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Il realismo estatico-visionario di Carlo Betocchi - Leandro
Piantini
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Per
rendersi conto della valutazione critica che la poesia
di Carlo Betocchi ha avuto nel corso del tempo, e di come
essa sia considerevolmente mutata a suo favore negli ultimi
anni, basta confrontare lo scarso peso ch’egli dette
Pier Vincenzo Mengaldo nella sua importante antologia
della poesia del Novecento uscita nel ‘78, con il
grande interesse dimostrato verso Betocchi da altri studiosi
( Baldacci, Raboni ecc. ) in anni recenti.
Il poeta che aveva esordito nel 1932 con Realtà
vince il sogno, nelle edizioni del Frontespizio, per volontà
del grande amico Piero Bargellini, ha dunque finalmente
trovato degli esegeti capaci di valorizzarlo adeguatamente.
E la sua poesia si colloca ora tra le espressioni più
alte del secolo appena concluso, nonostante le scabrosità
e le durezze che talora presenta. Essa è stata
spesso fraintesa e sottovalutata e Betocchi, nato a Torino
nel 1899 ma vissuto poi quasi sempre a Firenze, ha corso
spesso il rischio di essere considerato un sorpassato,
mentre in realtà era solo un isolato, poiché
la strada da lui percorsa era diversa da quelle canoniche
del novecentismo e della “poesia pura “. Betocchi
infatti si è librato in un suo cielo che poco aveva
in comune con le delibazioni sofisticate dell’ Ermetismo.
Eppure la sua poesia, nata da un amore istintivo e fortissimo
per la realtà, non è stata priva, a suo
modo, di raffinatezze metriche e formali. Ma certo essa,
dopo l’esordio del ‘32, e in seguito con Poesie
de1 1955, con L ‘estate di San Martino del 1961,
fino alle ultime sillogi degli anni settanta, Prime e
ultimissime e Poesie del Sabato, ha esaltato, più
di qualsivoglia teoria estetica, la volontà di
canto e il bisogno di testimoniare le gioie di una straordinaria
pienezza vitale. |
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Forse la società letteraria non ha amato Betocchi
per questo, ha tenuto in disparte e non ha ammesso nelle
sue torri d’avorio questo geometra e costruttore
di strade entrato un pò da intruso nel Parnaso
del novecento. E sicuramente i momenti più alti
di questa lirica posseggono una temperatura sconosciuta
alla ‘vulgata’ poetica novecentesca. Sono
momenti di ispirazione allucinata, quasi mistica e rapinosa,
un’ ebbrezza spirituale che lo stesso Betocchi ha
mirabilmente rievocato con queste parole: “A volte
balzavo addirittura nel sonno, lucidissimo, chiamato a
destarmi da quel flusso veemente che avevo dentro e che...
s’era già fatto parola nel sonno, che mi
buttavo a trascrivere. ...La mia poesia partiva di lì
...Era questa che parlava in me, e non già un’idea
della poesia, e non già la cultura che m’ero
fatta, la mia passione della letteratura” .
Pasolini una volta parlò della .’potente
incuria formale” che c’è nella poesia
di Clemente Rebora. Qualcosa del genere forse si potrebbe
dire anche della poesia di Betocchi, che non fu mai -per
usare ancora un’ espressione di Pasolini- una “bestia
da stile”. E lo stesso Pasolini, che gli fu amico
e vicino specie nei primi anni cinquanta, nel tempo in
cui scriveva Le ceneri di Gramsci, definì acutamente
Betocchi come “poeta non di pura, e spesso stupenda
tecnica letteraria”. E non credo che si potrebbe
definire meglio quella rara mescolanza di prezioso e di
terragno che costituisce, a mio parere, il fascino di
questa poesia.
Il suo proverbiale amore per i tetti toscani, la frequenza
dei temi di vita popolare, semplice e domestica nelle
sue poesie, l‘ uso della rima e di forme metriche
tradizionali, mutuate da Pascoli e dalla poesia dell’
ottocento, hanno reso Betocchi fin dall’inizio un
poeta eslege, un irregolare, nel panorama del novecento.
Fu insomma un isolato, ma non un superato, secondo una
precisa distinzione che sta a cuore in modo particolare
a Luigi Baldacci, che della renaissance di Betocchi si
può a buon diritto considerare il più convinto
assertore. Quella di Betocchi era una voce che non si
accordava, e non si accodava, a quelle dominanti. E mentre
poteva sembrare un poeta ingenuo era semplicemente un
poeta genuino.
Sono molto importanti le sue poesie sulla vecchiaia, che
costituiscono una parte cospicua nelle raccolte della
sua ultima e incandescente produzione. Un uomo infaticabile
e vitale come lui, “laborioso come una formica”
(Pasolini), dovette sentire l’ invecchiamento come
un evento drammatico e traumatico; e ad esso reagì
con spirito di pietas cristiana, facendo per così
dire di necessità virtù , supplendo cioè
con un’accresciuta energia spirituale e con invenzioni
letterarie sempre più incisive all’energia
fisica che veniva affievolendosi. E così poteva
scrivere in “Ultimissime”:
Lo
stravedere dei vecchi! Guardateli!
Ascoltatene uno, come son io, forse
Il più debole/La mente che vacilla,
e l’azzurro che spera, mentre l’ombra
lenta, furtiva, risale i tetti:
alle mie spalle scompaiono ninnoli
e oggetti, caracollano via tavole
e sedie, s’involano alcove, trepide
masserizie amorose svaniscono
via leggere, la mia vita si spoglia,
tutta perduta vibra nell’azzurro.
Il
suo è stato definito un cristianesimo senza Cristo
e senza teologia, una visione cosmologica nella quale
la creatura umana è posta, nell’economia
della creazione divina, sullo stesso piano degli animali
e delle piante, in una posizione assolutamente non privilegiata
e non dominante. E Betocchi, che aveva “un rapporto
evangelico” con il mondo del lavoro e con la vita
degli umili, accentua nelle importanti raccolte della
vecchiaia quel realismo creaturale che Giovanni Raboni
ha esattamente definito un “realismo estatico-visionario”,
e in nome del quale Betocchi poteva affermare, al suo
modo semplice e al tempo stesso carico di spirito profetico,
“Se c’ è una cosa che mi ha allucinato
è stato la realtà di quello che vedevo”.
E dunque la poesia che nasce da simili posizioni si
colloca al polo opposto del soggettivismo e del solipsismo
dominanti nella poesia novecentesca, per cui Betocchi
può arrivare a rifiutare in blocco le basi teoriche
di un’intera civiltà poetica quando afferma
che “la poesia nasce dal rinnegamento di se stesso”
.
Questa è la poesia posta in limine a Un passo,
un altro passo: “Un passo, un altro passo / e
inciampicando nel divino esistere/ io giungo a riconoscermi
nel sasso / che sospira all’eterno, in alto in
basso”. Betocchi ha realizzato compiutamente,
da vecchio, quella poesia prosastica che preconizzava
quando scriveva in tono esclamativo: “oh da vecchio
andarmene con i lunghi passi della prosa”.
Una questione molto importante riguarda la definizione
di quale fosse effettivamente la caratura della sua
ispirazione religiosa e cristiana. La sua è certamente
una fede di tipo naturalistico, nel senso che nasce
da un dato e da un dono di natura che precedono ogni
testimonianza di credo e di dottrina. In questo senso
vanno attentamente meditate come meritano queste parole
che riguardano proprio il nucleo centrale dell’
esperienza religiosa così come lo intendeva Betocchi:
“. ..siamo stati creati, siamo oggetto d ‘amore.
Si parla troppo poco della creazione e del Creatore,
a parer mio. Tutti s’affrettano verso Cristo,
ed è essenziale. ...Ma la gloria della creatura
sta, ancor prima che nell’ essere stata creata,
nell’ essere figlia di un tal Padre. ...”
L ‘itinerario religioso della poesia di Betocchi
fu tutt’altro che facile, non fu ne univoco ne
lineare, fu spesso tormentato e drammatico, fino al
punto che, negli ultimi anni di vita, anni di dubbi,
di sofferenza e di solitudine, egli arrivò a
temere di averla persa, la fede, quella sua gioiosa
e spavalda comunione teologale con tutte le creature
che gli faceva scrivere questi bellissimi versi:
Altri
passò di qui, per questo folto
viale, di giugno. ..altri, direi, non io:
eppure è certo, m’avvenne di pasarvi
Quel nulla fatto d’aria, d’ombre e sole,
mi fu mai simulacro. Poiché, come
s’io già non fossi più. mi ci contemplo.
Così m’avviene, infatti, mentre invecchio
e la mente s’invola. Perdo me stesso,
ma il futuro m’afferra, e di sepolcro
in sepolcro mi trasforma in aria, in luce
di verdi clorofille, di fiumi che scorrono…
Accertare
se a un certo punto della propria esistenza avesse perduto
o no la fede in Dio, è uno dei problemi più
toccanti e misteriosi che riguardano la biografia e
l’ itinerario spirituale e intellettuale di Carlo
Betocchi, un nodo drammatico e segreto sul quale le
cose più profonde e convincenti sono state scritte
da Ernesto Balducci e da Mario Luzi che gli furono vicini
e poterono avere accesso alle confidenze del poeta morente.
A suggello di questo rapido ritratto del poeta forse
nessun commento ha l’ efficacia di questi versi
che Luzi dedicò espressamente a rappresentare
la condizione umana del poeta e dell’ amico negli
ultimi anni di vita:
Abiura io? Chi può dirlo
qual è il giusto compimento
di una fede -e poi che fede era?
era solo il mio allegro
quotidiano innamoramento - quale
allora illegittimo suggello
perderla sostengo, negarsi il privilegio
d’averla, non lei forse,
la sua sufficienza, la sua teologale ultra superbia.
E
poi come accettarlo,
come pensarlo soltanto
d’ avere io quello che le sassifraghe non hanno
né le lucciole o le carpe
e nemmeno il povero animale umano
abbattuto e sfatto sopra un letto di cronicario
né il resto che con noi matura
per l’unico comune procedimento della materia
–
avvampa lui d’ un suo
quasi ribaldo amore
bruciandogli ancor più celestiale
negli occhi un quid silvestro -
poeta, mio solo umile maestro, o altro...
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