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Manescalchi


Franco Manescalchi



LA POETICA DELL’AUTORE


1) Nell'edizione completa della sua poesia sono presenti riferimenti culturali diversi che emergono dal testo, vediamone alcuni. Cosa significa “La neve di maggio” nel suo percorso di poesia?

“La neve di maggio” contiene, In itinere, tutta la mia poesia, esclusi i “trucioli” apparsi in rivista, in antologie o inediti a cui dedicherò un piccolo quaderno successivo, per la critica. Da 1996 ho iniziato una riflessione che è anche una pausa. “La neve di maggio”, perciò, per quello che possa valere, è quanto mi rappresenta, per intero.



2) La sua poesia è spesso definita civile. Conferma il giudizio?

In senso stretto direi di no. La polis vi è configurata fra pietas cristiana e utopia laica con un immaginario novecentesco non appiattito sulle tematiche sociali esposte direttamente. E tuttavia si deve dire che tutti i nessi della coscienza civile sono continuamente presenti e non elusi in spazi di autosufficienza letteraria. È una vita d'uomo che viene scandita di capitolo in capitolo, in una città specifica, Firenze, con i suoi “movimenti” sociali vissuti in prima persona ma non per questo tradotti pedissequamente nel testo. Anzi, sottaciuti e insieme allegorizzati. Firenze nel secondo novecento ha visto la presenza di forze religiose illuminate.


3) La sua poesia risente anche di quelle tensioni innovative?

Dalla religiosità laica a quella cristiana il passo è davvero breve. Nella mia opera vi è un continuo rimando alla religiosità di matrice popolare, o dei padri, che è stata misura e fermento per un nuovo mondo. Il passaggio dal mondo contadino a quello urbano-industriale ha visto questa esperienza di rapporto fra generazioni come aspetto nodale. La ricerca di una lingua poetica che andasse oltre la Parola, che raccogliesse le voci più vive e umane del tempo, doveva naturalmente attingere anche alla teologia della liberazione o considerare contigua la lezione di Lorenzo Milani e Ernesto Balducci.



4) È in questo ambito che si può individuare la dimensione del sacro?

Io sento questa tensione religiosa verso l’Altro come impulso non disgiunto da quello civile. La dimensione del sacro, in senso strettamente poetico, nasce più da un sentimento che unisce uomo e natura, derivato in via diretta dalla dolorosa dignità dei padri che vissero il rapporto con la natura, con le stagioni come una dura esperienza ma anche come un balsamo interiore. Tuttavia la dimensione del sacro trova ancora maggiore spazio dal paesaggio antropizzato, dalla città come civiltà, dalla giovanile scoperta di un mondo antico da reinventare e difendere, nella seconda metà del Novecento, dalla devastante offensiva della mercificazione e dell’omologazione dell’individuo.


5) Come si collega la sua scrittura col Novecento?

Principalmente, col Novecento ho condiviso il senso del viaggio, il viaggio nel destino oltre che nel segno. Il rapporto fra individuo e società, la crisi esistenziale come percorso di crescita. Dal “non essere e non volere” montaliano, al “cessate di uccidere i morti” di Ungaretti, al “sei ancora quello della pietra e della fionda/uomo del mio tempo”quasimodiano emerge una lezione profonda, che va oltre i limiti del tempo. E tuttavia vivendo un’esperienza analoga a quella di Fortini e Pasolini ho avvertito la necessità di una nuova lingua per una diversa connotazione del mondo.



6) Quali correnti del Novecento ha maggiormente avvertito?

Penso l'espressionismo, il surrealismo ed anche il realismo critico dell’immediato secondo dopoguerra. L’ermetismo è sullo sfondo, come lezione di valori più che di clima culturale complessivo. Penso che il tutto si possa sintetizzare in una tensione etica ed estetica che tiene più conto di poeti che di poetiche.

7) Ha avvertito l'influsso delle ricerche filosofico - scientifiche del nostro tempo?

Fino dall’inizio, nello sviluppare il discorso poetico, vitale è stato il contributo dei filosofi del neopositivismo, per una visione del mondo in cui umanesimo e scienza vadano di pari passo tramite un logos che sostituisca lo spazio di una metafisica indifferenziata. Questo è l’aspetto fondamentale, la scelta di campo che caratterizza le varie tendenze della generazione che ha ritrovato, negli anni Sessanta, un diverso avvio al discorso in cui agisce anche, per attivo contrasto, la psicanalisi mediata in ambiti creativo dai filosofi francesi, a partire da Lacan di cui ho moderatamente avvertito l’influsso.



8) La poesia satirica e quella dialettale sono due esperienze non marginali della sua ricerca. Quale la loro specificità ?

La scrittura satirica e epigrammatica è connaturata anche al mio essere toscano e, comunque, è stata rivolta a alcuni personaggi della letteratura e della politica degli anni Sessanta - Settanta, al tempo della rivista Ca Balà, in un clima particolarmente vivace che è poi venuto a mancare. Per quanto concerne la poesia in dialetto, si è trattato di un' esperienza parallela alle mie ricerche sul canto popolare, che mi ha permesso di ritrovare le linfe più profonde, di connotare il volto e il cuore degli “ultimi” con la loro lingua fatta di concretezza, di necessità e perspicacia. Un’esperienza non folklorica, in cui si è ricomposto il mistero del vivere e del morire, del dolore e dell’amore come unico atto di vita.

9) In fatto di “canto”, qual è il rapporto con la musica e con la musicalità ?

Per quanto concerne i rapporti con la musica sono certamente rilevanti gli impulsi del canto folk (come nella poesia ispanica: Machado, Lorca) e dunque con un tentativo di raccordare la matrice popolare con quella romanza con intenzioni di presenza politico-civile. Con la musica colta ho avvertito gli influssi diversi di Mozart, Ravel e Schonberg. In parallelo ho sempre coltivato i movimenti intorno all’endecasillabo, che è il verso italiano per eccellenza e che permette un’infinità di sfumature, spezzature e variazioni ritmiche.


10) Esiste anche un rapporto con la visività?

Evidente è la contaminazione col linguaggio fotografico e cinematografico per lo sviluppo di un racconto il più possibile incisivo e rapsodico. Dall'inizio alla fine ho sempre coltivato il trinomio "suono – significato -immagine" in cui si deve anche includere l'interesse per la pittura e particolarmente quella figurativa post-cubista e quella informale degli anni Sessanta. I poemetti sono tratteggiati anche come opere al cavalletto. Ricordiamo Leonardo: La pittura è una poesia muta e la poesia è una pittura cieca. Altro aspetto del rapporto con le arti: il viaggio in spazi architettonico - urbani dove la presenza umana ha una sua inquieta dinamica. Non a caso il mio primo libro s’intitola “Città e relazione” e colloca il tema universale del viaggio nel contesto specifico della città negli anni Sessanta per la ricostruzione di una rapporto fra uomo e habitat anche attraverso la poesia.




Leggi la recensione di Alma Borgini