“Mario,
da Parma, ebbe una corrispondenza viva con gli amici più
cari, Traverso e Parronchi a cui palesava la malinconia
per essere lontano da loro, dalla famiglia, da Firenze,
malinconia che era nel tempo, nelle menzogne che si sentivano
intorno, nella mancanza di verità, nella insoddisfazione,
nello spettro della guerra. Fu il momento di Avvento notturno,
la nuova opera, scritta "al buio", a proposito
della quale manifestava a Macrì la sensazione vertiginosa
e! ossessiva provata: c' erano il coprifuoco, l' oscurità;
anche se la scrivania era rischiarata dalla flebile fiamma
di una candela, le circostanze lo portavano a pensare
di essere sì all’ oscuro, ma soprattutto
all' oscuro di tutto. Primo recensore del nuovo testo
fu Giorgio Caproni che lo considerò "sorgente
di tutto il lavoro posteriore".
Erano rinvenibili nell'opera componenti ungarettiane,
campaniane, onofriane, anche rilkiane, dantesche; traspariva
l' esigenza del giovane poeta di stabilire con i vari
elementi "un dialogo attratto e respinto insieme,
affascinante ma allo stesso tempo desideroso di saggiare
possibilità inedite", appariva chiara l'aspirazione
di tentare a tutti i livelli la confluenza dell'io con
il flusso vitale del mondo. |

Nino
Tirinnanzi-Alfonso Gatto-Piero Bigongiari
-Ottone Rosai-Mario Luzi (Anni Trenta) |
Il libro che seguiva, La Barca, inizialmente portava il
titolo di Quartine d'autunno; la spinta a mutarlo gli
fu data da Parronchi quando, durante una passeggiata serale
d' autunno in via Brunelleschi davanti al Gambrinus, nel
corso delle prove di oscuramento effettuate, gli parlò
di un avvento notturno. Esisteva una correlazione, ma
molta differenza, a monte dei temi trattati, tra i due
libri perché Avvento notturno era determinato dai
mutamenti della società: c'era già qualcosa
di pervertito nell’aria che alimentava il bisogno
di sfogarsi emblematicamente in sogni, visioni, ricordi,
tanto per non vedere il vicino, il reale che era insostenibile
e inaccettabile.
L'opera fu pubblicata da Vallecchi e fu recensita da
Caproni, Bo e Betocchi. Apparve un pregevole articolo
di ben due colonne in una " rubrica del quotidiano
«Il popolo d'Italia». Ma Giuseppe Villaroel,
che militava da critico in quel giornale, e forse da
ciò costretto, pur non negandone il valore letterario,
si mostrò indignato esplodendo così a
riguardo: "Ma dov'è lo spirito fascista
in questa rubrica? Cosa fanno , questi giovani mentre
l'Italia si prepara?"
Mario ne restò deluso; aveva considerato un'intelligente
soluzione possibile agguerrirsi nel senso delle ragioni
del fascismo. Villaroel era stato attratto solo dalle
soluzioni di forma.
Tutto ciò fu frustrante perché aveva insito
il desiderio mordace di mettere a fuoco nuovi proponimenti
senza mai concedersi intervalli, bisogno di attività
ininterrotta, si sentiva poco concretizzato, provava
un'inquietudine che manifestava a Vittorio Sereni a
cui scriveva di sentirsi apprensivo, bramoso di elaborare
qualcosa di veramente "compiuto, ricco, estremo",
di manifestare le emozioni dell’animo animo, i
pensieri più reconditi sulla criticità
del momento molto decisivo per la vita pubblica e privata.
Insoddisfatto per natura di ciò che riusciva
a portare a termine, era sempre in agitazione, teso
verso nuove mete da raggiungere, non era importante
il "già fatto", ciò che aveva
elaborato non aveva valore effettivo rispetto a ciò
che avrebbe desiderato fare, importante era per lui
l'attesa, l' allestimento di ciò che avrebbe
compiuto dopo. Iniziò ai primi del '37 la collaborazione
a «Letteratura», diretta da Alessandro Bonsanti,
proponendo quattro sue poesie accanto ad altrettante
inedite di Montale e, quando più tardi ci fu
la reincarnazione di «Letteratura Speculativa»,
fece parte dei redattori, ma la ripresa nel ‘52
fu molto ridimensionata. Era stata inizialmente una
rivista accentrata sulle sue motivazioni e anche sulle
sue esigenze stilistiche, dopo divenuta un po' generica,
accoglieva argomenti fra i più disparati.
«Il Bargello» era piuttosto impersonale,
un foglio della Federazione a cui collaborava Pratolini
e su di esso, quale contributo teorico, pubblicò
Momento dell'eloquenza. «Il Bargello» non
aveva certo l'imponenza e l' importanza di «Campo
di Marte» che era costituito con intendimenti
speciali e conteneva, tra l' altro, pagine di poetica,
un atteggiamento e un programma letterario preciso,
una convinzione relativa alla cultura del momento. Mario
vi si affiancò volentieri con note critiche su
Renato Serra, Paul valery, D' Annunzio e varia poesia.
Entrò tra l'altro in quel punto in amicizia con
Alfonso Gatto e Pratolini (fu così che più
tardi potrà dedicare “Due ricordi”
di Vasco Pratolini in occasione di "Convegno Internazionale
di Studi su Pratolini".
Quanto a Renato Serra, romagnolo di Cesena, morto quasi
subito dopo aver raggiunto il fronte della Grande Guerra,
figura patetica di critico intelligente, fine, penetrante,
cresciuto all' ombra di Giosue Carducci; aveva fatto
appena in tempo a scrivere Esame di coscienza di un
letterato, Lettere in Italia, due libri memorabili.
Era scrittore molto sensibile ma anche dispersivo nella
sua sensibilità stessa, per cui divenne tra l'
altro una personalità discussa; i suoi libri
erano tormentati, però talmente belli che Luzi,
proprio per riaffermare l'immagine sminuita di Renato,
volle redigere svariati articoli su di lui.
Di D' Annunzio curò uno degli ultimi componimenti,
Angelo Cocles (Cento e cento e cento e cento pagine
del libro segreto di Gabriele D'Annunzio tentato di
morire), pagine in cui l'autore si considerava perduto,
tentato di morire: infatti, dopo la stesura di bozze
contenenti autorivelazioni interiori, scomparve dalla
scena terrestre. Valery , che non è da considerare
un poeta intellettuale della Francia, ne fu l'ultimo
simbolista classico; era rimasto per un lungo periodo
lontano dalla penna ma, dopo la guerra, apparvero La
giovane barca e altri componimenti.
Seguì l'apporto a «Corrente», allora
intitolata «Vita giovanile», con racconti
di Bilenchi e qualche poesia; era una rivista milanese
a cui avevano collaborato diversi amici anche per stabilire
una certa relazione fra esperienze affini se non altro
ispirate alla distanza dal fascismo.
Era un organo quasi parafascista; vi scrivevano Luciano
Anceschi e Vittorio Sereni; era importante più
per le arti che per la letteratura, infatti parteciparono
i primi pittori della generazione che si manifestava
allora, Renato Guttuso, Aligi Sassu e altri.
Anceschi, studioso di estetica, esteta in definitiva,
si era rifatto a11e fonti precrociane, alla cultura
e al romanticismo tedesco; il libro che lo rivelò
e che poi rimase di fondo fu Autonomia e Eteronomia
dell'arte; divenne poi esponente del gruppo '63; scrisse
anche un’antologia importante, Lirici nuovi, in
cui raggruppava i nomi più significativi, compreso
quello di Mario Luzi.
L'adesione a tante riviste che avevano una certa periodicità
rappresentava per il nostro poeta una costrizione, un
piegarsi alle esigenze dei redattori, ma gli forniva,
allo stesso tempo, anche lo stimolo a collaborare perché,
pur costituendo un intralcio al proprio lavoro, era
il
momento in cui essere presenti in determinate pubblicazioni
significava rivelarsi, farsi conoscere.
A volte quella routine diventava pesante, tanto per
lui che per i colleghi, fornendo motivi di discrepanze.”
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