantasia. Dunque questo è un romanzo storico, ma non un romanzo storico alla Manzoni, abbiamo appurato e neanche alla Eco che ha reinventato il romanzo storico in chiave post moderna, Adam è un personaggio realmente esistito. Perciò mi sono ripetuta, neanche in questo caso potrò sbizzarrire la mia fantasia per dare una interpretazione, una lettura originale del libro, perché la narrazione ti tiene rigorosamente legato ai fatti storici, nulla è approssimativo nella ricostruzione del tempo, dagli abiti, ai cibi, alle abitudini ecc. Allora, ho concluso, forse qui non c’è spazio per me, eppure il libro mi piace, quindi, dove sta il suo fascino? Nel rigore, certamente, ma c’è di più. E allora sono andata a rileggere la prefazione di Cardini e ho capito: ciascuno cerca se stesso, una parte di se stesso, qualcosa, quando legge, ciascuno ha questo sacrosanto diritto e, tanto più i fatti sono distanti da noi, quanto più il compito può risultare improntato all’onestà della ricerca. Il Medioevo, il 1289, il Giugno del 1289 , la battaglia di Campaldino, nel giugno del 1289: quegli eventi che hanno contraddistinto il passaggio “ guarda caso “da un’età all’altra, il tramonto di un certo modo di concepire la guerra, secondo le regole della cavalleria feudale, ma non solo, ovviamente, la nascita di un modo di combattere senza esclusione di colpi, con l’irruzione nella storia, per l'ennesima volta, della brutalità di chi non vuole più regole, di chi colpisce alla schiena, massacra il prigioniero per spogliarlo di tutti i suoi averi, come in un ritorno ai primordi dell’umanità, di quell’"homo homini lupus",cioè, più volte citato da la Halle. Se è vero che ciascuno di noi cerca qualcosa o qualcuno, quando legge, allora, cosa sto cercando, mi sono detta? In questo quadro disincantato di uno scenario bellico, cosa sto cercando? Sto cercando l’uomo, che non rinuncia alla sua dignità e che anche in frangenti estremi come quelli di un conflitto, conserva il rispetto per l’altro. L’uomo etico, che ha una morale, che afferma i propri diritti, ma riconosce anche quelli del suo avversario e sa anche quali siano i propri doveri. In questo Adam de la Halle è molto di più di un semplice punto di vista, di una voce narrante, è la voce della coscienza e la lucidità storica al tempo stesso, colui che mette in crisi l’interlocutore, spingendolo a rilevare che le sue ragioni non sono valide in assoluto, ma sono relative, sono cioè ragioni valide per lui, quando lo stesso nemico si muove secondo le SUE ragioni, altrettanto valide e relative. E qui non parla il troviere del duecento, non parla lo spettatore di un fatto che per il semplice motivo di essere coinvolto nella contemporaneità dell’evento, non potrebbe avere il sufficiente distacco. Quindi chi si nasconde dietro de La Hall? L’uomo moderno che nella narrazione di un evento così distante da noi, cerca le ragioni della storia presente, che fa dell’evento una grande metafora del nostro tempo. Ecco, dunque, i valori riferiti ad una storia così lontana, che si universalizzano e che appartengono o dovrebbero appartenere al nostro modo di essere: la lealtà contro il nemico, il non rubare, il non tradire i propri ideali, il coraggio , lo schierarsi, ecc. E l’autore affida il suo punto di vista, a La Halle, ma non solo, lo distribuisce tra gli uomini di entrambe le parti avverse, riconoscendosi, forse nella sua interezza, in Bigio di Giovanni, l’umile contadino ignorante che parte per una guerra che non sa neanche perchè si combatta, armato del suo forcone e della fionda nel cui uso è abilissimo, un contadino sprovvisto di tutto , ma depositario di una saggezza SENZA TEMPO e per questo universale, in possesso di poche ed essenziali regole, che gli impongono il rispetto per il nemico, pur non essendo un cavaliere feudale , il rispetto per l’uomo e mi sia concesso anche per la donna, perché Bigio è l’unico tra i contadini della sua zona ad essersi scelto una compagna per amore. Quindi Nencini ci sta parlando del presente, delle TANTE RAGIONI della storia, come dice Cardini, ci parla della guerra, ma non solo di quella guerra, di quella battaglia, ci parla del degrado dell’uomo contemporaneo, che ha assolutizzato le sue ragioni e che con protervia e ferocia pretende che vengano rispettate come ragioni universali. L’autore ci parla della brutalità dell’uomo contro l’uomo, brutalità che lo rende lupo. E di questi tempi in cui non ci sono più i lupari, di cui si narra anche nel libro, come i tanti diffusi nel Medioevo, in cui non ci sono più i cacciatori di lupi, adesso, chi ci difenderà dai nostri simili?


“Poesie da un modesto abisso” di Antonio Allegrini, Edizioni Orient Express, 2008.


Già in “Poeti”, raccolta del 2005 di Antonio Allegrini, che precede queste “Poesie da un modesto abisso”, si parlava di poeti alla deriva, dispersi su imbarcazioni di fortuna, in dimensioni abissali e sconsolanti, in isole-pattumiera e giganteschi serbatoi di escrementi. Così in “Poesie da un modesto abisso”, il tema del viaggio infernale viene ripreso all’interno di un panorama umano ed esistenziale grottescamente escrementizio, cui fa da sfondo una sessualità postribolare. Ma il viaggio di Allegrini nella profondità dei cessi, disposti in abissale successione al pari dei cerchi danteschi, è soltanto in apparenza, anche se in modo certamente provocatorio, un viaggio senza scampo nella totale perdizione morale dell’essere umano, che annega dantescamente nel lezzo e nella fanghiglia delle proprie deiezioni.

C’è ad esempio una delicatezza sorprendente nella rappresentazione di alcune figure femminili (e una corrispondente sapienza nell’impiego degli strumenti espressivi) di carattere idealizzante. E’ la donna, cui spesso l’autore dedica la componente più ricercata ed evocativa dei suoi versi, pur nella prosaicità della descrizione dei suoi attributi, la personificazione di quelle realtà universali con cui noi tutti ci confrontiamo, infatti essa porta talvolta il nome di “solitudine”, o di “nuova primavera”.
D’altra parte le stesse scene degli occasionali accoppiamenti dentro le latrine della varie città conosciute dall’autore, somigliano piuttosto a quei rituali orgiastici e propiziatori delle origini, che nella storia della cultura occidentale sono stati gradualmente imbrigliati nell’equilibrio apollineo della nostra razionalità. Per questo, in sostanza, tanta volgarità non scandalizza affatto. Anche i comico-realisti medioevali a cui lo stesso Squarotti si riferisce nella sua prefazione al libro, hanno un tratto di eversività sconsacrante e radicale, stemperata tuttavia da una forma e un rigore stilistico e metrico, che fa, ad esempio dei sonetti di Cecco Angiolieri, per riferirsi ad un autore coevo di Dante, dei testi estremamente raffinati. E’ infatti il frutto di un gioco puramente letterario la volontà di Cecco di distruggere padre, madre, imperatore e papa, per parlare solo del suo più conosciuto componimento.

Per questo non inganni il registro da caserma esibito da Allegrini, sono moltissimi i versi originali, evocativi e fortemente vibrati del suo viaggio nell’oscenità dell’uomo. Ma al tempo stesso, tutto il repertorio linguistico afferente a modalità puramente genitali, sembra vanificarsi, sciogliersi, mitigarsi, nell’improvvisa apparizione femminile, spesso straniera, di un altro mondo dunque, seppure in una fisicità prorompente con dovizia di particolari anatomici(“La russa era bella,bionda,/esile come un giunco di palude,/gli occhi cerulei, a volte viola .Oppure: E lei sembrava una Madonna: biondi capelli, gli occhi scuri, il respiro nuziale/lieve piuma nell’aria/il culo sodo e liscio, ecc), fino al rimpianto e alla nostalgia per la giovinezza da essa comunque rappresentata e definitivamente perduta. ”
Mi viene in mente l’affresco del Ghirlandaio, “Nascita di San Giovanni Battista”, in Santa Maria Novella, in cui una donna coperta da un velo che lascia intravedere la sinuosità del suo corpo, irrompe, in senso letterale, nella scena, recando in dono un cesto di frutta. Un’immagine di vitalità, grazia, delicatezza, giovinezza. Mi sono domandata perché un panorama così prosaico come quello del modesto abisso, avesse evocato una figura di tale leggerezza. Ce lo dice proprio l’autore nelle pagine finali, a proposito della giovane cameriera, che con la sua grazia mette ciascuno dei vecchi compagni di classe a confronto con la propria inadeguatezza. (" Una ragazza bruna, giovane, ci serviva gentile e ci guardava triste, da lontano. Ci osservava con occhi belli e innocenti come la giovinezza sfuggita tra le mani" ). Grazia e innocenza per cui c’è comunque spazio,come simbolo di riscatto e di rinascita, anche nel luogo più lurido delle proprie stazioni esistenziali.
E’ illuminante, in questo senso, il titolo della raccolta. Consultando il dizionario, siamo infatti informati che il termine “modesto” si accompagna al suo sinonimo: “morigerato”, perciò in questo infernale immondezzaio in cui ciascuno di noi si dimena, c’è spazio per il pudore, quanto meno per la misura . E Dio c’è e si nasconde anche negli anfratti più degradati: “Poi Dio, il Padrone, o Padreterno/potrà cancellarmi con uno sputo,/ma sa anche che nelle fogne/dove mi sbrodolai come un porco,/un verme un pestilenziale ratto/c’era sempre un posto per Lui/nel mio cuore inaccessibile/nella mia anima dannata.”
E se Dio Può esistere anche nel fango, a maggior ragione può esserci, nel fango, la poesia. Di qui "Poesie da un modesto abisso".
Siamo dunque al grottesco, immerso in un repertorio linguistico molto ampio, che oscilla dal comico, al tragico fino all’elegiaco in una operazione consapevole e complessa, che potrebbe fuorviare solo chi si accontenti di una lettura superficiale e benpensante, quindi immodesta, di questa raccolta.



SCHEDE



LIUBA MERLINA BORTOLANI, "L'arte del bersaglio", Libreria Padovana Editrice, 2008



Si tratta di una plaquette inserita nella collana di "Donne in poesia", curata da Elisa Davoglio, in collaborazione con la "Chelsea Editions" di New York, una piccola pubblicazione dalla elegante veste editoriale, comprendente 23 testi di una densità e di un rigore espressivi davvero rari. In un incalzare di immagini evocative, con un ritmo di forte valenza musicale, spesso affidato all'impiego dell'endecasillabo, si viene profilando l'universo di una poesia raffinata e matura, dato tanto più sorprendente, se consideriamo la giovane età della scrittrice. Un ritmo sicuro, coinvolgente, che non ha cedimenti, nè sbavature e che risolve, dà sollievo: " Quale sollievo? Quale fenditura?/ La ritmica implacabile sovrana/ vince la stretta e supera la resa./Soltanto questo trova un'estensione/dal vino al laccio-pioggia condivisa-/dal polso al braccio-terra sospirata-dal soffice sospetto delle ciglia/fino all'abisso delle mie sembianze,/là dove regni e sai la trasparenza,/là dove scorri immenso e sussurrato,/ dove ricordi il centro della tregua,/ dove ti vuole l'ultima scogliera." Un ritmo che tutto lenisce e contribuisce a creare, quasi in un disporsi di immagini concentriche, in progressiva appossimazione al "centro della tregua", come in un bersaglio, il luogo entro cui per un momento la ferita brucia meno, o almeno ricorda questa tregua. L 'impiego dell'anafora e dell'accumulazione, insieme alla suggestione del metro definiscono la geografia emotiva della poesia, conferiscono importanza a questa esile plaquette e -colpiscono nel segno-, nella difficile "arte del bersaglio" rappresentata dalla scrittura poetica.





LE NOVITÀ

di ANNALISA MACCHIA





ROSALBA DE FILIPPIS, Il filo forte del liuto, Campanotto Editore, Pasian di Prato (UD) 2008



Incuriosisce il titolo di quest’ultima raccolta poetica di Rosalba De Filippis: un libro elegante nella sobria veste bianca delle Edizioni Campanotto ed arricchito da una serie di disegni-graffiti di Aldo Frangioni che si integrano con incisività e leggerezza alle liriche dell’autrice.
La curiosità, il piacevole impatto spingono ad aprire le pagine ed a cercare tra versi e vorticosi tratteggi una qualche risposta all’attesa: ed è l’inizio dell’avventura.
Il lettore sarà facilitato dalla presentazione di Franco Manescalchi che individua i contesti da cui muove la poesia dell’autrice: un surrealismo mediterraneo italiano (Vittorio Bodini, Leonardo Sinisgalli, Bartolo Cattafi …), ma anche un surrealismo, ricreato con traduzioni di Lorca e Apollinaire, di un autore come Giorgio Caproni. Una poesia, dunque, caratterizzata da questa “doppia valenza”, orientata a cogliere “il consistere dell’istante”.

Il libro consta di quattro sezioni: Giocoliera di sogni, La giostra delle formiche, Il solstizio del verso e La voliera aperta per un totale di poco più di quaranta composizioni. Si tratta generalmente di testi assai brevi, ma estremamente densi di significato(i).

Al primo impatto, appaiono liriche di non facile accesso, nonostante le preziose indicazioni. Colpisce subito, però, l’estrema musicalità e fecondità d’immagini del procedere poetico. Se anche solamente ci si abbandona al suono delle parole, al ritmo vivace dei versi, sapientemente costruiti alternando il verso libero al classico endecasillabo e settenario, non di rado spezzati, subito se ne percepisce la fluidità ed il fascino. Contribuiscono a questa armonia le frequenti rime e assonanze, dal sapore caproniano, poste a suggello delle composizioni. Sottolineano personalissime “chiuse”, dove la parola, mai definitiva, spesso frammentata dalla punteggiatura, sembra restare magicamente sospesa, “impigliata”, come in “Il mio lare di gabbia”: “[…] Di radici un altare/ invogli il mio passo/ o si impigli la piuma/ in ritorni/ alla rete rosata/ dei giorni.” o come in “Non c’è tempo”: “[…] corre il sempre/ riprende il suo verde/ di seme in formica/ E il vento il vento./ Mi sembra./ Che./ Dica”.
Leggendo, pare quasi di ascoltare una fresca cascata di note mozartiane insinuatesi tra le pagine, come poi, nella terza sezione, la lirica “Mozart” sembra confermare “[…] tu conosci ciò/ che sciama dentro/ e andiamo insieme/ al dono dei miei anni […]”o di veleggiare oscillando tra un fuori di sé e un sé, mai completamente disgiunti, come nella lirica “Gli angeli”, in un impeto di libertà ritrovata “[…] Di ferro e panno ridono/ la mano sulla bocca/ affacciano gli sguardi/ a me/ che mi rannicchio nella rosa/ e bussano al mio vetro/ prati cieli meli di parole/ angeli di innesti./ E nel brusio/ le piume./La voce./ Del mio fiume”. L’elegante, continuo movimento di questi versi che alternativamente si aprono e si chiudono, si lanciano nel mondo esterno e subito ripiegano in quello interiore, crea un’atmosfera viva facendo emergere, a tratti, chiaramente, la voce di questo fiume, avvolgendo e coinvolgendo il lettore. Quasi si fosse davvero legati e trascinati da un invisibile filo.

Nei testi di Rosalba “filo” è indubbiamente una delle molteplici parole-chiave, spesso connotate di grande valore simbolico, quasi degli archetipi, intendendo come archetipo una forma portatrice di significati e valori che trascendono l’intenzione comunicativa o l’interpretazione soggettiva di un’immagine. Rintracciarne le sottili, o alcune delle sottili motivazioni e le segrete associazioni che le hanno determinate, significa far prendere luce, come potrebbe capitare ad una ragnatela improvvisamente investita dal sole, a quell’invisibile filo che le mette in relazione e rivelare un possibile sentiero guida.
Ci accorgeremo allora che questa parola “filo”, più volte ripetuta, “[…] Sul filo di rima/ nel soffio di un lama bizzoso […]; […] Io filo tu sole/ imbastisco parole/ e ti lego al mio rito […]; Vorrei portarti in braccio/ come un figlio/ nel canestro della pace/ e legarti ad un filo […]” ; fino al “[…] Donarti il filo forte del mio liuto […]” e ancora” […] il mallo della noce/ appeso al filo stretto/ di una voce.[…]”, ogni volta assume una diversa sfumatura. E così capita con altre parole-chiave. Una per tutte “rosa”, archetipo degli archetipi e, come osserva Elémire Zolla (Archetipi, Venezia 1988) “[…] come ogni ente gravita verso l’Essere che è l’Uno…,tutti gli archetipi si ravviseranno in ordine prospettico, in rapporto all’invisibile Unità che è il loro punto di fuga; assomiglieranno allora, sul piano visivo, ai petali di una rosa, sul piano acustico alla rosa della cassa armonica, l’apertura negli strumenti a corda dove le vibrazioni delle corde-archetipi assumono ciascuna il proprio corpo sonoro e tutte si unificano nel timbro complessivo dello strumento […]”. Il filo forte del liuto?
Investiti dalla polisemia di questa poesia, seguendo i sentieri tracciati dalle parole, si potrà allora tentare di delineare l’anima dell’autrice. Forse non sarà possibile coglierla nella sua complessità e interezza, ma le poesie si rivestiranno di significati nuovi, a prima vista sfuggiti.
Parole e vita sono ora intersecate: le belle immagini della natura, i rapidi tocchi con cui si definisce un paesaggio, un luogo amato, il pullulare dei numerosi animali che, dando origine a suggestive e significative metafore, percorrono tutta la raccolta, sembrano fondersi con le caratteristiche e le più intime aspirazioni dell’autrice, finché tra poeta e poesia si annulla ogni confine. Accentuata, tra gli animali, la presenza di creature alate (calabroni, rondini, civette, “uccello-regina”…) quasi a simboleggiare, con quelle loro ali tuffate nel cielo aperto, in un mondo chiuso da “muri”, un’ansia di libertà, un anelito all’oltre: “[…]la rondine veglia e garrisce/ se gira la testa./ Oltre il cielo oltre il verso […]”.
Forse l’inconscio desiderio di ogni poeta di vincere il tempo, insopprimibile, umano nemico.

Attraverso lo scorrere fisico del tempo, scandito dai numerosi riferimenti alle stagioni che, quasi ad ogni pagina, accompagnano la lettura di questi testi, la nostra “giocoliera di giorni” con “palpebre arrese e porte ormai chiuse” diventa “giocoliera di sogni” e ci avvia alla percezione di un altro tempo, del tutto disancorato dalle albe e dai tramonti, dalle primavere e dagli inverni: una dimensione assolutamente intima e personale dove a dominare sono i sentimenti e le emozioni, dove i colori tendono a sommarsi in un unico bianco abbraccio e dove i suoni che riecheggiano appartengono al suo “liuto”.
Da “giocoliera di sogni”, Rosalba De Filippis si è trasformata in “giocoliera di parole”, per comunicarci la sua bellezza, per mutare in poesia dolore e gioia.
Di quest’ultima magia le siamo grati.




ROBERTO R. CORSI, L’indegnità a succedere, Esuvia, Firenze 2007



Ho conosciuto l’autore di questa raccolta non in veste di poeta, bensì di presentatore e di critico, durante la presentazione di un libro di Luigi Fontanella. Mi colpirono in quell’occasione principalmente due cose: la sua giovane età e la rara capacità di rendere accessibile al pubblico una poesia alta e non sempre facile come quella dell’autore che presentava. Indubbie doti di simpatia e comunicabilità acuirono l’interesse.
È perciò con piacere e curiosità che mi sono accinta a leggere questa sua prima silloge, circa quaranta poesie precedute da una prefazione di Paolo Codazzi e suddivise in tre sezioni, ciascuna delle quali introdotta da versi di Pasolini, Rilke e Zanzotto in esergo. La citazione di questi autori costituisce un utile filo guida per muoversi nell’opera e comprenderla più a fondo, ma non è la più éclatante agli occhi del lettore.
Si legge in quarta di copertina che Roberto ha sviluppato un percorso poetico parallelamente alle amate attività musicali. Infatti, fin dalle prime liriche, ci si trova immersi in una vera e propria “cascata musicale”. Mahler, Berg, Bartòk, Bach, Brahams, si stendono da padroni su queste pagine con tutta la magia dei suoni, delle suggestioni, delle emozioni suscitate dalla loro musica. Più esatto sarebbe dire dalla “musica”, ovvero quell’armonia dei suoni che, tanto cara all’autore, ormai è parte integrante e imprescindibile della sua persona.
Sostanzialmente condivido quanto dice Paolo Codazzi nella prefazione “[…] un esercizio di lettura all’interno del quale si riconosca il tentativo dell'autore intimando sintassi e lessico come un esperto direttore d'orchestra, o orchestrale dai sanguigni virtuosismi, evocando (con l'aggravante di essere esecutore e compositore della sua musica) il tentativo antico proiettato nel suo vivere d’intendere i feticci del suo tempo; sforzo destinato all’incompiutezza per nostalgia di altri tempi […] percependo la forte esigenza, talvolta teatrale, di una coralità classica, di scene e quinte invocanti un dolente dovere risolto nella distanza di un tempo che non appartiene […].”
Nell’orchestrazione di questa raccolta, l’antico si affaccia continuamente, con l’uso del linguaggio (sorvegliatissimo e non di rado scandagliato in profondità), con filosofiche incursioni (Zenone, Pitagora, Protagora), con la mitologia, con la nostalgica ricerca di una classica “Bellezza”. I versi colti, cesellati, intrisi di citazioni e riferimenti, a lungo limati, raccontano talvolta con veemenza giovanile, tal altra con guizzi ironici o improvvise tenerezze l’originale ed affascinante mondo dell’autore. Particolarmente toccanti i punti in cui le esperienze personali, intrecciandosi a mitiche figure o a giganti dell’arte, si risolvono in uno smanioso e struggente desiderio di identificazione: “[…] Almeno tu hai saputo/ un ultimo furioso sciabolar di bacchetta,/ venti eterni minuti. Votiva, sperata/ scintilla – mia, d’ogni uomo che amo.” (Kiril Kondrashin, pag.16).
Ho molto apprezzato anche la scelta dei Poeti evocati in esergo alle tre sezioni: “Ed era sempre chiaro/ che, per vivere, m’era/ necessario non vivere”. (P.P.Pasolini, Alla fine del viaggio).
“E tutto congiura a tacere di noi, in parte come/ vergogna, o forse come speranza indicibile”. (R.M.Rilke, Elegie duinesi).
“Quelle sarebbero state le parole finali/ ma… Ancora il fascino?”. (A. Zanzotto, Retorica su: sbandamento…).
La vita, il silenzio, la vergogna, la speranza, il fascino… Mi sembra davvero azzardata l’ipotesi che possano rappresentare “principi di depistamento accuratamente inseriti”.
Soffermandomi a riflettere in particolare sui bei versi di Rilke, all’inizio della seconda sezione (eponima del libro), mi sono tornate in mente le sue Lettere a un giovane poeta.
In esse Rilke, a cuore aperto, invita un giovane autore in cerca della sua identità poetica a ricercare se stesso nella propria interiorità, ascoltando ciò che è vivo, guardando il mondo come se fosse il primo uomo, tutto accettando senza pretendere di afferrare con razionalità il senso di ciò che siamo e disinteressandosi del giudizio di chi, dall’esterno, non può arrivare a comprendere la potenza di tale lenta gestazione. La lettura di queste lettere, di fatto, rivela come Rilke stesso giungesse alla poesia, proprio attraverso ciò che si percepisce dai versi in esergo.
Il pasoliniano “non vivere” già annunciava questa ricerca del senso vero della vita attraverso un ritorno alla “ingenuità”, alla purezza nel concepire l’esistenza. Nel silenzio – continua Rilke – si intuisce il nuovo itinerario, oltre la paura: “essere coraggiosi verso quanto di più strano, prodigioso, inesplicabile ci possa accadere…”. Così la solitudine si popolerà e diventerà rifugio chiuso ai rumori dell’esterno. L’indicibile può essere sinonimo di speranza.
I versi nati da questo tuffo in se stessi, dove l’opera creata si confonde con la vita e infanzia e futuro sono compresenti, se nati da effettiva necessità, non temeranno alcun giudizio.

Roberto Corsi ha bene assimilato la lezione del grande Rilke. Anch’egli cerca di ritrovare il senso della vita (e della morte) nella “parola artistica”, nell’aspetto puramente espressivo della poesia, coraggiosamente nuotando nel misterioso mare del suo essere uomo. Non a caso ho usato i termini “nuotare” e “mare”. Se il libro può essere letto ed ascoltato al contempo tanto è forte la musicalità che lo pervade, il mare (l’amato mare) è il significativo, forse inconscio sfondo di questo testo. Mare, ovvero, simbolicamente, l’elemento vitale per eccellenza: […]Gabbiani/ in teorie di ritorno. […]”, “Un’onda dovrebbe morire nella sua corsa- […]”, “[…] Come il mare, ti spurghi/ di metallica cruda flatulenza/ e insegui la follia/ alla vergine brezza del mattino[…]”, solo per rammentare alcuni esempi.
Tuttavia cercare di condensare nella parola scritta, necessariamente limitata nei suoi codici espressivi, la forza del pensiero e dell’animo, i moti consci ed inconsci o addirittura aspirare a conciliare l’inconciliabile, richiede un instancabile e delicatissimo lavoro. In questo processo non può essere estranea la sofferenza, che infatti serpeggia dolente fra le pagine, talmente acuta a volte da divenire in-sofferenza; eppure catartica. Attraverso il doloroso schermo del proprio essere si intravedono approdi intatti, forse irraggiungibili, ma la speranza ne resta nutrita:“[…] Immota danza,/ rugginosa arroganza/ che divina Maestrale, promettendo/ il sole di domani”.
Approdi che corrispondono a quel punto drammatico ma straordinariamente fecondo in cui si situa la poesia di Zanzotto, i cui versi sono posti all’inizio della terza sezione.
In quest’ultimo autore (particolarmente chiara la poesia da cui sono tratti i versi) si assiste ad una disgregazione della realtà e della lingua e, correlativamente, dell’io. A questo io in frantumi consegue un terrore - “il terrore di ogni giorno” come Zanzotto lo chiamava - uno sbandamento, un mancamento radicale. Ecco che allora traspare un’assoluta necessità di verità e questo mancamento, stritolato dalla consapevolezza della insufficienza comunicativa della lingua scritta, si sostiene solo nella presenza dell’Altro.
Un percorso non certo privo di fascino.
Questo fascino, esaltato attraverso le parole di Zanzotto, è misteriosamente percepito anche dal nostro autore che ha condotto la sua appassionata ricerca esistenziale con coraggio e maestria, seppure con altro iter poetico e, altrettanto misteriosamente, intatto ci arriva.

Sito personale dell’autore: www.robertocorsi.wordpress.com
e-mail: info@robertocorsi.com




ALBERTA BIGAGLI, Libertà e bisogno, Bastogi Editrice Italiana, Foggia 2008



Leggendo l’autobiografia di Alberta Bigagli, nota poetessa, critico e scrittrice fiorentina, nonché cara e stimata amica, mi sono venute in mente le parole di Joseph Conrad: “Prima si crea l’opera e solo dopo si riflette su di essa”, quasi Alberta fosse uno dei suoi avventurosi personaggi, spinta dall’ansia di libertà a solcare il mare della propria vita.
Ma cos’è in realtà un’autobiografia? Apparentemente la “fedele ricostruzione” della vita di un individuo. Eppure ogni autobiografia sempre ha origine da un motivo profondo, spesso sconosciuto, più forte di ogni possibile remora e tale da rendere ininfluente la considerazione di come sia difficile, per non dire impossibile, rimanere obiettivi quando si parla di sé.
Nel caso di Alberta Bigagli è stata commissionata dall’ispanista Gaetano Chiappini (venuto a conoscenza dell’autrice attraverso la corrispondenza di Carlo Betocchi con Oreste Macrì), profondamente interessato ai suoi lavori ed alla sua ricerca; tuttavia indicativa mi sembra la decisione ultima di volerla realizzare.
Accingersi a quest’impresa non significa soltanto ripercorrere a ritroso il viaggio della propria vita, ma andare al di là di certi instabili e oscuri confini, alla scoperta di una parte segreta e difficilmente accessibile, che nell’autore sta dietro a tutto ciò di non detto, non finito nella sua scrittura. Se l’artista crea sotto una spinta spesso irrinunciabile, non sempre però egli è interamente consapevole dei meccanismi che l’hanno scatenata. Di ciò è più facile rendersi conto ad opera scritta.
Esiste addirittura, diffusa in particolare nel mondo britannico, una terapia che si avvale di questa concezione: la “Biblioterapia”. Per la cura di certe malattie psicoterapiche, per mettere a nudo e vincere ansie e depressioni, talvolta basta la scrittura di un libro realizzato attraverso una sorta di “compiti a casa” prescritti dal terapeuta ai pazienti per aiutarli nel loro percorso di guarigione.
Singolare che in questo lavoro di Alberta Bigagli, tra chiose e ricordi che vanno dalla sua infanzia ai giorni nostri, scanditi come le fasi di un lungo giorno, emergano con tanta passione le sue esperienze di operatrice presso Ospedali Psichiatrici o istituzioni private, attraverso le quali ha avuto origine la sua ricerca sul “Linguaggio Espressivo”, ovvero incontri di gruppo con raccolta di voci con il metodo “tu parli io scrivo”. Una ricerca concretizzatasi in seguito in numerosi volumi e condotta sempre con amorevole interesse nei confronti dei “deboli”, degli “emarginati”. Oggi il suo Archivio di Linguaggio Espressivo è accolto presso la Cattedra di Sociologia della Comunicazione di Firenze. < br > Libertà e bisogno, oltre ad offrire all’autrice un’ulteriore possibilità di avvicinarsi alla sua verità, resta per noi lettori un libro che mantiene il fascino di ogni autobiografia, esercitato da quella “profanazione” autorizzata che ci permette di constatare consonanze e dissonanze tra opera letteraria e vicende autobiografiche di un autore. Esiste un alter ego di Alberta Bigagli? Lo si può ritrovare nei vari passaggi che segnano la sua vita, nella sua graduale scoperta del mondo e soprattutto del mondo poetico? Domande intriganti anche quando non riescono a trovare risposte.
Risulta invece chiaro da queste pagine l’autentico amore che Alberta nutre per la poesia. Talvolta l’autrice, alternativamente impegnata in lavori di poesia e di prosa, sembra meravigliarsi per come quest’ultima, a stesura finita, appaia in una forma tanto simile alla prima.
Non credo, conoscendo Alberta, ci sia molto da stupirsi. Il poetico “motore” della sua anima è unico e rimarrei perplessa se accadesse il contrario.
D’altra parte il Novecento è un secolo di esperienze letterarie caratterizzato da mescolanze di scritture e passaggi tra un genere e l’altro. Spesso la poesia si fa narrativa, sembra impossessarsi delle tecniche del racconto, sfiora quelle teatrali, gioca con i personaggi, e capita anche il contrario.

Alberta Bigagli, che ha attraversato tutto questo secolo con partecipazione ed impegno, con le pagine di Libertà e bisogno, mentre ci offre un ampio e non di rado gustoso spaccato d’epoca, sottolinea la piena adesione ed appartenenza al suo tempo. Con libertà e bisogno, come recita il titolo del libro.
Essa scrive in libertà, afferma Lia Bronzi nell’ampia prefazione, “[…]perché ella è nata libera ed altrettanto libero è il flusso di coscienza chela contraddistingue…” e per bisogno “… poiché la scrittrice è dotata di una natura a elevato grado di temperatura sentimentale ed irresistibile passione civile, umana e sociale […]”.
Una quotidiana battaglia a cui mai Alberta è venuta meno e, anche quando scure nubi hanno temporaneamente offuscato la sua lunga traversata, sempre ha saputo interpretare e tradurre ogni evento con autentico spirito poetico.




GABRIELLA MALETI, Queneau di Queneau, Edizioni Gazebo, Firenze 2007



Il titolo di questo libro la dice lunga sulla considerazione che Gabriella Maleti, nota scrittrice, poetessa e fotografa fiorentina, nutre nei confronti di Queneau, vero acrobata della lingua francese. Una delle qualità che certamente devono averla colpita in questo autore, è la duttilità di passare da un registro linguistico all’altro.
Essa sa bene infatti che, per condurre l’appassionante gioco della scrittura, non si può disdegnare nessun elemento linguistico; ci si avvale della grafia, si trasforma, si fa ricorso a parodie, a figure retoriche, a termini inusitati e a qualunque espediente la forza creatrice dell’autore riesca a scovare per potere adattare il linguaggio alla infinita varietà di situazioni proposte dalla vita. Queneau è senza alcun dubbio maestro in questa ricerca linguistica.
L’opera a cui Gabriella si ispira è Exercices de style (1947), quella in cui maggiormente si coglie l’interesse dell’autore per questa “meta-letteratura” e dove per novantanove volte egli ripete lo stesso (banale) episodio, cambiando sempre stile, punto di vista, vocabolario… Opera quasi intraducibile per l’uso ardito della lingua, la cui traduzione (con testo a fronte) fu affrontata e risolta con rara maestria solo nel 1983 da Umberto Eco. Italo Calvino, con Queneau uno dei fondatori del movimento OULIPO (Ouvroir de Littérature Potentielle, 1990) - ovvero l’Opificio (Ouvroir), il luogo nel quale si lavora, si produce e, soprattutto, si sperimenta - contribuisce ancora maggiormente alla sua diffusione nel nostro paese.
Data l’esplosiva e affascinante natura di questa ricerca, essa non ha mai finito di “stregare” ed ispirare artisti di ogni genere e, conoscendo il brillante e vulcanico ingegno creativo di Gabriella, non stupisce la sua decisione di continuare questo viaggio, divertendosi a piegare la lingua - la lingua italiana stavolta - in modo da farla approdare a nuove e personali (fra le infinite possibili) mete. Come osserva Mariella Bettarini in quarta di copertina, la Maleti con quest’opera“[…] ha inteso rendere omaggio con un testo straordinario all’autore di un’opera altrettanto straordinaria”.
Alla stessa maniera di Queneau anche Gabriella Maleti parte da un episodio iniziale. Il fatto, tra il comico, il doloroso e il grottesco, realmente accaduto ed esposto con sintetica chiarezza nei suoi aspetti essenziali, richiama alla mente lo stile asciutto e minimalista di Philip Roth, ma l’impressione resta confinata nella prima pagina.
Gli elementi della storia appartengono al microcosmo di una povera casa di ringhiera della Milano di un tempo: una mamma sola, un bambino che si sveglia nella notte fredda con un’incontenibile necessità. Ruotano attorno a questa vicenda pochissimi altri personaggi.
Storia e stile; “[…] una sorta di doppio canale narrativo…” in cui, nota nella prefazione Antonella Pierangeli, “…la Maleti tiene fermo il primo e varia infinitamente il secondo, invertendo il canone classico dello scrittore di storie diverse […]”.
Da queste variazioni nasce la pirotecnica fuga del linguaggio della nostra autrice, in un susseguirsi incalzante di scene e gustose caricature, oltre che di trovate linguistiche. Dalla Testimonianza allo Scoglionato, alla Notizia riportata al Tormentato e così via con il Crudele, l’Incazzato, l’Eroico, lo Psicanalitico, il Politico, il Pittorico… fino a ritornare alla Mamma ed al Bambino, quasi a chiudere un immaginario cerchio che fa pensare ad un unico ciclo, al perpetuo ritorno universale in cui l’uomo e la natura da sempre sono immersi, in un affresco letterario dagli sviluppi inimmaginabili e dagli effetti esilaranti.
Nel bizzarro affresco brillano i colori dell’ironia, la sottile (ma non troppo) presa in giro delle convenzioni sociali, il dissacrante e liberatorio uso della parola, ma risaltano anche, di volta in volta dipinti con i colori del nuovo registro linguistico, i personaggi, magistralmente ricostruiti, colti nelle loro angolature più recondite, quasi denudati davanti al lettore. Nel vortice del linguaggio lanciato sulle pagine a briglia sciolta, tra un’amara risata e una satirica piroetta, affiora umanità perché l’autrice sa affidare ad ogni sua creatura una parte profonda di sé. Lo fa col sorriso sulle labbra e con l’occhio attento di chi ha la piena consapevolezza che, in virtù del nostro essere uomini, tragedia e commedia difficilmente potranno essere disgiunte.
Un libro davvero straordinario, una ricerca condotta con intelligenza e grande amore per la nostra lingua, capace di muoversi in un ambito dove non solo la parola è sempre tesa a scavalcare se stessa, ma anche i diversi generi letterari tendono ad incontrarsi, sovrapporsi, mischiarsi: narrativa, poesia, teatro, fotografia…
Un libro, insomma, tutto da scoprire, da gustare e, perfettamente d’accordo con Antonella Pierangeli, mi unisco alla sua conclusione: “[…] A Gabriella Maleti non si poteva certo chiedere di più”.




VISCONTI LUCIA, Per mano, Edizioni Polistampa - Collana Corymbos, Firenze, 2008



Conosco bene l’autrice di questa raccolta poetica dal titolo così accattivante Per mano, da poco edita dalla Polistampa nella nuova collana Corymbos, e so quanta forza nasconda la sua figura minuta e apparentemente fragile. Esiste in lei una specie di fuoco interiore. Lo stesso che da sempre abita tutte le sue poesie riscaldando il lettore con il calore della speranza e della fede, cosa sempre più rara nell’odierno panorama poetico e che, in questa sua recente prova, non senza stupore, ho trovato addirittura rinvigorito.
Il nuovo libro di un autore, infatti, offre sempre a chiunque, inclusi gli amici più intimi, l’opportunità di riuscire a cogliere quanto ancora si cela nelle pieghe più recondite della sua personalità, riserbando talvolta al lettore imprevedibili e piacevoli sorprese.
Il profilo di questa autrice è sintetizzato con alcune note essenziali alla fine della raccolta, ma la sua poesia è forse più facilmente individuabile con l’aiuto delle parole di Franco Manescalchi, sapienti nel tracciare in quarta di copertina un efficace e nitido ritratto della sua poetica:
“Lucia Visconti può essere inserita, per l’evidenza della scrittura, nel novero di chi alla poesia giunge partendo dalla vita. Questo suo lavoro, come gli altri editi e inediti, s’inserisce nel solco di quel cattolicesimo fiorentino per cui il verso e il racconto sono imparentati da una necessità di dire, umile e illuminante, che va oltre la letteratura, rigenerandola con una visione del mondo che dà un senso d’eterno al quotidiano, restituendo dignità di parola anche ai moti più franti dell’anima, o forse partendo proprio da quelli.”
Dalla lettura dei brevi ma intensi componimenti di Per mano risulta chiaro che la poesia di Lucia, prima di potersi librare in cieli alti, ha bisogno di attingere a piene mani dalle esperienze che hanno caratterizzato e segnato la sua vita.
La sua prima pubblicazione, la raccolta poetica Orme di Signoria, risale al 2003; a poca distanza di tempo, nel 2004, seguirà Grazie Disma (ambedue nei tipi delle Edizioni Chirico di Napoli), testo in prosa nato da un viaggio che fece scattare in lei la voglia di approfondire ulteriormente il mistero del senso della sofferenza e della misericordia divina. Nel 2007 sarà pubblicato un lungo racconto Con il volto di terra (Editore Cantagalli di Siena), dotato di una pregevole ed ampia postfazione di Plinio Perilli. Un racconto legato alla terra d’origine di Lucia, il Monte Amiata (accenni a queste radici amiatine si ritrovano anche nelle poesie), a cui non sono mancati ampi e importanti consensi di critica, come del resto sempre è accaduto per ogni suo lavoro.
Nel corso degli anni si sono interessati a lei: Giorgio Barberi Squarotti, Franco Manescalchi, Plinio Perilli, Carmelo Mezzasalma, Mario Sodi, Alberta Bigagli, Mariella Bettarini, Antonio Spagnuolo, Letizia Lanza, Vittorio Messori, Giulio Panzani, Giuliano Ladolfi, Vittoriano Esposito, Pasquale Defelice, Pietro Pancamo ed altri.
Non si pensi che, tra un’opera e l’altra, questa dolce signora si sia riposata. Per Lucia la scrittura è una necessità, anzi una missione, come lei stessa la definisce, e non si risparmia.
Insegnante elementare per vocazione, per lungo tempo ha curato numerosi laboratori linguistici nella sua scuola senza mai dimenticare di arricchirli con la poesia, proponendola e facendola scoprire ai piccoli. Quando non ha più potuto dedicarsi a questi progetti personalmente, ha continuato a farlo in maniera indiretta, mettendo generosamente a disposizione dell’amato mondo scolastico la sua vasta esperienza.
Inoltre sono fluite dalle sue mani recensioni, note critiche, collaborazioni, andate ad arricchire riviste e siti internet di ottimo livello ed altri progetti di scrittura sono nel cassetto.
Se a tutto ciò si aggiunge che è madre di cinque figli e deve quotidianamente conciliare le sue attività con l’onerosa famiglia, il quadro di questa autrice comincia a diventare davvero interessante e non si fatica a immaginare quanto sia stata forte la spinta che l’ha avvicinata alla scrittura e che tuttora continua a premere. Molti dei suoi testi, sia in prosa che in poesia, hanno collezionato una teoria di premi in vari concorsi e suoi lavori sono inseriti in numerose antologie.
Questo piccolo volume Per Mano è in gran parte composto da poesie lungamente covate, spietatamente tagliate, limate finché non si sono ridotte alla pura essenza del loro significato. Una volta arrivate alla versione ritenuta definitiva, sembra quasi assumano l’aspetto di frecce. Frecce infuocate e saettanti che in un attimo arrivano, colpiscono e bruciano. Fortunatamente non uccidono, però scuotono con forza il lettore mettendolo di fronte alla sconvolgente Verità da cui l’autrice è animata. Ogni suo verso, infatti, aderisce totalmente a quel messaggio cristiano che, nonostante sia vecchio di duemila anni, rispetto alle egocentriche tendenze della società odierna, appare rivoluzionario, perfino folle tanto è distante dalla comune mentalità. E Lucia è così “imbevuta” del mistero di Dio da non poter fare a meno di comunicarlo ed estenderlo agli altri.
Come si legge nella bella introduzione di Carmelo Mezzasalma, si tratta di una scrittura “mistica e poetica al contempo”. Un messaggio straordinariamente semplice perché si cala nella realtà attuale e si nutre di sentimenti e di drammi umani comuni a tutti noi mortali, ma anche, e forse proprio per questo, tanto difficile da accogliere. Superare le nostre miserie è sempre un’impresa ardua. L’animo di Lucia, invece, non si dà mai per vinto. Il linguaggio si adegua alla passione che è in lei e, poesia dopo poesia, continua a plasmarsi a questa sua Verità; si fa denso, ricco di riferimenti e allusioni pur nella estrema sintesi della forma, colto e semplice, potente ed intriso di sentimenti autentici in cui chiunque può facilmente riconoscersi, proprio perché succhiano linfa dalla vita di tutti i giorni. Soprattutto è un linguaggio teso a trovare le formule giuste per poter essere consegnato ad altri.
La poesia di questa autrice nasce dall’inesauribile e costante desiderio di rendere accessibile al lettore la bellezza della sua fede. Impresa veramente difficoltosa. Alla misteriosa Poesia (misteriosa perché indefinibile, ma non per questo non riconoscibile) viene affidato il compito di esprimere ciò che, per la sua complessità, risulta impossibile esprimere in altro modo. Stranamente, spesso, la Musa assolve a questa sua immensa funzione riuscendo ad occupare spazi incredibilmente esigui. Una Musa ben nota a Lucia, colpita piuttosto frequentemente da quelle che generalmente vengono definite “folgoranti intuizioni poetiche” (in realtà frutto di lunghi e tormentosi periodi di interna macerazione) in cui il suo pensiero e il suo cuore riescono a manifestarsi completamente con poche, e del resto le uniche possibili, parole necessarie.
C’è un bellissimo distico tra le sue poesie, mirabile per intensità e armonia: Sirena-spada trafigge la notte./ Padrona dei miei sogni, l’eco rossa.(Eco rossa). Sono due soli musicalissimi endecasillibi, ma, leggendoli o ascoltandoli, quante porte aprono. Tra i lavori di Lucia, con identico titolo e nato da identica fonte d’ispirazione, esiste anche un lungo racconto, inedito per ora. Un’opera pregevole sulla quale Barberi Squarotti, interpellato per un’opinione, nell’arco di pochissimi giorni, si è espresso con accenti estremamente lusinghieri. Eppure questo distico, in due soli versi, riesce a concentrare il significato e l’emozione dell’intera storia.
Un’uguale capacità sintetica e la stessa potenza espressiva si trovavano già anche nella precedente raccolta poetica Orme di Signoria, che Mario Sodi, cogliendo il mistico profumo di quei testi, nella sua introduzione aveva avvicinato al Cantico dei Cantici. Sono infatti versi pervasi da un particolare afflato amoroso, un insieme di voci, echi, ritmi e musiche ancestrali e l’accostamento non è certo azzardato. Tuttavia, rispetto al suo esordio, già di notevole livello formale e stilistico, i versi di Lucia si sono ancor più affinati, allineati su un invisibile filo guida che rende questo ultimo libro più compatto, meno dispersivo, più vicino alla meta a cui aspira. “Con urlo muto/ Ti chiamo/ Il cuore scoppia.” recitava una poesia di questa prima raccolta. L’urlo muto ora si è tradotto in parola. In Per mano il tema del mistero della sofferenza ancora abita le pagine, ma, affiancata, sembra ci sia anche la forza per superarlo. In momenti di estatico abbandono ci viene perfino additata la strada da seguire. Nell’unica maniera possibile per l’autrice: affidandosi alla mano del Cristo, lasciandosi guidare anche là dove mai vorremmo andare. “Dobbiamo osare” sottolinea nella prefazione Carmelo Mezzasalma “ecco il messaggio profondo della poesia di Lucia”.
Un titolo forte dunque questo Per mano che, se compreso in tutto il suo significato, mette quasi paura per la totalità dell’adesione che richiede. Tuttavia suona anche dolcissimo. Richiama alla mente l’immagine di un bambino che, per attraversare la strada, prende “per mano” la mano familiare o amica con totale fiducia, mentre le macchine sfrecciano dietro e davanti a lui.



PIETRO PANCAMO, Manto di vita, Lieto Colle, Faloppio, 2005



È opinione comune, secondo la critica contemporanea, che l’arte, intesa nelle sue varie espressioni, sia non tanto quella che si limita a considerare l’aspetto estetico di un’opera, ma quella in cui confluiscono anche l’aspetto storico, religioso, etico; tuttavia, ancora ciò non basta. L’artista deve saper cogliere in questi elementi un certo “non so che” indispensabile a rendere la sua produzione non solo attuale, viva nel momento contingente, ma capace di resistere oltre, messaggera della sua testimonianza, della sua “traccia”. Presenza, peraltro, non sempre facile da individuare.
Non sarà necessario ricordare, per quanto riguarda ad esempio la poesia e la narrativa, i nomi dei grandi critici che hanno animato il nostro ultimo secolo approdando a concetti di linguaggio, espressione e codici diversi per provare a identificare e meglio definire questa ricerca.
Restano preziosi e irrinunciabili punti di riferimento per chiunque voglia addentrarsi nella fitta foresta della letteratura; tuttavia oggi, lo scrittore, pur non rinunciando al tentativo di creare un linguaggio portatore di riflessioni etiche e di sentimenti, si trova a fare i conti con una società che si modifica profondamente e ininterrottamente.
Nuove tecnologie come la telematica, l’informatica, che poi intrecciandosi generano “internet”, incommensurabile rete di rapporti umani e per di più in tempo reale, hanno prodotto un mutamento radicale anche nella maniera di approcciare i versi o la prosa; una mutazione ancora in atto, per cui è impossibile conoscerne interamente gli effetti. Un fenomeno, per ovvie ragioni più accentuato nei giovani, che troppo spesso si tende a sottovalutare o addirittura ignorare.
Certamente, per la smaccata facilità di accesso, è assai più alto il rischio di trovare in rete opere inadeguate, estremamente superficiali e, non di rado, esibite con enorme immodestia. Di conseguenza pareri discordi circolano sull’impegno e sul valore di alcuni autori che preferiscono destinare la loro produzione, in gran parte se non in toto, a questo telematico mezzo di comunicazione.

Lunga, ma necessaria premessa per presentare questo piccolo libro Manto di vita di Pietro Pancamo, edito da LietoColle e arricchito da un’ampia e dettagliata prefazione di Marisa Napoli (Università Cattolica di Milano).
Il giovane autore – recensito da Walter Mauro e dal trimestrale di stampa ‹Atelier›, oltre ad essere giornalista, redattore professionista, redattore del semestrale cartaceo ‹La Mosca di Milano› è anche caporedattore per la poesia del trimestrale elettronico ‹Progetto Babele›; curatore de ‹L(’)abile traccia› (sito culturale consultabile all’Url www.labileabile-traccia.com e così “battezzato” al chiaro scopo di alludere alla labilità, o presunta tale, della parola affidata all’etere virtuale), ha pubblicato su numerose riviste cartacee fra cui ‹Poesia› (Crocetti editore), ‹Poiesis›, il ‹Notiziario dell’Accademia internazionale d’arte moderna di Roma›, ‹Gradiva› (semestrale di New York USA) e ‹Filling Station› (quadrimestrale con sede a Calgary, Canada), ma anche su molte riviste telematiche, come ‹Scriptamanent› (Rubbettino Editore), ‹El Ghibli›, ‹Fucine Mute›.
Ex-direttore del trimestrale digitale ‹Niederngasse Italian› e vincitore del Premio “Città di Torino”, Pancamo (classe 1972) da tempo muove la sua ricerca poetica sul duplice binario su cui, nella letteratura odierna, sempre più spesso corrono affiancate la parola scritta su carta e quella consegnata ad internet, e, in ognuno dei due ambiti, si distingue per rigore e professionalità.

Manto di vita è una breve raccolta di venti poesie, tuttavia sufficiente per poter entrare nell’estroso e ricco universo poetico dell’autore.
Si legge nella prefazione: “Il riferimento al dato autobiografico o l’attenzione al particolare non sono una trappola per Pancamo. Il compiacimento autoreferenziale non lo riguarda. Il suo interesse è esistenziale. Questa poesia, in sintesi, diventa breve allegoria di come si dispiega, si svolge emblematicamente la vita di un uomo…”. Di fatto, lirica dopo lirica, si evidenzia la varietà di codici e registri linguistici utilizzati per scoprire (e fare scoprire al lettore) una vasta gamma di sentimenti e sensazioni.
Il titolo Manto di vita richiama alla mente immagini rivestite, “ammantate” dalla forza vitale del cosmo, quasi un inno alla vita. L’interpretazione ultima e complessiva della sua opera non è forse troppo lontana da questa luminosa visione, ma la lettura dei singoli testi, fin dall’inizio, ci pone invece di fronte ad un’anima tormentata, tesa, nello sforzo della scrittura, a superare un dolore intimo, inespresso. Scure ombre di pessimismo caratterizzano molti dei suoi versi: “Come disprezzo/ questo mondo/ nel quale si vive/ solo per evitare/ noie al motore […]” (Disprezzo ai tramonti), oppure “Quanta spazzatura/ che mi ritrovo addosso/ nelle dolci siepi di bosso./ Qui tra le foglie verdi/ han fatto una discarica.” (Vecchiaia: canto di un barbone errante nella discarica). Altrove, con tinte forti (e rabbiose?), scarica la negatività che sente gravare sull’anima nel mondo circostante e, con versi nitidi e sintetici, ri-costruisce l’universo dando vita ad immagini quasi personificate dello stesso: “Il sole poggiava frustate di luna / sulla mia mano. / E il cielo gridava / nei sogni di niente./… (Sole maligno). Un pessimismo solo appena stemperato nella poesia Io adesso festeggio dove si percepisce la ripresa della speranza, seppure ancora venata di profonda malinconia: “…la naftalina di vecchie allegrie / mi tiene conservato il cuore./[…]" e che potrebbe richiamare alla mente il leopardiano pessimismo, ma qui, come acutamente nota Marisa Napoli, “[…]la Natura, diversamente che in Leopardi, è lei che urla e soffre, per il sonnolento ottundimento degli uomini”.
Ricorrente, tra le immagini della natura, la “notte” e quanto a lei si riferisce, tema dominante nella poesia di Pancamo, che riconduce il lettore ad una visione del cosmo non solo personificata, ma poeticamente trasfigurata dagli occhi dell’uomo, come nella bella Somiglianze “A quest’ora/ ogni paese/ è un fagotto/ di stelle e di buio. // Ma lo è pure/ questo cielo vagabondo/ (guscio d’aria e di respiri)/ che stringe in un solo mondo/ città, mari e tempeste. / […] A quest’ora/ ogni uomo/ è un fagotto /di buio e di stelle.” In questo “fagotto”, nel quale forse Pietro Pancamo per qualche attimo si identifica, si racchiude un’estrema dolcezza, una memoria dell’infanzia (equiparata a periodo di vita sereno e felice) che riaffiora suo malgrado, risvegliando nel poeta una sensazione di Bellezza atavica perduta, eppure miracolosamente recuperabile e ricostituibile nei fragili frammenti della poesia.
Altro aspetto che colpisce nei versi di questo autore è l’“ironia” e il sapiente uso che egli sa farne, ben evidente nella lirica omonima in cui le si rivolge affrontandola con piglio deciso: “Indosso la magrezza/ con la disinvoltura/ di chi ironizza […]”, terminando però con il filosofico, disperato appello “Ma senza di te,/ ahinoi,/ la poesia/ è pura (mera) melanconia”.
Guizzi d’ironia improvvisa li ritroviamo anche frammisti ad altre vivacissime immagini, sia relative alla sfera del quotidiano che a quella del sogno, a teneri spunti d’amore e di compassione nei confronti dell’altro, ad abbandoni di solitudine e a desolanti, lucidi sguardi sul mondo. Sempre con esiti felici di linguaggio che, estendendosi con padronanza su più registri, di volta in volta dona al lettore percezioni e sfumature diverse: leggerezza di stile, giochi di fantasia, tuffi improvvisi negli oscuri meandri dell’anima, cedimenti di fronte all’illusorietà della vita. I cedimenti, però, non significano resa, soprattutto non resa definitiva.
A leggere bene, in queste apparentemente sconsolate costruzioni poetiche, sottolineate da uno stile asciutto, essenziale, privo di ogni inutile orpello e rigorosamente attento all’uso della parola, ugualmente si coglie il vitale istinto del poeta che, seppure immerso nella sua “notte”, trova in sé la speranza di uscirne fuori. Per spiragli, a fatica e con coraggio, come ogni percorso umano seriamente affrontato richiede.
Significativa, a questo proposito, una delle ultime poesie della raccolta Racconto: “Se guardo attraverso/ davvero a lungo/ riconoscerò, poi,/ nell’aria del mattino// (le campane - non per me -/ sono l’alba/ popolata di prime ore)// i detriti del mio semplice destino”.
Nella consapevolezza che anche dopo la notte più terribile sempre un’alba si annuncia.




LEONORA LEONORI CECINA, NEL SEGNO DELLA LUNA, COLLANA SAGITTARIA, POLISTAMPA, FIRENZE 2007



Nel segno della luna, l’ultima raccolta di poesie di Leonora Leonori Cecina, nella elegante veste della collana Sagittaria a cura di Franco Manescalchi, Edizioni Polistampa, riproduce in copertina una pittura dell’autrice: il quadrante blu notte di un cielo stellato dove enormi lancette segnano il tempo contrassegnato da fasi lunari.
Il pregevole, un po’ misterioso disegno, in perfetta sintonia con il titolo dell’opera, costituisce, per il lettore, una preziosa indicazione di percorso.

Moltissimi critici si sono interessati a questa autrice e alla sua poesia, definita da Mario Luzi “…amabile ed incisiva, elargizione della natura…” e numerose sono le pubblicazioni, non di rado classificatesi ai primi posti in premi letterari nazionali e internazionali, che hanno preceduto questa silloge.
Leonora, senza cedere alle lusinghe di una società consumistica pronta a condizionare alle sue leggi anche la poesia, ha sempre continuato ad esprimere la sua poetica visione del mondo rimanendo fedele a se stessa e questa pubblicazione ne è la conferma.
Come acutamente nota Franco Manescalchi in quarta di copertina, essa “…ha sentito la necessità di mettersi allo specchio e (lei, che è anche pittrice) di ritrovare le sue connotazioni profonde e decisive nel ‘segno della luna’ che, per tradizione, è sinonimo metamorfico di donna.” Il suo essere donna, tuttavia, non si arresta ad una sfera privata, ma, partendo dalla personale ricerca, aspira a verità più profonde, universali; interpreta e canta una più vasta femminilità, scandagliando il quotidiano disagio e dolore troppo spesso accompagnati alla condizione femminile. Uno tra gli esempi più belli, la lirica Donne: “Sono l’attesa/ senza l’incontro,/ la fugacità dell’attimo/ e l’archivio di storie millenarie./ […] Sono l’abbraccio dei meriggi d’agosto/ quando il sole raggiunge anche l’anima./ Sono la punta indurita dell’iceberg/ che neppure l’ozono frantuma…” (Luna crescente).

Il libro è rigorosamente suddiviso in quattro parti ciascuna delle quali individuata da una fase lunare. All’influenza delle quattro fasi Leonora, irresistibilmente attratta, non può sfuggire, come non possono sfuggire bassa e alta marea o i “germogli stagionali” sulla terra.
In questa selenica atmosfera la sua poesia si snoda fluida o s’impenna improvvisamente, libera da schemi, seguendo un ritmo del tutto personale, svincolato da ossessive, talvolta assurde ricerche linguistiche e ingentilito di tanto in tanto dal tocco di settenari ed endecasillabi. Oscilla tra una Notte (il nero, la parte oscura nascosta in ciascuno di noi) ed un variabile Chiaro di luna che, con ritmi precisi, sconfigge o cede all’oscurità, nel cerchio senza fine della cosmica corsa.

Nella prefazione Stefano Lanuzza ha colto e ampiamente sottolineato questa dualità nella poetica dell’autrice ed osserva: “Senonché, all’insidiosa Lilith, agli incubi e alle tenebre della Luna Nera (“la luna buia”), anche contro chi vorrebbe “accantonarti all’angolo del giorno”, Leonora, sospesa all’“Incanto infantile/ del cuore”, a un mondo popolato di teneri affetti e umili simulacri suscitanti “uno stupore ancora bambino”, oppone, attimo per attimo, la propria personale, amabile Luna Bianca…”
La tenue luce lunare rivela alla poetessa sagome, contorni, apparentemente indistinti e sfuggenti ai suoi opachi occhi umani “Occhi stanchi/ per troppe primavere/ abbassati sull’abbandono inerme/ delle braccia.” (contrapposti agli occhi innocenti dei fanciulli “Eppure i fanciulli hanno occhi/ trasparenti/ e in mano giochi d’intuizione.”), ma sufficiente per indicare una via, per riscoprire la bellezza e la lungimiranza di quegli sguardi bambini. La sua “Luna Bianca” diventa allora capace di oltrepassare i labili confini di magico idolo e mitologico simbolo fino ad assumere un aspetto quasi salvifico, identificandosi in quella fonte di Verità e Conoscenza cui la poetessa aspira.
Anche la Notte, da sempre abituale compagna della poesia di Leonora, ma per le peculiari caratteristiche assurta qui a simbolo negativo, illuminata dal lunare chiarore, perde ogni connotazione oscura e diventa l’incantato sfondo che si offre all’autrice nella sua veste di silenzio, necessaria dimensione quando si è in attesa di risposte. Lo si percepisce bene nella stupenda Dilatami la mente: “Dilatami la mente stanotte/ maliarda luna/ fino a inabissarmi nell’inconscio/ saziarmi di verità/ a stento percepite/ e limpide porgile a questo calvario/ di interrogativi.” (Luna crescente)
Dall’inconscio affiorano spesso dolorose domande esistenziali, ma anche frammenti memoriali, slanci di sentimenti profondi e teneri affetti attinenti al vivere quotidiano. Esistenza ed esperienza si fondono così in quel magma di Luna Bianca segretamente custodito nell’anima della poetessa e che, forse, proprio perché tanto amorevolmente alimentato, riesce a contrastare l’opposta forza finché la strana fusione/opposizione si traduce in versi.

Nella seconda e terza sezione, Luna piena e ancor più in Luna calante, “…la parola/ si fa libero cavaliere al galoppo,/ senza briglie/ senza redini/ fino a togliere ogni dimensione/ di spazio e tempo”.
Malinconia, stupore, dolcezza, eleganza di stile caratterizzano le liriche dell’autrice, come sempre in precedenza, eppure ora il linguaggio, di tanto in tanto, approda a “dimensioni” nuove; pare quasi di sentire questa parola gridare, come volesse essere ascoltata a tutti i costi, prima che il tempo possa concludere il suo percorso.
Le grosse lancette gialle non a caso si stendono sul notturno quadrante stellato graffiando con forza il blu, quasi fossero lunghi artigli, scandendo i ritmi della luna. Il tempo, con il passare degli anni sempre più percepito in tutta la sua fugacità, oltre a segnare le fasi lunari, fa sembrare ancora più struggenti certi frammenti di ricordi e più prezioso “l’attimo concesso”.
Molte sono le poesie che ruotano attorno a questo tema e vi si soffermano con riflessioni ora serene, ora amare o sbigottite: “Basta un sospiro/ un fievole soffio/ per lasciare di noi/ solo foto e ricordi”. (Luna calante)
Eppure i ricordi parlano, riscaldano, restituiscono la voglia di “acrobazie di volo”.
Nell’ultima sezione Luna piena, intensa e carica di misteriosa attesa, Leonora si dispone alla paziente operazione di ri-costruirsi, mettendo insieme tutti questi suoi tasselli (“pezzi” di vita per restare fedeli al suo linguaggio), per ri-scoprire “l’eternità del cuore” e il dolce potere del silenzio: “Al di sopra,/ in silenzio,/ lo sguardo punta/ verso la stella più lontana.” oppure “In disparte/ ad osservare il mondo/ che si contorce in frenesie di vita. // È l’angolo del silenzio/ dove sommessa la parola/ si spoglia del superfluo/ e nella sua nudità / vola alta/ in parabole di poesia”.
Una parola sommessa, ma limpida e chiara mentre invita il lettore a seguirla in un autentico coinvolgimento di condivisione.




LAURA MARIA GABRIELLESCHI - COMPAGNO D'OCCASIONE
COLLANA CORYMBOS POESIA, POLISTAMPA 2007



Una veste tipografica semplice ed elegante si impone agli occhi del lettore nel prendere in mano questo poemetto. La recente collana Corymbos Poesia delle Edizioni Polistampa ospita autori qualificati e selezionati, poeti autentici.
Purtroppo il termine “poeta” oggi è abusato, stravolto e troppo spesso ingannevolmente proposto ad un pubblico sempre più condizionato e raggirato da leggi esclusivamente commerciali.
“Ogni vero poeta - scriveva Clemente Rebora nel 1956 nei suoi Pensieri in apertura ai Canti dell’infermità - (e pochissimi lo sono) […] ha in proprio il suo non comunicabile genio personale innestato nell’elemento unanime e perenne della cultura e della civiltà del suo tempo; per cui, questo elemento universale - e quanto più è purificato d’ogni ingombro contingente - lo fa diventare un classico”.
Un’intuizione che può scaturire solo da un poeta degno di questo nome, abituato a cercare con umiltà e fedeltà in se stesso l’“essenza” della vita e di tutto ciò che lo circonda, libero dagli ingombranti schemi e giudizi della società a cui appartiene.
Leggendo queste poesie di Maria Laura Gabrielleschi, cercando di penetrare il suo universo interiore, non ho potuto fare a meno di pensare a queste parole di Rebora ed ai suoi bellissimi testi (troppo spesso non adeguatamente valutati), mai morti, dunque entrati in quella dimensione di “classico” cui si accennava, al contrario di quelli di autori a lui contemporanei, crollati il più delle volte sulla loro vuota magniloquenza. Tutto questo anche se le poetiche dei due autori hanno ben pochi punti in comune. Eppure tutte e due, per la loro autenticità, colpiscono al cuore.

Il poemetto consta di una cinquantina di testi, distinti in tre sezioni e raccoglie poesie scaturite nell’arco dell’ultimo decennio (1997-2005), permettendo al lettore di farsi un’immagine abbastanza precisa (sebbene i poeti siano sempre sfuggenti ad ogni definizione) di questa complessa personalità di autrice e di donna.

La ricerca poetica della Gabrielleschi si svolge tutta all’interno di un impervio e doloroso percorso esistenziale in cui emerge la solitudine, struggente e rabbiosa al tempo stesso, eredità dell’incontro con l’uomo (ovvero gli uomini della sua vita): amara consapevolezza della fugacità, dell’illusorietà dell’amore umano. Alternativamente l’anima si rassegna e si ribella; nel sottofondo, tuttavia, nell’intricata foresta dell’inconscio dove i moti dell’anima seguono impulsi misteriosi, ancora “lo sgomento trema nel corpo”, ancora permette ai sensi di attendere e di rivisitare il sogno.
Già fin dalla prima poesia questo tema si annuncia e in pochi, limpidi versi si dispiega:
Restano in basso i giorni
Cancellati dal sole
I fili azzurri senza traccia
Di pene d’amore.

Il mattino colma lo spazio
Senza desiderio.

Aprire le porte e vedere
Ignote orme di piedi,
Non necessarie.

L’epigrammatico “non necessarie” a conclusione della lirica, già fornisce l’indicazione per comprendere il titolo dell’opera Compagno d’occasione, come peraltro, nella pagina che precede questa poesia, si poteva dedurre anche dalla dedica indirizzata a due care amiche che suggella un bel verso della W. Szymborska “Devo molto a quelli che non amo”, maggiormente chiarita dall’autrice in una nota alla fine della raccolta.
Con versi asciutti e quasi scabri nella loro semplicità - il dettato linguistico della Gabrielleschi insegue sempre l’essenza di ciò che le nasce dentro, rifuggendo inutili appesantimenti lessicali o acrobazie della parola - il discorso della poetessa continua nelle liriche successive compenetrandosi spesso alla natura o all’ambiente che fanno da sfondo. Così il mondo esteriore si trasfigura ed assume i colori lividi e stizziti della sua realtà emotiva: “E’ rimasta senza voce / La casa indignata / Della sua perdita…”, “Nella crudeltà dell’aria / Che bagna i tetti marci / Nello scuro disagio della sera / Spuntano bocche selvatiche…”, “Si prepara una primavera spoglia / i ciliegi tardano a fiorire…”.
Quest’ultima citazione è tratta dalla seconda parte del poemetto Amore obliquo. Qui il tono di questa poesia sprofondata nella disillusione, inizia leggermente a stemperarsi.
Sorgono accanto ai versi oscurati dall’ombra, altri versi più lievi, più aperti alla speranza: “Amore obliquo / […] / Sei il mistero che vuole la memoria.”, “Anche la luce / Che scende sopra il letto / E’ una traccia.” e, più avanti, nella bella Non ci sarà qualcosa nel mio nome, il mirabile distico che conclude il pianto-canto con la delicata immagine di un fiore “Sono nata di maggio / Peso quanto una rosa.”, simbolico abbandono, involontaria immedesimazione in una consolante e luminosa Bellezza, forse più di lei resistente alla fragilità.
Certamente essa deve proteggersi dai dolori che la vita, a tradimento, le infligge. "Tu non devi passare /Voce lenta che stacchi / A colpi di vento / Parole segrete.…”, “Cuore docile e armato / […] Ti chiedo lo scudo / La benda sugli occhi…”, “I cardini del cuore / Sono ben sigillati / Non lasciano entrare nessuno…”

Queste, seppur poche, tracce di lievità, mi sembra lascino spazio ad una interpretazione parallela e meno tragica del suo sentire perché, come sottolinea anche Franco Manescalchi in quarta di copertina: “l’alter ego è ambiguo, sfuggente, mortale, in bilico tra la fame e la sazietà…”.
Il disinganno e il vuoto giocano sicuramente un ruolo preponderante nell’animo di questa autrice, ma io credo che chiunque decida di affidarsi coraggiosamente nudo alla poesia, abbia ancora dentro di sé, vivo, il seme della speranza e chissà, forse, quella “ignota sventura pronta dietro l’angolo” ci cui la poetessa sembra così certa, potrebbe non essere tale.







GLI OSPITI 2006 2007

PIANETA POESIA

PROGRAMMA ORGANIZZATO DALL’ASSOCIAZIONE NOVECENTO POESIA PER L’ANNO 2007 IN COLLABORAZIONE CON L’ASSESSORATO ALLA CULTURA DEL COMUNE DI FIRENZE E CON LA BIBLIOTECA MARUCELLIANA DI FIRENZE

GLI OSPITI 2006 2007

1. ALBERT SASSO. 2. ALBERTA BIGAGLI 3. ALBERTO CARAMELLA 4. ALESSANDRA TEMPESTI 5. ALFREDO LUCIFERO 6. ALMA BORGINI 7. ANNA BALSAMO 8. ANNA MARIA PICCINI 9. ANNA VINCITORIO 10. ANNALISA MACCHIA 11. ANNAMARIA GUIDI. 12. ANTONELLA SERAFINI 13. ANTONIETTA LA MORTE 14. ANTONINO BOVE 15. ANTONIO SPAGNUOLO 16. BEATRICE BAUSI BUSI 17. CARLA VIAZZO 18. CARLO DELLI 19. CARLO LAPUCCI 20. CARMELO CONSOLI 21. CARMELO MEZZASALMA 22. CATERINA DAVINIO 23. CATERINA TROMBETTI 24. CATERINA VERBARO 25. CLAUDIO E IRENE FUSAI 26. DANIELA MONREALE, 27. DANTE MAFFIA 28. DUCCIA CAMICIOTTI 29. EMANUELE CONVENTO 30. EMMA SANGIOVANNI VIERI TORRIGIANI MALASPINA 31. EVARISTO RIGHI 32. FABIANO BRACCINI 33. FRANCA BACCHIEGA 34. FRANCA BELLUCCI 35. FRANCO PIRI FOCARDI, 36. GABRIELE-ALDO BERTOZZI 37. ANTONIO GASBARRINI, 38. ANGELO MERANTE, 39. FRANCOIS PROI 40. GABRIELLA MALETI 41. GIANCARLO PUCCI E ROSSELLA: 42. GIOVANNA COLONNA DI STIGLIANO 43. GIOVANNA FOZZER 44. GIOVANNA RUÀ CASSOLA 45. GIOVANNA UGOLINI 46. GIOVANNI SPENA 47. GIULIA DI BELLO 48. GIUSEPPE BALDASSARRE 49. GIUSEPPE PANELLA 50. GIUSEPPINA LUONGO BARTOLINI 51. GRACE CAVALIERI 52. GRAZIA FERRALI 53. GRAZIA LODESERTO 54. GUGLIELMO DI MAURO 55. GUGLIELMO PERALTA, 56. IGNAZIO APOLLONI 57. IVO MORINI 58. KIKI FRANCESCHI 59. LAURA MARIA GABRIELLESCHI 60. LAURA RAINIERI 61. LENIO VALLATI 62. LENIO VALLATI 63. LIA BRONZI 64. LILIANA UGOLINI 65. LORENZA ROCCO CARBONE 66. LUCIA VISCONTI CICCHINO 67. LUCIANO FUSI 68. LUCIANO RICCI 69. LUIS LYONS 70. MARCELLO CALY 71. MARCO SIMONELLI 72. MARCO STILCI 73. MARIA ENRICO 74. MARIA GRAZIA MARAMOTTI 75. MARIA PIA MOSCHINI 76. MARIA RITA BOZZETTI 77. MARIA TERESA SIMONCINI 78. MARIAGRAZIA CARRAROLI 79. MARIELLA BETTARINI 80. MARILENA MOSCO 81. MARIO MASTRANGELO 82. MARIO SODI 83. MARIO SPECCHIO 84. MASSIMO MORI 85. MICHELE FAVARO 86. MICOL CHIARANTINI 87. NANDO PIERLUISI 88. NICLA MORLETTI 89. PAOLO CORRADINI 90. PASQUALINO BONGIOVANNI 91. PATRIZIA FANELLI 92. PATRIZIA FAZZI 93. PIERO LONGO 94. PINO PIERI 95. PLINIO PERILLI 96. RAGAZZO 97. RENATO NISTICÒ 98. SABINE PASCARELLI 99. SENZIO MAZZA 100. SIMONA TOCCI 101. TOMMASO LISA 102. UBALDO FADINI 103. VERA FRANCI -RIGGIO 104. VITTORE BARONI, 105. MASSIMO MORI, 106. GIANNI BROI.