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FOGLI IN CORSA

Rapide soluzioni per scrittori in costante movimento.
Laboratorio on line di prosa e poesia, commenti ed editing ai lavori spediti, analisi del testo e delle sue possibilità.
Il laboratorio si concentra sull'importanza di mettere a fuoco la rotta, di procedere sempre nel vivo, trovando il proprio stile e le strategie di costruzione.
Per partecipare al laboratorio basta versare l'abbonamento di € 50 sul c.c.p. n° 18186502 intestato a Novecento Poesia.
Inviate il vostro materiale cartaceo a Novecento Poesia c.p.122 Firenze centro o, per email, a guarducci10@yahoo.it





SCRITTURE DI ARREMBAGGIO

Questo è uno spazio per chi accetta la sfida di affrontare e perdersi in zone scomode o particolarmente provocanti. Si definiranno di volta in volta esercizi di scrittura con partenze stabilite, TEMI d'improvvisazione, legati a spunti di vista: manie, eccessi, cadute.
La forma non ha importanza: potranno essere poesie, racconti noir, testi di teatro.
Sarete seguiti in questo delirio, con un lavoro di suggerimenti ed eventuali correzioni.
Minimo di partecipanti 5, per iniziare il viaggio.
Per partecipare al laboratorio basta versare l'abbonamento di € 50 sul c.c.p. n° 18186502 intestato a Novecento Poesia
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GLI HAIKU E I QUASI HAIKU

L’haiku, o parola di viaggiatore, nasce da l’isolamento di una strofa di un componimento corale di voci che si susseguivano. Un po’ come il nostro sonetto si dice, fra le varie possibilità, sia nato dall’isolamento di una strofa di canzone.
Molto all’ingrosso l’haiku, per gli orientali, corrisponde al nostro sonetto.
Per tutta una serie di aspetti ambientali, filosofici e tecnici è impossibile, per un occidentale, scrivere haiku veri e propri.
Manca da noi la possibilità di sviluppare il rapporto fra testo e contesto. Il contesto, per i giapponesi, è un campo ritualizzato dover si svolge la vita e che l’haiku interpreta in modo nevralgico, anche perché ideografico, lasciandolo pienamente intravedere ed addirittura suggerendolo, illuminandolo.
Il testo è, perciò, un campo linguistico in cui si realizza la via della poesia come arte di vita, affrontando problemi su cui meditare con un percorso analogico che unisce il vago, il confuso al profondo in una struttura brevissima, di diciassette sillabe. Si tratta di sperimentare il senso delle cose immerse nelle stagioni, la loro transitorietà e la loro relazione-relatività.
Filosoficamente il trinomio si definisce Dhamma (realtà), Anicca (transitorietà), Anatta (relatività).Tutto esiste solo transitoriamente ed in rapporto all’altro. L’esperienza vitale delle/nelle stagioni richiede l’uso del kigo, o riferimento stagionale che in Giappone viene espresso tramite un vastissimo formulario non emozionale, ma linguisticamente canonico. Questa esperienza in occidente viene spesso travisata in termini di edulcorata malinconia o dall’essere stupito/stupido “contemptus mundi”.
D’altronde il viaggiatore d’occidente si colloca nell’Occasum, nella terra del tramonto, in un taglio-definizione inteso anche come uccisione; laddove l’Oriente rappresenta la prima luce, la prima figura.
Ma torniamo all’haiku. Proprio per la dinamica filosofica appena accennata l’haiku, nella sua breve struttura strofica, ha un percorso dall’indeterminato al determinato possibile con tecniche che escludono rigorosamente la metafora perché più che “l’andare oltre” qui ha un senso andare da a.
Per questo motivo vanno ricordate almeno due tecniche: il shoriaku che è un vuoto logico-grammaticale ed il Kyriegi che consiste nell’inserimento di alcuni intercalari esclusivamente sonori (ya-kano-kana-keri, dette parole taglienti) con cui creare una pausa-vuoto sonoro che dilata l’immagine evocata e ne sfuma i contorni in modo da dispiegarla come fondo alla successiva immagine, più determinata e che noi sostituiamo suoni onomatopeici.
Come afferma Roland Barthes “descrizione e definizione spariscono” e l’haiku, per dire con Andrea Zanzotto, è “un percepire illuminante…in una siringa più spesso a tre canne che un fiato di vita sembra percorrere una sola vita”.
Nel nostro contesto, del tutto deritualizzato non esiste socialmente e storicamente la possibilità del viaggio se non “in interiore nomine” o in spazi parziali, ricercati e coltivati come un hortus conclusus, tutto all’opposto del contesto orientale. Di conseguenza, come è stato scritto, noi possiamo comporre solo “quasi haiku”.

Da “Franco Manescalchi - La città scritta – Cultura della poesia del secondo Novecento a Firenze – Da Quartiere alle Giubbe Rosse” - Edifir





L’ "ARS BREVIS" DI ROSANNA SALVADORI

“L’Autrice ha saputo dare respiro e dettato poetico alle ‘piccole’ vicende della vita, ad una sua ‘microstoria’ quotidiana. Attraverso un gioco linguistico, abilmente disegnato su una tela di fondo che ricorda certe liriche orientali, ha conferito valore di simboli a questa sua trama esistenziale. Le sue poesie vivono sospese tra neologismi contemporanei e classiche memorie tradizionali e, grazie ad una capacità di sintesi ed a metafore inusitate, ci offrono un ‘incisivo’ discorso lirico” (Arnaldo Pini).

TRE HAIKU CIVILI

La poesia breve, sapienziale, è caratteristica di questa poetessa che, tramite l'uso sibillino dei simboli, propone al lettore verità frutto di esperienze profonde.
Nonostante questa perizia la Salvatori non si pone o propone come poeta a tutti gli effetti, tanto meno “laureato”.
Essa scrive, come ama ricordarci, per difetto (esistenziale, storico) e per diletto (il piacere di comunicare in chiave estetica).
In particolare ha ben appreso l’arte del comporre haiku rispettando tutte regole sia metriche che concettuali, tanto che si può parlare di una vera e propria disciplina interiore.
Gli haiku che presentiamo sono di natura civile interpretano eventi politici recentemente accaduti.

HAIKU DELUSIONE

sterile il prato
gelato da una pioggia
d’indifferenza

rosa d’aprile
in un giugno piovoso
muore di sete

s’affloscia il fiore
sbocciato sul letame
se resta solo

TRE TERZINE EPIGRAMMATICHE

Nella letteratura classica occidentale l’epigramma, fra le varie espressioni che lo caratterizzano (rituale, erotica, satirica), assolve anche la funzione di fissare – analogamente agli haiku – la fugacità dell’attimo, come era nelle sue origini e come testimonia l’etimologia del genere. Fermare il tempo in un suo momento degno al punto da essere inciso nella memoria, da divenire memorabile.
Affidare all’epigramma la funzione di “edificare” un aspetto rilevante dell’esistenza significa avere la consapevolezza della precarietà esorcizzandola tramite un atteggiamento augurale e un sentimento epico - lirico non privo di misurata nostalgia.
Così Rosanna Salvadori ferma il momento di una cerimonia fuggevole umanizzando la solennità delle antiche mura con queste terzine-epigrammi.

I palazzi e le logge di Firenze
sfidano il tempo belli e duraturi
e fan cornice alle nostre speranze

Luci ed ombre riceve questa stanza
da quel Palazzo Vecchio alto nel cielo
dove ci unimmo pieni di speranza

Cari amici e palazzi fiorentini
che incorniciate questo nostro giorno
vi vogliamo nel tempo a noi vicini






QUATTRO HAIKU DI FRANCO MANESCALCHI


Il movimento dell’haiku, che si concretizza nella “parola del viaggiatore”, va dalla vita alla vita; dunque il ciclo delle stagioni trascorre dall’autunno all’estate e non dalla primavera all’inverno (principio-fine).

Autunno

Quattro castagne
In un riccio che si apre
Ad un sorriso

Inverno

Come di neve
Notturna questi miei
Capelli bianchi

Primavera

Non sono solo,
Il parco nel meriggio è
Tutto un volo

estate

S’inanellano
Vilucchi impolverati
Per bianche strade





MANOSCRITTI IN REDAZIONE

di Franco Manescalchi


LIDIA AGLIETTI si conferma una voce matura, riflessiva, ricca di sentimenti sottesi, e che conserva le modalità sempre scabre di una registrazione di eventi mediani fra esterno ed interno, mondo e anima. Fa piacere notare il dominio di un proprio registro stilistico, che tuttavia lascia adito ad un respiro che appare sempre più illuminato da una sorta di contemplazione metafisica, come se il tempo venisse, per un’intelligenza profonda, rallentato, reso più concreto e perciò anche più sofferto. Aglietti non si fa prendere dalla retorica né da un pensiero poetante programmato. Cogliere ciò che diviene nel suo farsi, renderlo familiare, connotarlo in un gioco di pulsanti tarsìe, non è operazione di poco conto, tanto più se perseguita da una vita, con una vita esemplare nei suoi riferimenti simbolici. E quando realtà e simbolo si tangono vuol dire che la poesia c’è come manifestazioni del più grande valore che l’uomo possa esprimere: la sua viva consapevolezza di partecipare insieme ad un evento e ad un avvento. La meta conseguita è sempre più coinvolgente poiché la scrittura non è fine a se stessa, non è letteratura, ma un viaggio nel tempo dell’uomo, nel tempo dato all’uomo e risulta, infine, una carta di navigazione che salva la memoria dell’homo viator nei risvolti stessi del suo sentire e pensare. Ne viene salvata, voglio dire, l’immagine reale che reca in sé, attraverso la poesia, l’anima mundi.


ANTONIO SABETTA è un giovane poeta salentino che di tempo in tempo va affinando il suo discorso, liberandolo da impacci retorici, approfondendone il senso.
Si scopre così “figlio della terra di nessuno” e di questa condizione filiale riesce ad esprimere “la fragile condizione”, alleggerita tuttavia da impulsi lirici e memoriali che danno freschezza al canto.
Talvolta il testo si fa sentenzioso, ma più spesso si affida allo scarto semantico della natura che nel meridione conserva aspetti mitologici da cui il quotidiano è illuminato.
La struttura epigrammatica permette di conservare la magia delle immagini, di giocare delle parole e con le parole, di scattare in veri e propri flascs sull'attimo fuggente.
Ne ha fatta dunque di strada, ascoltando la lezione dei Maestri, il giovane poeta salentino che sta riuscendo a saldare il senso del valore e con quello del durare, il desiderio di esprimersi con la misura del dire.
E se questo attento tirocinio letterario e di vita lo ha, come dire?, condizionato ad una sorta di minimalismo, ciò va a tutto vantaggio di uno scavo nel quale deve continuare per liberarsi delle ultime tentazioni retoriche di declamare valore piuttosto che conquistarli nel sacrificio del viaggio. Insomma, in questo testo in inedito garbatamente denominato mondanità Sabetta mostra di avere messo in gioco se stesso nel fare poesia.

La raccolta inedita “Ultimo” di ETTORE TOSCANO ha per sottotitolo “brusio di coda” e affronta il problema della emarginazione che oggi non vede o prevede riscatti interiori e che il poeta esplica, nel proemio dell'opera, nella doppia compagnia di un cane e di un usignolo di evidente significato simbolico. Il Poeta, che per natura – come ogni vero artista - è un ultimo, muove dunque nello spazio onirico e lirico del cane e del usignolo. Quindi entra negli spazi contigui di un paese d'anima avvivandolo con la purezza e la essenzialità del viandante. Affronta poi gli aspetti della sua condizione e dunque procede dallo spazio al tempo interiore con toni ora discorsivi ed ora nevralgici, ma sempre linguisticamente piani e semanticamente pieni di senso. Vengono alla mente, non a caso, poeti come de Unamuno e Machado, per la felice composizione di parola e anima, di situazioni minime che lasciano trasparire un mondo intero di compiuta evidenza. Toscano ha alle spalle una notevole produzione edita, sempre incentrata su analoghi luoghi e tempi d'anima. Qui si sottolinea un mondo familiare , con tutte le sue implicazioni, illuminato dalla affabile chiarità della poesia che si connota, come conclude Toscano, “ solo nel verbo amare”. F.M.

Lidia Aglietti, inediti

Lidia Aglietti continua, con la sua onesta registrazione dei moti dell'anima nello spazio tempo dell'esserci, un discorso affabulante.
Luoghi riflessi nello specchio della parola che se ne incanta, tempi dilatati in una pupilla di luce, figure che appartengono al “linguaggio del cuore” capace di anagrammarne i nomi che rimangono “incisi e dimenticati/ all'ombra del salice”.
Questa immagine ci conferma, come si suole dire, l'esercizio di un pensiero senziente e di un cuore pensante, in uno stimolo religioso “ove mille volti/mille lingue/ si muovono in perpetua danza”. Già da queste citazioni si nota come Lidia Aglietti stia facendo un percorso di approfondimento rispetto alle opere precedenti in quel “cammino interiore” che ha intrapreso fino dall'inizio.
Ora la poetessa coglie, andando oltre l’elegia paratattica, “l'eco dei primordiali pulsioni” e risolve in un’aura più intensa e soffusa il suo percorso esistenziale e anche quando si trova “nella tempesta” è proprio alla “profondità dell'abisso” che affida le mobili volumetrie del sogno e del desiderio perché il fasto degli impeti vitali (sogno mari impetuosi/ ove gigantesche onde/ si frangono/ su rocce porose…) ne sia lavato.
(Mi perdo/ e non infinito mare ( che bacia la sponda/ dell'essenza profumata;/ salsedine, risciacquio/ lavati oscurati/ dalla profondità dell'abisso).
Queste nuove poesie di Lidia Aglietti rappresentano un punto d'arrivo e la testimonianza di un'autentica esperienza volta a conseguire una ferma verità interiore.