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Betocchi - Campana - Lorca - Luzi - Montale





Da "Mario Luzi - note di vita dell’archivio della memoria" di Anna Maria Biscardi, Firenze 2003

“Mario, da Parma, ebbe una corrispondenza viva con gli amici più cari, Traverso e Parronchi a cui palesava la malinconia per essere lontano da loro, dalla famiglia, da Firenze, malinconia che era nel tempo, nelle menzogne che si sentivano intorno, nella mancanza di verità, nella insoddisfazione, nello spettro della guerra. Fu il momento di Avvento notturno, la nuova opera, scritta "al buio", a proposito della quale manifestava a Macrì la sensazione vertiginosa e! ossessiva provata: c' erano il coprifuoco, l' oscurità; anche se la scrivania era rischiarata dalla flebile fiamma di una candela, le circostanze lo portavano a pensare di essere sì all’ oscuro, ma soprattutto all' oscuro di tutto. Primo recensore del nuovo testo fu Giorgio Caproni che lo considerò "sorgente di tutto il lavoro posteriore".


Erano rinvenibili nell'opera componenti ungarettiane, campaniane, onofriane, anche rilkiane, dantesche; traspariva l' esigenza del giovane poeta di stabilire con i vari elementi "un dialogo attratto e respinto insieme, affascinante ma allo stesso tempo desideroso di saggiare possibilità inedite", appariva chiara l'aspirazione di tentare a tutti i livelli la confluenza dell'io con il flusso vitale del mondo.

Nino Tirinnanzi-Alfonso Gatto-Piero Bigongiari
-Ottone Rosai-Mario Luzi (Anni Trenta)


Il libro che seguiva, La Barca, inizialmente portava il titolo di Quartine d'autunno; la spinta a mutarlo gli fu data da Parronchi quando, durante una passeggiata serale d' autunno in via Brunelleschi davanti al Gambrinus, nel corso delle prove di oscuramento effettuate, gli parlò di un avvento notturno. Esisteva una correlazione, ma molta differenza, a monte dei temi trattati, tra i due libri perché Avvento notturno era determinato dai mutamenti della società: c'era già qualcosa di pervertito nell’aria che alimentava il bisogno di sfogarsi emblematicamente in sogni, visioni, ricordi, tanto per non vedere il vicino, il reale che era insostenibile e inaccettabile.


L'opera fu pubblicata da Vallecchi e fu recensita da Caproni, Bo e Betocchi. Apparve un pregevole articolo di ben due colonne in una " rubrica del quotidiano «Il popolo d'Italia». Ma Giuseppe Villaroel, che militava da critico in quel giornale, e forse da ciò costretto, pur non negandone il valore letterario, si mostrò indignato esplodendo così a riguardo: "Ma dov'è lo spirito fascista in questa rubrica? Cosa fanno , questi giovani mentre l'Italia si prepara?"
Mario ne restò deluso; aveva considerato un'intelligente soluzione possibile agguerrirsi nel senso delle ragioni del fascismo. Villaroel era stato attratto solo dalle soluzioni di forma.
Tutto ciò fu frustrante perché aveva insito il desiderio mordace di mettere a fuoco nuovi proponimenti senza mai concedersi intervalli, bisogno di attività ininterrotta, si sentiva poco concretizzato, provava un'inquietudine che manifestava a Vittorio Sereni a cui scriveva di sentirsi apprensivo, bramoso di elaborare qualcosa di veramente "compiuto, ricco, estremo", di manifestare le emozioni dell’animo animo, i pensieri più reconditi sulla criticità del momento molto decisivo per la vita pubblica e privata.


Insoddisfatto per natura di ciò che riusciva a portare a termine, era sempre in agitazione, teso verso nuove mete da raggiungere, non era importante il "già fatto", ciò che aveva elaborato non aveva valore effettivo rispetto a ciò che avrebbe desiderato fare, importante era per lui l'attesa, l' allestimento di ciò che avrebbe compiuto dopo. Iniziò ai primi del '37 la collaborazione a «Letteratura», diretta da Alessandro Bonsanti, proponendo quattro sue poesie accanto ad altrettante inedite di Montale e, quando più tardi ci fu la reincarnazione di «Letteratura Speculativa», fece parte dei redattori, ma la ripresa nel ‘52 fu molto ridimensionata. Era stata inizialmente una rivista accentrata sulle sue motivazioni e anche sulle sue esigenze stilistiche, dopo divenuta un po' generica, accoglieva argomenti fra i più disparati.
«Il Bargello» era piuttosto impersonale, un foglio della Federazione a cui collaborava Pratolini e su di esso, quale contributo teorico, pubblicò Momento dell'eloquenza. «Il Bargello» non aveva certo l'imponenza e l' importanza di «Campo di Marte» che era costituito con intendimenti speciali e conteneva, tra l' altro, pagine di poetica, un atteggiamento e un programma letterario preciso, una convinzione relativa alla cultura del momento. Mario vi si affiancò volentieri con note critiche su Renato Serra, Paul valery, D' Annunzio e varia poesia. Entrò tra l'altro in quel punto in amicizia con Alfonso Gatto e Pratolini (fu così che più tardi potrà dedicare “Due ricordi” di Vasco Pratolini in occasione di "Convegno Internazionale di Studi su Pratolini".


Quanto a Renato Serra, romagnolo di Cesena, morto quasi subito dopo aver raggiunto il fronte della Grande Guerra, figura patetica di critico intelligente, fine, penetrante, cresciuto all' ombra di Giosue Carducci; aveva fatto appena in tempo a scrivere Esame di coscienza di un letterato, Lettere in Italia, due libri memorabili. Era scrittore molto sensibile ma anche dispersivo nella sua sensibilità stessa, per cui divenne tra l' altro una personalità discussa; i suoi libri erano tormentati, però talmente belli che Luzi, proprio per riaffermare l'immagine sminuita di Renato, volle redigere svariati articoli su di lui.
Di D' Annunzio curò uno degli ultimi componimenti, Angelo Cocles (Cento e cento e cento e cento pagine del libro segreto di Gabriele D'Annunzio tentato di morire), pagine in cui l'autore si considerava perduto, tentato di morire: infatti, dopo la stesura di bozze contenenti autorivelazioni interiori, scomparve dalla scena terrestre. Valery , che non è da considerare un poeta intellettuale della Francia, ne fu l'ultimo simbolista classico; era rimasto per un lungo periodo lontano dalla penna ma, dopo la guerra, apparvero La giovane barca e altri componimenti.
Seguì l'apporto a «Corrente», allora intitolata «Vita giovanile», con racconti di Bilenchi e qualche poesia; era una rivista milanese a cui avevano collaborato diversi amici anche per stabilire una certa relazione fra esperienze affini se non altro ispirate alla distanza dal fascismo.


Era un organo quasi parafascista; vi scrivevano Luciano Anceschi e Vittorio Sereni; era importante più per le arti che per la letteratura, infatti parteciparono i primi pittori della generazione che si manifestava allora, Renato Guttuso, Aligi Sassu e altri.
Anceschi, studioso di estetica, esteta in definitiva, si era rifatto a11e fonti precrociane, alla cultura e al romanticismo tedesco; il libro che lo rivelò e che poi rimase di fondo fu Autonomia e Eteronomia dell'arte; divenne poi esponente del gruppo '63; scrisse anche un’antologia importante, Lirici nuovi, in cui raggruppava i nomi più significativi, compreso quello di Mario Luzi.


L'adesione a tante riviste che avevano una certa periodicità rappresentava per il nostro poeta una costrizione, un piegarsi alle esigenze dei redattori, ma gli forniva, allo stesso tempo, anche lo stimolo a collaborare perché, pur costituendo un intralcio al proprio lavoro, era il
momento in cui essere presenti in determinate pubblicazioni significava rivelarsi, farsi conoscere.
A volte quella routine diventava pesante, tanto per lui che per i colleghi, fornendo motivi di discrepanze.”