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LE NOVITÀ di ANNALISA MACCHIA
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G. Lucini, Sapienziali, Puntoacapo Ed., 2010 Novi Ligure (AL), pp. 90, Euro10.00
Dopo Vecchio tempo (1984), Allegro moderato (2001), Poesia del dissenso (2004), Sapienziali (Puntoacapo Editrice, maggio 2010), rappresenta la quarta raccolta poetica di Gianmario Lucini, anche se la mole di lavoro dell’autore non si riduce certamente a questi suoi quattro volumi stampati (cui si aggiungerà tra breve anche una nuova raccolta). Basti indirizzarsi al sito internet Poiein da lui ideato e curato: www.poiein.it.
Il volume è diviso in due sezioni. La prima, Sapienziali, dalla quale il libro prende il nome, è a sua volta suddivisa in nove sequenze ispirate a sei libri poetici sapienziali della Bibbia: Giobbe, Proverbi, Sapienza, Qohèlet o Ecclesiaste, Cantico, Siracide e ad alcuni testi di Isaia. Sequenze senza apparente collegamento, almeno ad una prima, superficiale lettura.
Tuttavia nella nota dell’autore, a chiusura della raccolta, si legge:
“[…] I nove ‘poemetti’ potrebbero sembrare così nove sillogi. Il nesso che li unisce non va quindi cercato soltanto in quello che viene detto, ma piuttosto nella suggestione che l’autore vuole trasmettere, con l’idea che ognuno di essi li contiene in qualche modo tutti, limitandosi a sviluppare un aspetto del tema generale. E se un tema vi può essere, una specie di argomento conduttore, questo va ricercato nella riflessione sull’ingiustizia […]”
Riflessione che puntualmente scaturisce anche dalla seconda sezione, dal titolo Scirocco, composta da 36 poesie ispirate all’ambiente della Calabria, contrassegnate dal disgusto e dalla condanna per l’oppressione sociale esercitata dalla ‘ndrangheta.
Queste due tematiche appaiono a prima vista completamente diverse anche per la scelta poetica del linguaggio utilizzato, più solenne ed ieratica la prima, più discorsiva la seconda, alla costante ricerca di armonia con la fonte d’ispirazione. In realtà, come lo stesso autore suggerisce, tra l’una e l’altra c’è un filo ben stretto che le lega snodandosi sui temi della giustizia e della violenza. All’accorata denuncia della nostra storia contemporanea spaccata da evidenti crisi, denuncia purtroppo vana se solo alla denuncia si limita, incalza un altrettanto accorato appello a ribellarsi, a ritrovare una forza morale e un impegno veramente capaci di fronteggiare quello che Padre Turoldo definiva il Male. Ma che cos’era il Male di Turoldo?
Padre David Maria Turoldo, uomo di umili origini, frate dei Servi di Maria, teologo, persona di immensa sensibilità e generosità, è considerato uno dei massimi esponenti della poesia religiosa del nostro Novecento, - anche se la definizione di poesia religiosa sarebbe da rivedere, soprattutto se si pensa alle prime manifestazioni storiche della Poesia (il poema di Gilgamesh, i Salmi, il Cantico dei cantici…) –. Grande studioso delle Sacre Scritture, salmista come il biblico re David, affidava al suo canto poetico la passione per Dio, ovvero la passione per l’uomo. Ma questa passione (etimologicamente proveniente dal latino patior, intesa perciò anche come patimento), essendo una gigantesca forza morale e una fonte di energia di enorme potenza, la si può volgere al negativo o al positivo. Nel caso la si volga al negativo (e tanta letteratura, limitandosi al Novecento, ha abbracciato questa via; mi riferisco in particolare alla filosofia esistenzialista d’un Sartre, d’un Camus, a Moravia o a chiunque non abbia trovato risposte al niente, al vuoto esistenziale…) si avrà un sentimento di distruttività nei confronti della vita, di odio, si avrà il grande Male, il Nulla, con la N maiuscola, che è il male più infiltrato in noi, la fuga dell’individuo dalla responsabilità. Turoldo ha pienamente incarnato questa energia cercando però di volgerla al positivo; il suo continuo rapportarsi al Trascendente ha impedito a questa forza di dilagare e trasformarsi in disperazione e paralizzante smarrimento, scivolando così nel Nulla. La sua fede, mai remissiva né passiva, sofferta fino all’ultimo, pur fortemente turbata dalla constatazione del dolore patito dagli innocenti e dall’ingiustizia della condizione umana, gli ha permesso di trovare un senso all’esistenza, al dolore, di coltivare la speranza. E l’intensità di tale passione era tale da non potere essere contenuta, così sfociava spesso in invettive provocando scandalo negli ambienti cattolici tiepidi e benpensanti. La sua risposta era la critica, la contestazione, la discussione, ma orientate verso una soluzione che lasciasse intravedere orizzonti di speranza.
Alla fine della prima parte dei Sapienziali, al testo Nel deserto, ispirato al profeta Isaia, è affiancata una bella citazione di questo poeta: “Non sarà la sicurezza a garantire la pace / ma sarà la pace a garantire la sicurezza”.
Nella poesia di Lucini l’eco turoldiana, questo esplosivo connubio tra spiritualità religiosa e poesia, si respira a pieni polmoni, sia nel linguaggio sia nelle intenzioni.
La partecipazione dell’autore a questo richiamo è totale e la schiettezza e la sincerità delle sue parole, radicate nella concretezza delle diverse realtà delle due sezioni, tuttavia umanamente simili nelle intime aspirazioni, raggiungono toni non di rado commoventi.
Francesco Aprile, in una recensione, afferma a questo proposito:
“[…] Lucini mette in stretta relazione le condizioni espresse tra le pagine della Bibbia con le situazioni tipiche del reale, attualizzando un concetto che si fa trasposizione di una lettura mitologica delle Sacre Scritture, secondo cui al loro interno è possibile rintracciare verità insite nella natura umana da secoli. […]”
E Giorgio Linguaglossa precisa:
“[…] Il libro di Gianmario Lucini è un tentativo di scavalcamento all’indietro della modernità. Ripristinando sia le tematiche ‘alte’ che quelle ‘basse’ del quotidiano.[…]”
Ne consegue una poesia complessa, matura, dal forte accento polemico che, pur senza pronunciarsi apertamente su odierne situazioni politiche, è tesa al (sogno del) raggiungimento di un’etica nella politica.
Un’opera anomala, forse, contemporaneamente ispirata a libri sacri e a laiche vicende dei nostri tempi, ricca di spunti lirici ed onirici ma anche fortemente connotata da toni polemici feroci e instancabili nel loro richiamo all’impegno sociale e civile.
Se Padre Turoldo aleggia tra i versi di Lucini soprattutto nella prima sezione, nella seconda un’altra figura sembra idealmente accompagnare i suoi componimenti.
Il leit-motif del termine giustizia, che percorre tutto questo testo, riporta davvero, come nota anche Lucia Visconti in una bella nota a questo volumetto, all’operato ed alla voce di quello straordinario prete fiorentino che fu don Milani, altra figura capace di provocare scandalo all’interno di una chiesa troppo miope, con la sua rivoluzionaria concezione pedagogica e la sua prassi didattica. Il fine del suo operato, come recitava un cartello appeso alla porta di una sua aula, era racchiuso in due parole: “I care”, “Mi sta a cuore”, il contrario del turoldiano Nulla; dunque il fine della scuola era l’Amore per il prossimo. Una figura, del resto, credo molto cara a Lucini se egli stesso ha deciso di operare come volontario in una struttura dell’Associazione don Milani, istituita nel 1996, le cui finalità sono quelle di contrastare i fenomeni dell’emarginazione e del disagio giovanile, offrire ai giovani spazi educativi adeguati e anche favorire il contatto con le famiglie ed il territorio per poter affrontare insieme il superamento di problematiche e disagi sociali.
Esperienza significativa per il nostro autore, anche perché, per un lungo periodo, l’ha condotto dalle amate, nordiche montagne di Sondrio al lato opposto dell’Italia, all’azzurro mare della Calabria. Un cambiamento di ambiente e di paesaggio davvero radicale.
Inevitabile, nel caso dell’Associazione in questione, con sede a Gioiosa Ionica, pensare ai problemi derivanti dalla mafia, o, se vogliamo essere più precisi, dalla locale realtà che ha nome ‘ndrangheta. Lo testimoniano i 36 componimenti di questa sezione, spesso significativamente preceduti da un dedica a persone vicine all’Associazione.
Il tono ieratico che aveva contraddistinto la prima sezione lascia qui spazio ad una voce quasi diaristica che, nel descrivere la crudezza della realtà, non ha certo bisogno di essere enfatizzata per colpire il lettore. Le occasioni di denuncia non mancano; motivi di indignazione e struggente impotenza di fronte a tanta bellezza e ricchezza umana violata, nemmeno. In questo allucinato scorcio d’Italia, sconvolto da guerre mafiose e violenza, suonano ancora attuali le bibliche parole dei profeti a difesa della vita, dell’amore, della speranza (si legga Colpa di nessuno pag. 65).
Forse Lucini non ha trovato questa parola agognata, foriera di pace e di giustizia che “da sola raddrizza ogni stortura” (e chi potrebbe ?), ma occorre rilevare che questo, oltre ad essere un libro di denuncia e un invito a non egoisticamente ignorare la parte malata della nostra società, è anche un libro di speranza, come attestano, qua e là, seppure immersi in malinconica desolazione, alcuni versi: “- siamo soltanto la ciurma testarda/ a traghettare nel futuro la speranza.” (Visione, pag.30) ; “Voglio un poema che canti il mio inferno / dal purgatorio salga al paradiso / da questa morte mi riporti alla vita.” ( Nel deserto, pag.40); “E canterà davvero il mare / come ha sempre cantato”. (da Scirocco, pag.35): “Che almeno dalla mia carcassa. Signore, / possa fiorire un verso in lode alla Bellezza / un fiore tutto per Te, tutto nostro” (da Scirocco, pag.68).
Una speranza già fin da ora concretamente percepibile in quella parte di umanità che, coraggiosamente, spesso silenziosamente, si oppone alla violenza, talvolta pagando di persona con la vita “un conto che peraltro sarebbe collettivo, non individuale”.
Lucia Visconti, All'otta mai, La Meta, Abbadia S.Salvatore,2010
Badengo: linguaggio dell’anima
Questa nuova raccolta in dialetto di Lucia Visconti è stata realizzata con la collaborazione del Gruppo Culturale di Abbadia San Salvatore (Siena) “La bottega de’ i tempu passu”. Il nome di questa bottega insieme al titolo All’otta mai, tipica espressione locale che significa “Allora mai” (nell’antico fiorentino allotta significava allora essendo otta la nostra ora), costituiscono il primo assaggio di “badengo”, dialetto amiatino parlato ad Abbadia San Salvatore e lingua madre dell’autrice. Si sa che la lingua madre di uno scrittore è il suo linguaggio dell’anima, la lingua che gli sale alla gola più spontaneamente e conserva, a dispetto degli anni trascorsi e delle lontananze, suoni, risonanze e sfumature insostituibili e indelebili. Spesso l’unica capace di esprimere l’autenticità del suo io. Non è il caso di Lucia che sa giostrare bene anche la nostra bella lingua nazionale, ma, indubbiamente, in questi suoi scritti si manifesta una parte di lei inedita, uno degli aspetti più veri, profondi e affascinanti della sua personalità che, senza l’ausilio del dialetto, forse non si sarebbe mai rivelato.
Lucia si presenta con questo nuovo lavoro quasi in punta di piedi. La biografia scarna che fornisce di sé, aiuta tuttavia a meglio focalizzare gli aspetti linguistici delle sue esperienze professionali e della sua produzione. In particolare penso al bel racconto Il volto di terra uscito nel 2007, ambientato nei medesimi luoghi di origine che hanno ispirato questa raccolta, ricco di dialoghi ed espressioni dialettali, di profumi e suoni montanari (le caldarroste, la corna…), seppure inserito in un contesto di lingua nazionale. Probabilmente rappresenta il primo sintomo di questo risveglio legato alle radici delle sue origini. L’anno seguente, infatti uscì, per i tipi dei Quaderni di Pianeta Poesia, Dietro i vetri, la prima raccolta poetica interamente scritta in badengo: brevi poesie incastonate nella vita del borgo, piccole gemme capaci di riflettere la luce e i colori di un tempo che non è più. Da notare che l’uso del dialetto in questi versi non è vernacolare; il dialetto badengo si presenta al lettore come una neo lingua; esempio, come annotava Franco Manescalchi nella postfazione, più unico che raro nella nostra regione, in un ambito di “bistilismo”, ovvero di coincidenza fra lingua e dialetto, come capita per il toscano.
In questa prima raccolta prendono vita quadretti e figure densi di memorie e stupori rivisitati dall’età adulta. Il lettore vi si riconosce e si commuove perché i ricordi di Lucia si dilatano, si rivestono di un’umanità tale da renderli universali. La stessa cosa capita alla lettura di questa nuova raccolta (ormai l’autrice ha preso il via e chissà quante altre gemme in badengo ci regalerà…). Per Dietro i vetri, sottolineava Massimo Seriacopi nella bella introduzione:
“[…] il suo appunto non è un osservare la realtà da un angolo appartato, ma un immergersi nella quotidianità, nello scambio continuo con le persone vicine […] Il tutto a testimonianza di una vita che viene sentita come ‘donata due volte’, con un riferimento alla dimensione del divino e a quella misericordia superiore che sembra decidere misteriosamente di revocare, in certi sovrumani attimi, il mandato di termine di un’esistenza terrena: e resta il canto di questa esperienza in sé indicibile […].”
Tuttavia All’otta mai, che pure segue e adotta la stessa “lingua” e simili modalità espressive, non è una replica ricalcata sull’esperienza precedente.
Stavolta Lucia, cosciente che l’uso del dialetto sia da considerarsi anche sotto un aspetto prettamente linguistico, di norma lasciato ad antropologi e storici, ha voluto offrirci di più, si è lasciata prendere la mano da qualcos’altro. Infatti così inizia la sua introduzione:
“Dopo Dietro i vetri, mio primo testo di poesie in dialetto, nato dalla pienezza del cuore senza porsi troppe domande sull’aspetto storico-culturale delle radici linguistiche badenghe, in All’otta mai, mi sono lasciata prendere dal gusto della ricerca semantico-etimologica. […]".
Seguono, tracciate in breve, le ricerche e le scoperte effettuate sul linguaggio di questo paese dell’Amiata un po’ isolato, sulle diverse influenze (etrusche, latine, umbre, francesi, senesi, còrse, longobarde) che, nel corso del tempo, ne hanno segnato il periodo storico, le tradizioni, il modo di esprimersi, il suo ruotare, nei periodi più sfolgoranti, attorno a quel riferimento, “punto luce” come lo chiama Lucia, che era l’Abbazia. Il Monastero fu chiuso nel 1771 per ordine del Granduca di Toscana Pietro Leopoldo e molti dei beni che vi erano custoditi, tra cui il famoso Codex Amiatinus (la Bibbia trascritta dai monaci in latino nello stesso periodo di quella di San Girolamo), andarono dispersi o finirono in musei fiorentini. Ma non solo i beni materiali si disperdono con il tempo e con gli eventi… A partire soprattutto dal secolo scorso, a causa del rapido diffondersi di alcuni mezzi di locomozione, dell’intervento dei mass-media, in progressiva, inarrestabile crescita e di una massiccia infiltrazione di immigrati, il dialetto ancora oggi parlato dai più anziani abitanti del luogo, è a rischio scomparsa. Molte sono le espressioni che la generazione più giovane non usa più. Tra queste il pittoresco All’otta mai, che dà il titolo al libro e, speriamo, ne conservi poeticamente anche la memoria.
Lucia però non si è fermata qui. A coronamento del suo lavoro ha posto in appendice alcune pagine tratte Dalla Poesia dialettale del 1900, a firma di Luigi De Bellis:
“Una poesia in dialetto è per definizione possibile solo quando esiste una lingua nazionale comune, rispetto alla quale, per ragioni diverse che variano da caso a caso, essa tende a distinguersi. La storia linguistica italiana è assai peculiare sotto questo aspetto: […]”
Non c’è naturalmente l’intenzione di ripercorrere tutta la storia della poesia in dialetto, ma, attraverso alcuni cenni retrospettivi, vengono illuminati i punti fondamentali della storia dei nostri dialetti, della lenta, spesso contrastata nascita della lingua nazionale e si rilevano le motivazioni per cui alcuni autori del novecento hanno scelto di esprimersi con questo particolare registro linguistico: Salvatore Di Giacomo (Napoli), Tessa, Noventa (questi ultimi due, significativamente inseriti in un contesto di opposizione al regime fascista), Biagio Marin (No’ gh’è lengua che valga el dialeto /che una mare nascendo ne insegna), e non ci dimentichiamo di Pasolini (Poesie a Casarsa o i versi: Sono infiniti i dialetti, i gerghi,/ le pronunce, perché è infinita/ la forma della vita, non bisogna tacerli, bisogna possederli; e tuttavia ammoniva: “Il dialetto è sottostoria”…), di Franco Loi con la sua produzione dialettale venata di sperimentalismo o di Zanzotto, anche se limitatamente ad alcuni testi.
Infatti, seppure in Italia (e, forse, in un non troppo lontano futuro, lo sarà per l’Europa) sia stata necessaria l’unificazione linguistica, i dialetti restano la più interessante testimonianza della sua storia multicolore e, sul piano della letteratura e della poesia, quelli al quale Lucia si è rivolta, essendo i linguaggi del cuore, sono i mezzi più spontanei per comunicare e costituiscono un’inesauribile riserva di vita linguistica; nelle voci rielaborate da letteratura e poesia la loro forza espressiva, còlta dal vivo, si amplifica, si tinge di colori insostituibili.
Certo occorre rilevare che un tempo erano i dialetti a suggerire molte espressioni nuove ed ogni regione contribuiva a prestare neologismi all’italiano. Per fare un esempio, solo dal Veneto ci sono pervenute ciao ed un sacco di parole che hanno attinenza con la vita del mare, come pontile, regata, traghetto, scampi, ma anche giocattoli (che rimpiazza il toscano balocchi).
Oggi i dialetti hanno un apporto nettamente inferiore rispetto alle lingue straniere, l’angloamericano in particolare. Ma anche la Francia (nel Settecento e Ottocento) e la Spagna (dominazione spagnola) hanno abbondantemente contribuito ad arricchire la nostra bella lingua.
Qui il discorso, però, comincia a cambiare. Sta scivolando verso l’avventuroso viaggio che l’italiano ha percorso per diventare tale e per imporsi come lingua di comunicazione nazionale. Personalmente ritengo sia stata una bella conquista e considero una ricchezza ogni apporto esterno ad esso pervenuto, incluse - perché no, non sempre c’è logicità nell’affermarsi di una lingua - certe forme ritenute erronee (fanno ancora arricciare il naso a qualche purista…) e che, invece, per il grande uso, si sono poi imposte alle altre.
D’altra parte se non si può fare una distinzione netta tra lingua e dialetto (tutti i dialetti, infatti, sono lingue) si dovrà dire lingua quel dialetto che, a un certo punto, si è imposto sugli altri. Un linguista lèttone del Novecento, Max Weinreich, sosteneva, in modo pittoresco ma estremamente concreto, che “Una lingua è un dialetto con un esercito e una marina”.
Se si pensa alla nostra storia linguistica, il toscano si è identificato ad un certo punto con l’italiano non solo perché la parlata fiorentina meno delle altre si era discostata dal latino e, comunque, si era evoluta in maniera più lineare ed omogenea, ma soprattutto grazie agli scritti di Dante Alighieri, Francesco Petrarca, Giovanni Boccaccio, Machiavelli, Guicciardini che dettero al loro “dialetto” dignità letteraria, l’oralità fatta scrittura. Una lingua diffonde il proprio lessico quando si presenta con un prestigio particolare, una cultura solida, un dominio su arti e scienze. Una questione di indiscussa autorevolezza. Fortunatamente, il dialetto, oggi, in Toscana, è un elemento ancora vitale (basti pensare al cinema, ai vari Benigni, Pieraccioni, ecc.).
L’importanza delle radici di una lingua è enorme e indispensabile per la sua vitalità e la scuola - questo problema sta molto a cuore all’autrice - dovrebbe provvedere a trattare ogni dialetto con la dovuta considerazione, anche se non è ragionevolmente né “storicamente” pensabile di poterlo utilizzare, come alcuni caldeggerebbero (avrebbe senso scrivere una tesi di laurea in lingua sarda? O fare assurgere il ladino di certe valli alpine a lingua nazionale?).
Non voglio però inoltrarmi in terreni linguistici insidiosi e ancora ampiamente dibattuti. Mi piacerebbe, però, concludere con la poesia di Lucia “Erono” che, simpaticamente, ci offre una riflessione in più sull’argomento: “ Emozionata, co’ le mani ghiacce,/ guardavo la maestra/ corregge/ i primi pensierini./ Co’ la penna rossa/ aizzata ne’ l’ quadernu/ leggeva/ senza appoggialla tra i righi.// “ Nun ho fattu mancu ‘nu sbagliu” pensai./ E tremai anche di più.// Ecco che la bella manu/ si fermò un secundu e/ mise una zampetta ad una ‘o’./ “Erano Lucia, no Erono”/ rise co’ i’ visu doicce/ di chi capiva, perché sapeva i’ dialettu.//”Erano, se lu dice lei, pensai./ Ma come bisogna movela la bocca/ pe’ parla’ itajanu?”
INNOCENZA SCERROTTA SAMA’, La mano e la prua, Edizioni Polistampa, Firenze 2010, pp.61, Euro 8.00
Il primo verso mi arriva cantando.
Il titolo di questo nuovo poemetto di Innocenza Scerrotta Samà La mano e la prua, pubblicato a poco più di un anno dal precedente Nel cerchio della rete, suggerisce, ancor prima della lettura dei testi, alcune immagini che difficilmente, in seguito, abbandoneranno il lettore.
La mano, multiforme simbolo delle capacità umane, accostata alla prua, parte dell’imbarcazione rivolta alla meta, evoca l’immagine di un nocchiero nell’atto di affrontare il mare, lo sguardo rivolto oltre, verso un punto d’arrivo che, seppure ancora invisibile, costituisce il fulcro, il motore della scena stessa. A rendere più netta, appena più sognante, questa immagine saranno, poco dopo, all’interno della raccolta, le parole dell’autrice stessa: “Mani alla prua / occhi / lontani.”
Non occorre fantasia per sostituire, nel gioco dell’immaginazione, la figura del nocchiero con quella di Innocenza.
Accingersi a leggere le sue liriche significa divenire passeggeri di questa imbarcazione, sospesi sul mare della sua vita e del suo inconscio, steso da ogni parte, dietro, davanti, sotto. Significa scoprire, solcando le onde, quanto queste lascino intravedere dalla trasparenza dei flutti o riportino in superficie nel loro instancabile moto.
Il racconto di questo viaggio ci viene offerto in un linguaggio che, nel corso degli anni, percorso da ritmi ben scanditi e serrati, si è fatto sempre più asciutto ed essenziale, raggiungendo un’intensità tale da rendere dirompente la voce poetica dell’autrice.
La guida per meglio affrontare tale avventura non manca.
Il commento, in quarta di copertina, a cura di Franco Manescalchi, poeta-faro, saldo punto di riferimento per la cultura fiorentina e non solo, riprende i temi di fondo di Innocenza, apparsi nelle sue precedenti pubblicazioni e scandaglia con occhio acuto l'ultimo fluire del loro percorso.
Le ampie introduzioni di Rossano Onano, poeta psichiatra e sensibile interprete della psiche umana, e di Giuseppe Panella, poeta filosofo e fine critico, ci introducono, con analisi puntuali sui versi di Innocenza, ai misteri, ai segreti, agli inganni e ai disinganni di questa poesia, suggerendo illuminanti chiavi di lettura.
Il mito, tutte le leggende e gli eventi magico-religiosi ad esso collegati, il mare ed ogni elemento della natura, sacralizzato dall’abbraccio coinvolgente dell’occhio umano, emergono o traspaiono con potenza e limpidezza. In un’atmosfera rarefatta, un po’ onirica, illuminata da uno strano sole non sempre capace di diradare le ombre, si delineano con forza, seppure appena accennate da scarne parole, figure mitologiche quali Narciso, Armonia, Orfeo, Euridice, Persefone, ma anche bibliche come Sansone e Dalila o storiche e letterarie, e l’eterno messaggio di ciascuna di esse è restituito al lettore nella pienezza del vero significato.
Nitida, attraverso le parole di Onano, la lettura del mito di Orfeo:
“Fremono i sensi, / l’acqua, / l’aria, / la luce, / l’erba tenera d’aprile. / Mortifero / il serpente / sul seno di Euridice”.
“[…] Orfeo si volta perché, dietro di sé, non ode il rumore dei passi di Euridice che, ombra, non faceva rumore. […]”. Ciò che Orfeo ha ottenuto è solo il potere di rendere immortale Euridice con il suo canto.
O quella di Panella sull’interpretazione di Narciso:
“Narciso si specchia / e / s’innamora / d’immagine divina / mossa / da Zefiro sull’acqua”.
“[…] Narciso consuma il proprio tradimento nei confronti della Natura, scegliendo l’arte e il suo vagheggiamento assoluto.[…]”. È l’inganno di chi si illude di potere scavalcare la dimensione dei rapporti umani per privilegiare la pura Bellezza.
L’amore e la conoscenza della letteratura antica, la volontà di fare rivivere nei suoi versi i personaggi che la animano, dopo avere identificato le loro gioie, pene, sorprese, tragedie con le nostre (sempre le stesse nonostante i secoli trascorsi) credo lenisca la solitudine ansiosa che traspare dalle opere di Innocenza.
“Il primo verso mi arriva cantando” mi ha confidato l’autrice in una recente conversazione, quasi stupita che tanta grazia potesse discendere su di lei e che, da questo verso, ne prendessero vita altri. Chi, però, come lei, si accosta alla letteratura e alla poesia per meglio capire la sconvolgente avventura della vita, avrà sempre qualcuno con cui dialogare perché la letteratura a questo serve: gettare ponti tra le tante, diverse solitudini che ci affliggono.
ALBERTA BIGAGLI, Amore fu - la poesia d’una vita, Passigli Editori, 2009 Firenze
Alberta: attraverso un secolo di poesia
Il fatto che sia stato Carlo Betocchi a prendere per mano Alberta Bigagli per avviarla alla scoperta di un sentiero poetico, da lui avvertito ricco di fermenti e fecondo fin dal primo timido inizio, non ci lascia indifferenti. Indubbiamente non ha lasciato indifferente neanche l’autrice di questo volume, Amore fu - la poesia d’una vita, recentemente edito da Passigli, nel quale è riunito l’intero corpus poetico di Alberta Bigagli, se alla memoria del grande maestro l’allieva ha dedicato l’opera. Nell’ampia e approfondita prefazione Valerio Nardoni sottolinea che la dedica è stata indirizzata al poeta […] in segno di continuità e non mutata devozione […], ma anche, ne sono certa, con la gratitudine di chi è consapevole di essere stato guidato verso l’unica via possibile per dare corpo ad una soggettività indomita ed offrire adeguato spazio ad inesauribili fonti di ispirazioni e creatività. Un corpo, è il caso di precisare, assai meno corruttibile di quello assegnatoci alla nascita, anche se Alberta, nel corso della sua lunga poetica avventura, alternativamente espressa in prosa e in versi, il corpo materiale arriva a “percepirlo” quasi come presenza estranea da sé, un necessario bagaglio da portarsi dietro e con esso, nonostante i guai procurati a causa della sua fragilità e caducità, si riconcilia. Ha questo d’importante l’ingrandirsi dell’anima/ in una piccola persona come io sono./ Che il corpo il generoso e il necessario involucro nostro ne resta affrancato./ Per cui lo percepisco e lui corpo ne esulta […] (Elogio alla vecchiaia).
Filosofica e poetica accettazione che segna un punto di arrivo, una tappa importante nel suo percorso, non riscontrabile nelle prime produzioni, pur ricche di quella “gioia corposa e… dolore nascosto” individuati dallo stesso Betocchi già nella sua prima raccolta L’amore e altro (Nuove Edizioni Vallecchi, Firenze 1975), caratterizzata da tinte forti e sanguigne, illuminate da un sole che batte in pieno giorno come conviene alla piena giovinezza, ma già venate dalla coscienza di un tempo inesorabile e sfuggente: […] Il tempo del mio regno. Possedere la vita appuntare lo sguardo su una valle di tempo che si stende per tante cifre d’anni. “Son padrona e regina. Di che? Che farò del mio trono? Danzando fuggirò come le nubi e i vecchi incanutirsi vedrò e piegarsi gli adulti…[…] (Attesa, L’amore e altro).
Ad una decina di anni di distanza con L’arca di Noè (Gazebo, 1986) Alberta approda ad un linguaggio più scarno, essenziale, maturo frutto dell’eredità del padre che, ancor prima di Carlo Betocchi, con semplicità le aveva trasmesso l’amore per la poesia intesa come “senso della vita”, un seme, poi, ben coltivato dal “tempo sfuggente”: Il tempo assorbe e proietta/ su antichi sentieri/ ora non più verdi di pascoli./ Io ho concepito tu hai scritto/ con punta veloce su fogli volanti. (Ritagli epistolari, L’Arca di Noè). Un libro, tuttavia, nato anche a seguito del suo interesse e successivo incontro con la psichiatria e la psicopedagogia sfociate, dopo un’esperienza presso l’Ospedale psichiatrico di S. Salvi a Firenze, in un ricco itinerario di Incontri di Linguaggio Espressivo, un’attività di ricerca che dura ancora oggi.
Dove però questi suoi interessi riusciranno a fondersi perfettamente al linguaggio poetico sarà nei successivi libri In mezzo al cerchio (Firenze, Caratteri, 1989), una più giocosa produzione di sonetti in prosa e Tre voci e una mano (Venezia, Edizioni del Leone, 1990), interessante documento (oltre che opera poetica) sulla sua concezione della poesia, che susciteranno apprezzamenti critici di notevole rilievo. La poetica di Alberta si sta delineando. Se l’intera sua opera può essere contraddistinta, come l’autrice stessa suggerisce, da quattro diversi aspetti, ovvero l’aspetto del concreto, del collettivo, del visionario e del meditativo, non è azzardato asserire che i libri appena citati riflettono soprattutto il passaggio tra la prima e la seconda fase. L’ascolto dell’altrui voce diventa poesia e rende più consapevole e struggente anche il dialogo con se stessa: […] Ho bisogno di amore che dia una scossa e svegli/ la bambina che fui forse cattiva o piena di vita/ che ho lasciato col tempo si addormentasse dentro. (Gli odori, dialogo n.12, Tre voci e una mano). La sua ironia, la visione lucida dell’esistenza, non possono soffocare quella sorta di rimpianto, di ansia di felicità, di smarrimento esistenziale che la portano istintivamente a cercare rifugio e speranza nell’innocenza dell’infanzia.
Un senso di smarrimento e di solitudine appare ancor più evidente nella successiva raccolta Diamanti (Firenze, Masso delle Fate, 1994), dove il dialogo poetico si fa più intimo e personale. I testi, tesi a recuperare esperienze del passato e a valorizzare parola ed immagine, si arricchiscono di elementi onirici e prefigurano l’aspetto visionario che caratterizzerà Paesaggio mobile (Chieti, Tabula Fati, 1999) : […] perché io vado inseguendo con difficoltà/ il senso esplicito di una parola/ cangiante da eternità a infinito e viceversa.[…](Paesaggio mobile, Visione 3). Un aspetto che, da questo momento, non scomparirà più dalle opere di Alberta. L’autrice chiama visione “tutto ciò che si stacca dal concreto, tanto da acquistare verità propria”.
Nei Salmi laici (Chieti, Tabula Fati, 1999), brevi poemetti in terzine chiamati Pronunciamenti in cui due personaggi di volta in volta si contrappongono, prevale invece un tono pacato e meditativo. La particolare scelta stilistica e l’uso raffinato della parola mai disgiunto dal tono meditativo, conferiscono a questi testi armonia e profondità dando vita ad una poesia contemporaneamente lieve e di spessore :[…] Quella coppia sospesa tra Nostalgia e Avventura/ compie ridente la fatica chiesta da sconosciuti/ di esprimere l’intera umanità ed il suo malebene. (Salmi laici, Pronunciamento quarto).
Esperienza dopo esperienza, raccolta dopo raccolta, ci si avvia alla piena maturità espressiva. Dalla terra muovo (Ferrara, Book editore, 2003) riafferma con vigore e nuova sicurezza la concreta appartenenza al nostro pianeta Terra e alla natura di quello strano animale chiamato uomo destinato ad abitarla. Non si ferma, però, solo a questa concretezza. Il libro riunisce ed armoniosamente intreccia tutti e quattro gli aspetti fondamentali della sua poetica (concretezza, collettività, visione e meditazione) finora più isolatamente avvertiti nelle altre sue raccolte: […] Ma tu devi capirlo tu base culla/ e ventre che questa mia materia/ è stanca come la tua in quanto che/ per esserti fedele io non posso non/ addossarmi la tua stessa età. (Terra uno, Prologo). < BR >
Gli anni trascorsi hanno imbiancato la testa di Alberta, ma non fiaccato la sua inesauribile voglia di scavo nell’animo umano per cercare di comprendere i misteriosi meccanismi che lo muovono. Un uomo deludente, angosciato, spesso indegno si delinea tra i suoi versi, ma sempre l’autrice si schiera dalla parte della vita.
Siamo arrivati ormai alle ultime produzioni Il sentimento della storia (Firenze Quaderni di Novecento Poesia, 2006), un appassionato grido contro l’alienazione di un mondo incapace di comunicare e contro il silenzio su alcune figure “seme” della nostra storia, e Agli amici di Villa Ulivella (Firenze, Collana La Voce, 2007), triste parentesi di malattia e sofferenza nell’arco dell’esistenza di Alberta, affrontata, seppure distesa in un letto, con l’occhio puntato verso orizzonti più alti di quanto la terra permetta di cogliere, e da cui è uscita con rinnovato vigore, fisico e poetico. L’avere sperimentato in prima persona la fragilità umana sarà per Alberta motivo e occasione di riflettere più profondamente sulla sua attività di scrittrice e poetessa.
Prima che il senso del lavoro di un’intera vita si perda, anzi si disperda in pubblicazioni e fogli sparsi, perché non cercare di condensare almeno le esperienze più significative e riunirle in un’opera di più semplice consultazione?
Libertà e bisogno ( autobiografia in breve ) (Bastogi Editrice Italiana, Foggia 2008), autobiografia dell’autrice commissionata dall’ispanista Gaetano Chiappini, profondamente interessato alla sua ricerca e giunto a lei attraverso la corrispondenza di Carlo Betocchi con Oreste Macrì, risponde in parte a questa esigenza, ma anche ad un’altra, irrinunciabile, ancora più intima e segreta della prima e tanto forte da vincere ogni remora nel realizzarla, pur nella consapevolezza dell’impossibilità di essere obiettivi quando si parla di se stessi.
Amore fu segna anch’esso un momento dedicato al bilancio, un desiderio di riorganizzazione nel percorso di poesia e di prosa, iniziato tanti anni fa e destinato ad approdare al nuovo millennio dopo avere attraversato quasi tutto il nostro Novecento, secolo al quale Alberta Bigagli ha aderito con piena partecipazione in ogni sua manifestazione, sociale e letteraria, ma soprattutto con una poesia straripante di voglia di comunicare. Un percorso, ci auguriamo, ancora lungo e fecondo.
ROSALBA DE FILIPPIS, Il filo forte del liuto, Campanotto Editore, Pasian di Prato (UD) 2008
Incuriosisce il titolo di quest’ultima raccolta poetica di Rosalba De Filippis: un libro elegante nella sobria veste bianca delle Edizioni Campanotto ed arricchito da una serie di disegni-graffiti di Aldo Frangioni che si integrano con incisività e leggerezza alle liriche dell’autrice.
La curiosità, il piacevole impatto spingono ad aprire le pagine ed a cercare tra versi e vorticosi tratteggi una qualche risposta all’attesa: ed è l’inizio dell’avventura.
Il lettore sarà facilitato dalla presentazione di Franco Manescalchi che individua i contesti da cui muove la poesia dell’autrice: un surrealismo mediterraneo italiano (Vittorio Bodini, Leonardo Sinisgalli, Bartolo Cattafi …), ma anche un surrealismo, ricreato con traduzioni di Lorca e Apollinaire, di un autore come Giorgio Caproni. Una poesia, dunque, caratterizzata da questa “doppia valenza”, orientata a cogliere “il consistere dell’istante” .
Il libro consta di quattro sezioni: Giocoliera di sogni, La giostra delle formiche, Il solstizio del verso e La voliera aperta per un totale di poco più di quaranta composizioni. Si tratta generalmente di testi assai brevi, ma estremamente densi di significato(i).
Al primo impatto, appaiono liriche di non facile accesso, nonostante le preziose indicazioni. Colpisce subito, però, l’estrema musicalità e fecondità d’immagini del procedere poetico. Se anche solamente ci si abbandona al suono delle parole, al ritmo vivace dei versi, sapientemente costruiti alternando il verso libero al classico endecasillabo e settenario, non di rado spezzati, subito se ne percepisce la fluidità ed il fascino. Contribuiscono a questa armonia le frequenti rime e assonanze, dal sapore caproniano, poste a suggello delle composizioni. Sottolineano personalissime “chiuse”, dove la parola, mai definitiva, spesso frammentata dalla punteggiatura, sembra restare magicamente sospesa, “impigliata”, come in “Il mio lare di gabbia”: “[…] Di radici un altare/ invogli il mio passo/ o si impigli la piuma/ in ritorni/ alla rete rosata/ dei giorni.” o come in “Non c’è tempo”: “[…] corre il sempre/ riprende il suo verde/ di seme in formica/ E il vento il vento./ Mi sembra./ Che./ Dica”.
Leggendo, pare quasi di ascoltare una fresca cascata di note mozartiane insinuatesi tra le pagine, come poi, nella terza sezione, la lirica “Mozart” sembra confermare “[…] tu conosci ciò/ che sciama dentro/ e andiamo insieme/ al dono dei miei anni […]”o di veleggiare oscillando tra un fuori di sé e un sé, mai completamente disgiunti, come nella lirica “Gli angeli”, in un impeto di libertà ritrovata “[…] Di ferro e panno ridono/ la mano sulla bocca/ affacciano gli sguardi/ a me/ che mi rannicchio nella rosa/ e bussano al mio vetro/ prati cieli meli di parole/ angeli di innesti./ E nel brusio/ le piume./La voce./ Del mio fiume”. L’elegante, continuo movimento di questi versi che alternativamente si aprono e si chiudono, si lanciano nel mondo esterno e subito ripiegano in quello interiore, crea un’atmosfera viva facendo emergere, a tratti, chiaramente, la voce di questo fiume, avvolgendo e coinvolgendo il lettore. Quasi si fosse davvero legati e trascinati da un invisibile filo.
Nei testi di Rosalba “filo” è indubbiamente una delle molteplici parole-chiave, spesso connotate di grande valore simbolico, quasi degli archetipi, intendendo come archetipo una forma portatrice di significati e valori che trascendono l’intenzione comunicativa o l’interpretazione soggettiva di un’immagine. Rintracciarne le sottili, o alcune delle sottili motivazioni e le segrete associazioni che le hanno determinate, significa far prendere luce, come potrebbe capitare ad una ragnatela improvvisamente investita dal sole, a quell’invisibile filo che le mette in relazione e rivelare un possibile sentiero guida.
Ci accorgeremo allora che questa parola “filo”, più volte ripetuta, “[…] Sul filo di rima/ nel soffio di un lama bizzoso […]; […] Io filo tu sole/ imbastisco parole/ e ti lego al mio rito […]; Vorrei portarti in braccio/ come un figlio/ nel canestro della pace/ e legarti ad un filo […]” ; fino al “[…] Donarti il filo forte del mio liuto […]” e ancora” […] il mallo della noce/ appeso al filo stretto/ di una voce.[…]”, ogni volta assume una diversa sfumatura. E così capita con altre parole-chiave. Una per tutte “rosa”, archetipo degli archetipi e, come osserva Elémire Zolla (Archetipi, Venezia 1988) “[…] come ogni ente gravita verso lEssere che è l’Uno…,tutti gli archetipi si ravviseranno in ordine prospettico, in rapporto all’invisibile Unità che è il loro punto di fuga; assomiglieranno allora, sul piano visivo, ai petali di una rosa, sul piano acustico alla rosa della cassa armonica, l’apertura negli strumenti a corda dove le vibrazioni delle corde-archetipi assumono ciascuna il proprio corpo sonoro e tutte si unificano nel timbro complessivo dello strumento […]”. Il filo forte del liuto?
Investiti dalla polisemia di questa poesia, seguendo i sentieri tracciati dalle parole, si potrà allora tentare di delineare l’anima dell’autrice. Forse non sarà possibile coglierla nella sua complessità e interezza, ma le poesie si rivestiranno di significati nuovi, a prima vista sfuggiti.
Parole e vita sono ora intersecate: le belle immagini della natura, i rapidi tocchi con cui si definisce un paesaggio, un luogo amato, il pullulare dei numerosi animali che, dando origine a suggestive e significative metafore, percorrono tutta la raccolta, sembrano fondersi con le caratteristiche e le più intime aspirazioni dell’autrice, finché tra poeta e poesia si annulla ogni confine. Accentuata, tra gli animali, la presenza di creature alate (calabroni, rondini, civette, “uccello-regina”…) quasi a simboleggiare, con quelle loro ali tuffate nel cielo aperto, in un mondo chiuso da “muri”, un’ansia di libertà, un anelito all’oltre: “[…]la rondine veglia e garrisce/ se gira la testa./ Oltre il cielo oltre il verso […]”.
Forse l’inconscio desiderio di ogni poeta di vincere il tempo, insopprimibile, umano nemico.
Attraverso lo scorrere fisico del tempo, scandito dai numerosi riferimenti alle stagioni che, quasi ad ogni pagina, accompagnano la lettura di questi testi, la nostra “giocoliera di giorni” con “palpebre arrese e porte ormai chiuse” diventa “giocoliera di sogni” e ci avvia alla percezione di un altro tempo, del tutto disancorato dalle albe e dai tramonti, dalle primavere e dagli inverni: una dimensione assolutamente intima e personale dove a dominare sono i sentimenti e le emozioni, dove i colori tendono a sommarsi in un unico bianco abbraccio e dove i suoni che riecheggiano appartengono al suo “liuto”.
Da “giocoliera di sogni”, Rosalba De Filippis si è trasformata in “giocoliera di parole”, per comunicarci la sua bellezza, per mutare in poesia dolore e gioia.
Di quest’ultima magia le siamo grati.
ROBERTO R. CORSI, L’indegnità a succedere, Esuvia, Firenze 2007
Ho conosciuto l’autore di questa raccolta non in veste di poeta, bensì di presentatore e di critico, durante la presentazione di un libro di Luigi Fontanella. Mi colpirono in quell’occasione principalmente due cose: la sua giovane età e la rara capacità di rendere accessibile al pubblico una poesia alta e non sempre facile come quella dell’autore che presentava. Indubbie doti di simpatia e comunicabilità acuirono l’interesse.
È perciò con piacere e curiosità che mi sono accinta a leggere questa sua prima silloge, circa quaranta poesie precedute da una prefazione di Paolo Codazzi e suddivise in tre sezioni, ciascuna delle quali introdotta da versi di Pasolini, Rilke e Zanzotto in esergo. La citazione di questi autori costituisce un utile filo guida per muoversi nell’opera e comprenderla più a fondo, ma non è la più éclatante agli occhi del lettore.
Si legge in quarta di copertina che Roberto ha sviluppato un percorso poetico parallelamente alle amate attività musicali. Infatti, fin dalle prime liriche, ci si trova immersi in una vera e propria “cascata musicale”. Mahler, Berg, Bartòk, Bach, Brahams, si stendono da padroni su queste pagine con tutta la magia dei suoni, delle suggestioni, delle emozioni suscitate dalla loro musica. Più esatto sarebbe dire dalla “musica”, ovvero quell’armonia dei suoni che, tanto cara all’autore, ormai è parte integrante e imprescindibile della sua persona.
Sostanzialmente condivido quanto dice Paolo Codazzi nella prefazione “[…] un esercizio di lettura all’interno del quale si riconosca il tentativo dell'autore intimando sintassi e lessico come un esperto direttore d'orchestra, o orchestrale dai sanguigni virtuosismi, evocando (con l'aggravante di essere esecutore e compositore della sua musica) il tentativo antico proiettato nel suo vivere d’intendere i feticci del suo tempo; sforzo destinato all’incompiutezza per nostalgia di altri tempi […] percependo la forte esigenza, talvolta teatrale, di una coralità classica, di scene e quinte invocanti un dolente dovere risolto nella distanza di un tempo che non appartiene […].”
Nell’orchestrazione di questa raccolta, l’antico si affaccia continuamente, con l’uso del linguaggio (sorvegliatissimo e non di rado scandagliato in profondità), con filosofiche incursioni (Zenone, Pitagora, Protagora), con la mitologia, con la nostalgica ricerca di una classica “Bellezza”. I versi colti, cesellati, intrisi di citazioni e riferimenti, a lungo limati, raccontano talvolta con veemenza giovanile, tal altra con guizzi ironici o improvvise tenerezze l’originale ed affascinante mondo dell’autore. Particolarmente toccanti i punti in cui le esperienze personali, intrecciandosi a mitiche figure o a giganti dell’arte, si risolvono in uno smanioso e struggente desiderio di identificazione: “[…] Almeno tu hai saputo/ un ultimo furioso sciabolar di bacchetta,/ venti eterni minuti. Votiva, sperata/ scintilla – mia, d’ogni uomo che amo.” (Kiril Kondrashin, pag.16).
Ho molto apprezzato anche la scelta dei Poeti evocati in esergo alle tre sezioni: “Ed era sempre chiaro/ che, per vivere, m’era/ necessario non vivere”. (P.P.Pasolini, Alla fine del viaggio).
“E tutto congiura a tacere di noi, in parte come/ vergogna, o forse come speranza indicibile”. (R.M.Rilke, Elegie duinesi).
“Quelle sarebbero state le parole finali/ ma… Ancora il fascino?”. (A. Zanzotto, Retorica su: sbandamento…).
La vita, il silenzio, la vergogna, la speranza, il fascino… Mi sembra davvero azzardata l’ipotesi che possano rappresentare “principi di depistamento accuratamente inseriti”.
Soffermandomi a riflettere in particolare sui bei versi di Rilke, all’inizio della seconda sezione (eponima del libro), mi sono tornate in mente le sue Lettere a un giovane poeta.
In esse Rilke, a cuore aperto, invita un giovane autore in cerca della sua identità poetica a ricercare se stesso nella propria interiorità, ascoltando ciò che è vivo, guardando il mondo come se fosse il primo uomo, tutto accettando senza pretendere di afferrare con razionalità il senso di ciò che siamo e disinteressandosi del giudizio di chi, dall’esterno, non può arrivare a comprendere la potenza di tale lenta gestazione. La lettura di queste lettere, di fatto, rivela come Rilke stesso giungesse alla poesia, proprio attraverso ciò che si percepisce dai versi in esergo.
Il pasoliniano “non vivere” già annunciava questa ricerca del senso vero della vita attraverso un ritorno alla “ingenuità”, alla purezza nel concepire l’esistenza. Nel silenzio – continua Rilke – si intuisce il nuovo itinerario, oltre la paura: “essere coraggiosi verso quanto di più strano, prodigioso, inesplicabile ci possa accadere…”. Così la solitudine si popolerà e diventerà rifugio chiuso ai rumori dell’esterno. L’indicibile può essere sinonimo di speranza.
I versi nati da questo tuffo in se stessi, dove l’opera creata si confonde con la vita e infanzia e futuro sono compresenti, se nati da effettiva necessità, non temeranno alcun giudizio.
Roberto Corsi ha bene assimilato la lezione del grande Rilke. Anch’egli cerca di ritrovare il senso della vita (e della morte) nella “parola artistica”, nell’aspetto puramente espressivo della poesia, coraggiosamente nuotando nel misterioso mare del suo essere uomo. Non a caso ho usato i termini “nuotare” e “mare”. Se il libro può essere letto ed ascoltato al contempo tanto è forte la musicalità che lo pervade, il mare (l’amato mare) è il significativo, forse inconscio sfondo di questo testo. Mare, ovvero, simbolicamente, l’elemento vitale per eccellenza: […]Gabbiani/ in teorie di ritorno. […]”, “Un’onda dovrebbe morire nella sua corsa- […]”, “[…] Come il mare, ti spurghi/ di metallica cruda flatulenza/ e insegui la follia/ alla vergine brezza del mattino[…]”, solo per rammentare alcuni esempi.
Tuttavia cercare di condensare nella parola scritta, necessariamente limitata nei suoi codici espressivi, la forza del pensiero e dell’animo, i moti consci ed inconsci o addirittura aspirare a conciliare l’inconciliabile, richiede un instancabile e delicatissimo lavoro. In questo processo non può essere estranea la sofferenza, che infatti serpeggia dolente fra le pagine, talmente acuta a volte da divenire in-sofferenza; eppure catartica. Attraverso il doloroso schermo del proprio essere si intravedono approdi intatti, forse irraggiungibili, ma la speranza ne resta nutrita:“[…] Immota danza,/ rugginosa arroganza/ che divina Maestrale, promettendo/ il sole di domani”.
Approdi che corrispondono a quel punto drammatico ma straordinariamente fecondo in cui si situa la poesia di Zanzotto, i cui versi sono posti all’inizio della terza sezione.
In quest’ultimo autore (particolarmente chiara la poesia da cui sono tratti i versi) si assiste ad una disgregazione della realtà e della lingua e, correlativamente, dell’io. A questo io in frantumi consegue un terrore - “il terrore di ogni giorno” come Zanzotto lo chiamava - uno sbandamento, un mancamento radicale. Ecco che allora traspare un’assoluta necessità di verità e questo mancamento, stritolato dalla consapevolezza della insufficienza comunicativa della lingua scritta, si sostiene solo nella presenza dell’Altro.
Un percorso non certo privo di fascino.
Questo fascino, esaltato attraverso le parole di Zanzotto, è misteriosamente percepito anche dal nostro autore che ha condotto la sua appassionata ricerca esistenziale con coraggio e maestria, seppure con altro iter poetico e, altrettanto misteriosamente, intatto ci arriva.
Sito personale dell’autore: www.robertocorsi.wordpress.com
e-mail: info@robertocorsi.com
ALBERTA BIGAGLI, Libertà e bisogno, Bastogi Editrice Italiana, Foggia 2008
Leggendo l’autobiografia di Alberta Bigagli, nota poetessa, critico e scrittrice fiorentina, nonché cara e stimata amica, mi sono venute in mente le parole di Joseph Conrad: “Prima si crea l’opera e solo dopo si riflette su di essa”, quasi Alberta fosse uno dei suoi avventurosi personaggi, spinta dall’ansia di libertà a solcare il mare della propria vita.
Ma cos’è in realtà un’autobiografia? Apparentemente la “fedele ricostruzione” della vita di un individuo. Eppure ogni autobiografia sempre ha origine da un motivo profondo, spesso sconosciuto, più forte di ogni possibile remora e tale da rendere ininfluente la considerazione di come sia difficile, per non dire impossibile, rimanere obiettivi quando si parla di sé.
Nel caso di Alberta Bigagli è stata commissionata dall’ispanista Gaetano Chiappini (venuto a conoscenza dell’autrice attraverso la corrispondenza di Carlo Betocchi con Oreste Macrì), profondamente interessato ai suoi lavori ed alla sua ricerca; tuttavia indicativa mi sembra la decisione ultima di volerla realizzare.
Accingersi a quest’impresa non significa soltanto ripercorrere a ritroso il viaggio della propria vita, ma andare al di là di certi instabili e oscuri confini, alla scoperta di una parte segreta e difficilmente accessibile, che nell’autore sta dietro a tutto ciò di non detto, non finito nella sua scrittura. Se l’artista crea sotto una spinta spesso irrinunciabile, non sempre però egli è interamente consapevole dei meccanismi che l’hanno scatenata. Di ciò è più facile rendersi conto ad opera scritta.
Esiste addirittura, diffusa in particolare nel mondo britannico, una terapia che si avvale di questa concezione: la “Biblioterapia”. Per la cura di certe malattie psicoterapiche, per mettere a nudo e vincere ansie e depressioni, talvolta basta la scrittura di un libro realizzato attraverso una sorta di “compiti a casa” prescritti dal terapeuta ai pazienti per aiutarli nel loro percorso di guarigione.
Singolare che in questo lavoro di Alberta Bigagli, tra chiose e ricordi che vanno dalla sua infanzia ai giorni nostri, scanditi come le fasi di un lungo giorno, emergano con tanta passione le sue esperienze di operatrice presso Ospedali Psichiatrici o istituzioni private, attraverso le quali ha avuto origine la sua ricerca sul “Linguaggio Espressivo”, ovvero incontri di gruppo con raccolta di voci con il metodo “tu parli io scrivo”. Una ricerca concretizzatasi in seguito in numerosi volumi e condotta sempre con amorevole interesse nei confronti dei “deboli”, degli “emarginati”. Oggi il suo Archivio di Linguaggio Espressivo è accolto presso la Cattedra di Sociologia della Comunicazione di Firenze. < br > Libertà e bisogno, oltre ad offrire all’autrice un’ulteriore possibilità di avvicinarsi alla sua verità, resta per noi lettori un libro che mantiene il fascino di ogni autobiografia, esercitato da quella “profanazione” autorizzata che ci permette di constatare consonanze e dissonanze tra opera letteraria e vicende autobiografiche di un autore. Esiste un alter ego di Alberta Bigagli? Lo si può ritrovare nei vari passaggi che segnano la sua vita, nella sua graduale scoperta del mondo e soprattutto del mondo poetico? Domande intriganti anche quando non riescono a trovare risposte.
Risulta invece chiaro da queste pagine l’autentico amore che Alberta nutre per la poesia. Talvolta l’autrice, alternativamente impegnata in lavori di poesia e di prosa, sembra meravigliarsi per come quest’ultima, a stesura finita, appaia in una forma tanto simile alla prima.
Non credo, conoscendo Alberta, ci sia molto da stupirsi. Il poetico “motore” della sua anima è unico e rimarrei perplessa se accadesse il contrario.
D’altra parte il Novecento è un secolo di esperienze letterarie caratterizzato da mescolanze di scritture e passaggi tra un genere e l’altro. Spesso la poesia si fa narrativa, sembra impossessarsi delle tecniche del racconto, sfiora quelle teatrali, gioca con i personaggi, e capita anche il contrario.
Alberta Bigagli, che ha attraversato tutto questo secolo con partecipazione ed impegno, con le pagine di Libertà e bisogno, mentre ci offre un ampio e non di rado gustoso spaccato d’epoca, sottolinea la piena adesione ed appartenenza al suo tempo. Con libertà e bisogno, come recita il titolo del libro.
Essa scrive in libertà, afferma Lia Bronzi nell’ampia prefazione, “[…]perché ella è nata libera ed altrettanto libero è il flusso di coscienza chela contraddistingue…” e per bisogno “… poiché la scrittrice è dotata di una natura a elevato grado di temperatura sentimentale ed irresistibile passione civile, umana e sociale […]”.
Una quotidiana battaglia a cui mai Alberta è venuta meno e, anche quando scure nubi hanno temporaneamente offuscato la sua lunga traversata, sempre ha saputo interpretare e tradurre ogni evento con autentico spirito poetico.
GABRIELLA MALETI, Queneau di Queneau, Edizioni Gazebo, Firenze 2007
Il titolo di questo libro la dice lunga sulla considerazione che Gabriella Maleti, nota scrittrice, poetessa e fotografa fiorentina, nutre nei confronti di Queneau, vero acrobata della lingua francese. Una delle qualità che certamente devono averla colpita in questo autore, è la duttilità di passare da un registro linguistico all’altro.
Essa sa bene infatti che, per condurre l’appassionante gioco della scrittura, non si può disdegnare nessun elemento linguistico; ci si avvale della grafia, si trasforma, si fa ricorso a parodie, a figure retoriche, a termini inusitati e a qualunque espediente la forza creatrice dell’autore riesca a scovare per potere adattare il linguaggio alla infinita varietà di situazioni proposte dalla vita. Queneau è senza alcun dubbio maestro in questa ricerca linguistica.
L’opera a cui Gabriella si ispira è Exercices de style (1947), quella in cui maggiormente si coglie l’interesse dell’autore per questa “meta-letteratura” e dove per novantanove volte egli ripete lo stesso (banale) episodio, cambiando sempre stile, punto di vista, vocabolario… Opera quasi intraducibile per l’uso ardito della lingua, la cui traduzione (con testo a fronte) fu affrontata e risolta con rara maestria solo nel 1983 da Umberto Eco. Italo Calvino, con Queneau uno dei fondatori del movimento OULIPO (Ouvroir de Littérature Potentielle, 1990) - ovvero l’Opificio (Ouvroir), il luogo nel quale si lavora, si produce e, soprattutto, si sperimenta - contribuisce ancora maggiormente alla sua diffusione nel nostro paese.
Data l’esplosiva e affascinante natura di questa ricerca, essa non ha mai finito di “stregare” ed ispirare artisti di ogni genere e, conoscendo il brillante e vulcanico ingegno creativo di Gabriella, non stupisce la sua decisione di continuare questo viaggio, divertendosi a piegare la lingua - la lingua italiana stavolta - in modo da farla approdare a nuove e personali (fra le infinite possibili) mete. Come osserva Mariella Bettarini in quarta di copertina, la Maleti con quest’opera“[…] ha inteso rendere omaggio con un testo straordinario all’autore di un’opera altrettanto straordinaria”.
Alla stessa maniera di Queneau anche Gabriella Maleti parte da un episodio iniziale. Il fatto, tra il comico, il doloroso e il grottesco, realmente accaduto ed esposto con sintetica chiarezza nei suoi aspetti essenziali, richiama alla mente lo stile asciutto e minimalista di Philip Roth, ma l’impressione resta confinata nella prima pagina.
Gli elementi della storia appartengono al microcosmo di una povera casa di ringhiera della Milano di un tempo: una mamma sola, un bambino che si sveglia nella notte fredda con un’incontenibile necessità. Ruotano attorno a questa vicenda pochissimi altri personaggi.
Storia e stile; “[…] una sorta di doppio canale narrativo…” in cui, nota nella prefazione Antonella Pierangeli, “…la Maleti tiene fermo il primo e varia infinitamente il secondo, invertendo il canone classico dello scrittore di storie diverse […]”.
Da queste variazioni nasce la pirotecnica fuga del linguaggio della nostra autrice, in un susseguirsi incalzante di scene e gustose caricature, oltre che di trovate linguistiche. Dalla Testimonianza allo Scoglionato, alla Notizia riportata al Tormentato e così via con il Crudele, l’Incazzato, l’Eroico, lo Psicanalitico, il Politico, il Pittorico… fino a ritornare alla Mamma ed al Bambino, quasi a chiudere un immaginario cerchio che fa pensare ad un unico ciclo, al perpetuo ritorno universale in cui l’uomo e la natura da sempre sono immersi, in un affresco letterario dagli sviluppi inimmaginabili e dagli effetti esilaranti.
Nel bizzarro affresco brillano i colori dell’ironia, la sottile (ma non troppo) presa in giro delle convenzioni sociali, il dissacrante e liberatorio uso della parola, ma risaltano anche, di volta in volta dipinti con i colori del nuovo registro linguistico, i personaggi, magistralmente ricostruiti, colti nelle loro angolature più recondite, quasi denudati davanti al lettore. Nel vortice del linguaggio lanciato sulle pagine a briglia sciolta, tra un’amara risata e una satirica piroetta, affiora umanità perché l’autrice sa affidare ad ogni sua creatura una parte profonda di sé. Lo fa col sorriso sulle labbra e con l’occhio attento di chi ha la piena consapevolezza che, in virtù del nostro essere uomini, tragedia e commedia difficilmente potranno essere disgiunte.
Un libro davvero straordinario, una ricerca condotta con intelligenza e grande amore per la nostra lingua, capace di muoversi in un ambito dove non solo la parola è sempre tesa a scavalcare se stessa, ma anche i diversi generi letterari tendono ad incontrarsi, sovrapporsi, mischiarsi: narrativa, poesia, teatro, fotografia…
Un libro, insomma, tutto da scoprire, da gustare e, perfettamente d’accordo con Antonella Pierangeli, mi unisco alla sua conclusione: “[…] A Gabriella Maleti non si poteva certo chiedere di più”.
VISCONTI LUCIA, Per mano, Edizioni Polistampa - Collana Corymbos, Firenze, 2008
Conosco bene l’autrice di questa raccolta poetica dal titolo così accattivante Per mano, da poco edita dalla Polistampa nella nuova collana Corymbos, e so quanta forza nasconda la sua figura minuta e apparentemente fragile. Esiste in lei una specie di fuoco interiore. Lo stesso che da sempre abita tutte le sue poesie riscaldando il lettore con il calore della speranza e della fede, cosa sempre più rara nell’odierno panorama poetico e che, in questa sua recente prova, non senza stupore, ho trovato addirittura rinvigorito.
Il nuovo libro di un autore, infatti, offre sempre a chiunque, inclusi gli amici più intimi, l’opportunità di riuscire a cogliere quanto ancora si cela nelle pieghe più recondite della sua personalità, riserbando talvolta al lettore imprevedibili e piacevoli sorprese.
Il profilo di questa autrice è sintetizzato con alcune note essenziali alla fine della raccolta, ma la sua poesia è forse più facilmente individuabile con l’aiuto delle parole di Franco Manescalchi, sapienti nel tracciare in quarta di copertina un efficace e nitido ritratto della sua poetica:
“Lucia Visconti può essere inserita, per l’evidenza della scrittura, nel novero di chi alla poesia giunge partendo dalla vita. Questo suo lavoro, come gli altri editi e inediti, s’inserisce nel solco di quel cattolicesimo fiorentino per cui il verso e il racconto sono imparentati da una necessità di dire, umile e illuminante, che va oltre la letteratura, rigenerandola con una visione del mondo che dà un senso d’eterno al quotidiano, restituendo dignità di parola anche ai moti più franti dell’anima, o forse partendo proprio da quelli.”
Dalla lettura dei brevi ma intensi componimenti di Per mano risulta chiaro che la poesia di Lucia, prima di potersi librare in cieli alti, ha bisogno di attingere a piene mani dalle esperienze che hanno caratterizzato e segnato la sua vita.
La sua prima pubblicazione, la raccolta poetica Orme di Signoria, risale al 2003; a poca distanza di tempo, nel 2004, seguirà Grazie Disma (ambedue nei tipi delle Edizioni Chirico di Napoli), testo in prosa nato da un viaggio che fece scattare in lei la voglia di approfondire ulteriormente il mistero del senso della sofferenza e della misericordia divina. Nel 2007 sarà pubblicato un lungo racconto Con il volto di terra (Editore Cantagalli di Siena), dotato di una pregevole ed ampia postfazione di Plinio Perilli. Un racconto legato alla terra d’origine di Lucia, il Monte Amiata (accenni a queste radici amiatine si ritrovano anche nelle poesie), a cui non sono mancati ampi e importanti consensi di critica, come del resto sempre è accaduto per ogni suo lavoro.
Nel corso degli anni si sono interessati a lei: Giorgio Barberi Squarotti, Franco Manescalchi, Plinio Perilli, Carmelo Mezzasalma, Mario Sodi, Alberta Bigagli, Mariella Bettarini, Antonio Spagnuolo, Letizia Lanza, Vittorio Messori, Giulio Panzani, Giuliano Ladolfi, Vittoriano Esposito, Pasquale Defelice, Pietro Pancamo ed altri.
Non si pensi che, tra un’opera e l’altra, questa dolce signora si sia riposata. Per Lucia la scrittura è una necessità, anzi una missione, come lei stessa la definisce, e non si risparmia.
Insegnante elementare per vocazione, per lungo tempo ha curato numerosi laboratori linguistici nella sua scuola senza mai dimenticare di arricchirli con la poesia, proponendola e facendola scoprire ai piccoli. Quando non ha più potuto dedicarsi a questi progetti personalmente, ha continuato a farlo in maniera indiretta, mettendo generosamente a disposizione dell’amato mondo scolastico la sua vasta esperienza.
Inoltre sono fluite dalle sue mani recensioni, note critiche, collaborazioni, andate ad arricchire riviste e siti internet di ottimo livello ed altri progetti di scrittura sono nel cassetto.
Se a tutto ciò si aggiunge che è madre di cinque figli e deve quotidianamente conciliare le sue attività con l’onerosa famiglia, il quadro di questa autrice comincia a diventare davvero interessante e non si fatica a immaginare quanto sia stata forte la spinta che l’ha avvicinata alla scrittura e che tuttora continua a premere. Molti dei suoi testi, sia in prosa che in poesia, hanno collezionato una teoria di premi in vari concorsi e suoi lavori sono inseriti in numerose antologie.
Questo piccolo volume Per Mano è in gran parte composto da poesie lungamente covate, spietatamente tagliate, limate finché non si sono ridotte alla pura essenza del loro significato. Una volta arrivate alla versione ritenuta definitiva, sembra quasi assumano l’aspetto di frecce. Frecce infuocate e saettanti che in un attimo arrivano, colpiscono e bruciano. Fortunatamente non uccidono, però scuotono con forza il lettore mettendolo di fronte alla sconvolgente Verità da cui l’autrice è animata. Ogni suo verso, infatti, aderisce totalmente a quel messaggio cristiano che, nonostante sia vecchio di duemila anni, rispetto alle egocentriche tendenze della società odierna, appare rivoluzionario, perfino folle tanto è distante dalla comune mentalità. E Lucia è così “imbevuta” del mistero di Dio da non poter fare a meno di comunicarlo ed estenderlo agli altri.
Come si legge nella bella introduzione di Carmelo Mezzasalma, si tratta di una scrittura “mistica e poetica al contempo”. Un messaggio straordinariamente semplice perché si cala nella realtà attuale e si nutre di sentimenti e di drammi umani comuni a tutti noi mortali, ma anche, e forse proprio per questo, tanto difficile da accogliere. Superare le nostre miserie è sempre un’impresa ardua. L’animo di Lucia, invece, non si dà mai per vinto. Il linguaggio si adegua alla passione che è in lei e, poesia dopo poesia, continua a plasmarsi a questa sua Verità; si fa denso, ricco di riferimenti e allusioni pur nella estrema sintesi della forma, colto e semplice, potente ed intriso di sentimenti autentici in cui chiunque può facilmente riconoscersi, proprio perché succhiano linfa dalla vita di tutti i giorni. Soprattutto è un linguaggio teso a trovare le formule giuste per poter essere consegnato ad altri.
La poesia di questa autrice nasce dall’inesauribile e costante desiderio di rendere accessibile al lettore la bellezza della sua fede. Impresa veramente difficoltosa. Alla misteriosa Poesia (misteriosa perché indefinibile, ma non per questo non riconoscibile) viene affidato il compito di esprimere ciò che, per la sua complessità, risulta impossibile esprimere in altro modo. Stranamente, spesso, la Musa assolve a questa sua immensa funzione riuscendo ad occupare spazi incredibilmente esigui. Una Musa ben nota a Lucia, colpita piuttosto frequentemente da quelle che generalmente vengono definite “folgoranti intuizioni poetiche” (in realtà frutto di lunghi e tormentosi periodi di interna macerazione) in cui il suo pensiero e il suo cuore riescono a manifestarsi completamente con poche, e del resto le uniche possibili, parole necessarie.
C’è un bellissimo distico tra le sue poesie, mirabile per intensità e armonia: Sirena-spada trafigge la notte./ Padrona dei miei sogni, l’eco rossa.(Eco rossa). Sono due soli musicalissimi endecasillibi, ma, leggendoli o ascoltandoli, quante porte aprono. Tra i lavori di Lucia, con identico titolo e nato da identica fonte d’ispirazione, esiste anche un lungo racconto, inedito per ora. Un’opera pregevole sulla quale Barberi Squarotti, interpellato per un’opinione, nell’arco di pochissimi giorni, si è espresso con accenti estremamente lusinghieri. Eppure questo distico, in due soli versi, riesce a concentrare il significato e l’emozione dell’intera storia.
Un’uguale capacità sintetica e la stessa potenza espressiva si trovavano già anche nella precedente raccolta poetica Orme di Signoria, che Mario Sodi, cogliendo il mistico profumo di quei testi, nella sua introduzione aveva avvicinato al Cantico dei Cantici. Sono infatti versi pervasi da un particolare afflato amoroso, un insieme di voci, echi, ritmi e musiche ancestrali e l’accostamento non è certo azzardato. Tuttavia, rispetto al suo esordio, già di notevole livello formale e stilistico, i versi di Lucia si sono ancor più affinati, allineati su un invisibile filo guida che rende questo ultimo libro più compatto, meno dispersivo, più vicino alla meta a cui aspira. “Con urlo muto/ Ti chiamo/ Il cuore scoppia.” recitava una poesia di questa prima raccolta. L’urlo muto ora si è tradotto in parola. In Per mano il tema del mistero della sofferenza ancora abita le pagine, ma, affiancata, sembra ci sia anche la forza per superarlo. In momenti di estatico abbandono ci viene perfino additata la strada da seguire. Nell’unica maniera possibile per l’autrice: affidandosi alla mano del Cristo, lasciandosi guidare anche là dove mai vorremmo andare. “Dobbiamo osare” sottolinea nella prefazione Carmelo Mezzasalma “ecco il messaggio profondo della poesia di Lucia”.
Un titolo forte dunque questo Per mano che, se compreso in tutto il suo significato, mette quasi paura per la totalità dell’adesione che richiede. Tuttavia suona anche dolcissimo. Richiama alla mente l’immagine di un bambino che, per attraversare la strada, prende “per mano” la mano familiare o amica con totale fiducia, mentre le macchine sfrecciano dietro e davanti a lui.
PIETRO PANCAMO, Manto di vita, Lieto Colle, Faloppio, 2005
È opinione comune, secondo la critica contemporanea, che l’arte, intesa nelle sue varie espressioni, sia non tanto quella che si limita a considerare l’aspetto estetico di un’opera, ma quella in cui confluiscono anche l’aspetto storico, religioso, etico; tuttavia, ancora ciò non basta. L’artista deve saper cogliere in questi elementi un certo “non so che” indispensabile a rendere la sua produzione non solo attuale, viva nel momento contingente, ma capace di resistere oltre, messaggera della sua testimonianza, della sua “traccia”. Presenza, peraltro, non sempre facile da individuare.
Non sarà necessario ricordare, per quanto riguarda ad esempio la poesia e la narrativa, i nomi dei grandi critici che hanno animato il nostro ultimo secolo approdando a concetti di linguaggio, espressione e codici diversi per provare a identificare e meglio definire questa ricerca.
Restano preziosi e irrinunciabili punti di riferimento per chiunque voglia addentrarsi nella fitta foresta della letteratura; tuttavia oggi, lo scrittore, pur non rinunciando al tentativo di creare un linguaggio portatore di riflessioni etiche e di sentimenti, si trova a fare i conti con una società che si modifica profondamente e ininterrottamente.
Nuove tecnologie come la telematica, l’informatica, che poi intrecciandosi generano “internet”, incommensurabile rete di rapporti umani e per di più in tempo reale, hanno prodotto un mutamento radicale anche nella maniera di approcciare i versi o la prosa; una mutazione ancora in atto, per cui è impossibile conoscerne interamente gli effetti. Un fenomeno, per ovvie ragioni più accentuato nei giovani, che troppo spesso si tende a sottovalutare o addirittura ignorare.
Certamente, per la smaccata facilità di accesso, è assai più alto il rischio di trovare in rete opere inadeguate, estremamente superficiali e, non di rado, esibite con enorme immodestia. Di conseguenza pareri discordi circolano sull’impegno e sul valore di alcuni autori che preferiscono destinare la loro produzione, in gran parte se non in toto, a questo telematico mezzo di comunicazione.
Lunga, ma necessaria premessa per presentare questo piccolo libro Manto di vita di Pietro Pancamo, edito da LietoColle e arricchito da un’ampia e dettagliata prefazione di Marisa Napoli (Università Cattolica di Milano).
Il giovane autore – recensito da Walter Mauro e dal trimestrale di stampa ‹Atelier›, oltre ad essere giornalista, redattore professionista, redattore del semestrale cartaceo ‹La Mosca di Milano› è anche caporedattore per la poesia del trimestrale elettronico ‹Progetto Babele›; curatore de ‹L(’)abile traccia› (sito culturale consultabile all’Url www.labileabile-traccia.com e così “battezzato” al chiaro scopo di alludere alla labilità, o presunta tale, della parola affidata all’etere virtuale), ha pubblicato su numerose riviste cartacee fra cui ‹Poesia› (Crocetti editore), ‹Poiesis›, il ‹Notiziario dell’Accademia internazionale d’arte moderna di Roma›, ‹Gradiva› (semestrale di New York USA) e ‹Filling Station› (quadrimestrale con sede a Calgary, Canada), ma anche su molte riviste telematiche, come ‹Scriptamanent› (Rubbettino Editore), ‹El Ghibli›, ‹Fucine Mute›.
Ex-direttore del trimestrale digitale ‹Niederngasse Italian› e vincitore del Premio “Città di Torino”, Pancamo (classe 1972) da tempo muove la sua ricerca poetica sul duplice binario su cui, nella letteratura odierna, sempre più spesso corrono affiancate la parola scritta su carta e quella consegnata ad internet, e, in ognuno dei due ambiti, si distingue per rigore e professionalità.
Manto di vita è una breve raccolta di venti poesie, tuttavia sufficiente per poter entrare nell’estroso e ricco universo poetico dell’autore.
Si legge nella prefazione: “Il riferimento al dato autobiografico o l’attenzione al particolare non sono una trappola per Pancamo. Il compiacimento autoreferenziale non lo riguarda. Il suo interesse è esistenziale. Questa poesia, in sintesi, diventa breve allegoria di come si dispiega, si svolge emblematicamente la vita di un uomo…”. Di fatto, lirica dopo lirica, si evidenzia la varietà di codici e registri linguistici utilizzati per scoprire (e fare scoprire al lettore) una vasta gamma di sentimenti e sensazioni.
Il titolo Manto di vita richiama alla mente immagini rivestite, “ammantate” dalla forza vitale del cosmo, quasi un inno alla vita. L’interpretazione ultima e complessiva della sua opera non è forse troppo lontana da questa luminosa visione, ma la lettura dei singoli testi, fin dall’inizio, ci pone invece di fronte ad un’anima tormentata, tesa, nello sforzo della scrittura, a superare un dolore intimo, inespresso. Scure ombre di pessimismo caratterizzano molti dei suoi versi: “Come disprezzo/ questo mondo/ nel quale si vive/ solo per evitare/ noie al motore […]” (Disprezzo ai tramonti), oppure “Quanta spazzatura/ che mi ritrovo addosso/ nelle dolci siepi di bosso./ Qui tra le foglie verdi/ han fatto una discarica.” (Vecchiaia: canto di un barbone errante nella discarica). Altrove, con tinte forti (e rabbiose?), scarica la negatività che sente gravare sull’anima nel mondo circostante e, con versi nitidi e sintetici, ri-costruisce l’universo dando vita ad immagini quasi personificate dello stesso: “Il sole poggiava frustate di luna / sulla mia mano. / E il cielo gridava / nei sogni di niente./… (Sole maligno). Un pessimismo solo appena stemperato nella poesia Io adesso festeggio dove si percepisce la ripresa della speranza, seppure ancora venata di profonda malinconia: “…la naftalina di vecchie allegrie / mi tiene conservato il cuore./[…]" e che potrebbe richiamare alla mente il leopardiano pessimismo, ma qui, come acutamente nota Marisa Napoli, “[…]la Natura, diversamente che in Leopardi, è lei che urla e soffre, per il sonnolento ottundimento degli uomini”.
Ricorrente, tra le immagini della natura, la “notte” e quanto a lei si riferisce, tema dominante nella poesia di Pancamo, che riconduce il lettore ad una visione del cosmo non solo personificata, ma poeticamente trasfigurata dagli occhi dell’uomo, come nella bella Somiglianze “A quest’ora/ ogni paese/ è un fagotto/ di stelle e di buio. // Ma lo è pure/ questo cielo vagabondo/ (guscio d’aria e di respiri)/ che stringe in un solo mondo/ città, mari e tempeste. / […] A quest’ora/ ogni uomo/ è un fagotto /di buio e di stelle.” In questo “fagotto”, nel quale forse Pietro Pancamo per qualche attimo si identifica, si racchiude un’estrema dolcezza, una memoria dell’infanzia (equiparata a periodo di vita sereno e felice) che riaffiora suo malgrado, risvegliando nel poeta una sensazione di Bellezza atavica perduta, eppure miracolosamente recuperabile e ricostituibile nei fragili frammenti della poesia.
Altro aspetto che colpisce nei versi di questo autore è l’“ironia” e il sapiente uso che egli sa farne, ben evidente nella lirica omonima in cui le si rivolge affrontandola con piglio deciso: “Indosso la magrezza/ con la disinvoltura/ di chi ironizza […]”, terminando però con il filosofico, disperato appello “Ma senza di te,/ ahinoi,/ la poesia/ è pura (mera) melanconia”.
Guizzi d’ironia improvvisa li ritroviamo anche frammisti ad altre vivacissime immagini, sia relative alla sfera del quotidiano che a quella del sogno, a teneri spunti d’amore e di compassione nei confronti dell’altro, ad abbandoni di solitudine e a desolanti, lucidi sguardi sul mondo. Sempre con esiti felici di linguaggio che, estendendosi con padronanza su più registri, di volta in volta dona al lettore percezioni e sfumature diverse: leggerezza di stile, giochi di fantasia, tuffi improvvisi negli oscuri meandri dell’anima, cedimenti di fronte all’illusorietà della vita. I cedimenti, però, non significano resa, soprattutto non resa definitiva.
A leggere bene, in queste apparentemente sconsolate costruzioni poetiche, sottolineate da uno stile asciutto, essenziale, privo di ogni inutile orpello e rigorosamente attento all’uso della parola, ugualmente si coglie il vitale istinto del poeta che, seppure immerso nella sua “notte”, trova in sé la speranza di uscirne fuori. Per spiragli, a fatica e con coraggio, come ogni percorso umano seriamente affrontato richiede.
Significativa, a questo proposito, una delle ultime poesie della raccolta Racconto: “Se guardo attraverso/ davvero a lungo/ riconoscerò, poi,/ nell’aria del mattino// (le campane - non per me -/ sono l’alba/ popolata di prime ore)// i detriti del mio semplice destino”.
Nella consapevolezza che anche dopo la notte più terribile sempre un’alba si annuncia.
LEONORA LEONORI CECINA, NEL SEGNO DELLA LUNA, COLLANA SAGITTARIA, POLISTAMPA, FIRENZE 2007
Nel segno della luna, l’ultima raccolta di poesie di Leonora Leonori Cecina, nella elegante veste della collana Sagittaria a cura di Franco Manescalchi, Edizioni Polistampa, riproduce in copertina una pittura dell’autrice: il quadrante blu notte di un cielo stellato dove enormi lancette segnano il tempo contrassegnato da fasi lunari.
Il pregevole, un po’ misterioso disegno, in perfetta sintonia con il titolo dell’opera, costituisce, per il lettore, una preziosa indicazione di percorso.
Moltissimi critici si sono interessati a questa autrice e alla sua poesia, definita da Mario Luzi “…amabile ed incisiva, elargizione della natura…” e numerose sono le pubblicazioni, non di rado classificatesi ai primi posti in premi letterari nazionali e internazionali, che hanno preceduto questa silloge.
Leonora, senza cedere alle lusinghe di una società consumistica pronta a condizionare alle sue leggi anche la poesia, ha sempre continuato ad esprimere la sua poetica visione del mondo rimanendo fedele a se stessa e questa pubblicazione ne è la conferma.
Come acutamente nota Franco Manescalchi in quarta di copertina, essa “…ha sentito la necessità di mettersi allo specchio e (lei, che è anche pittrice) di ritrovare le sue connotazioni profonde e decisive nel ‘segno della luna’ che, per tradizione, è sinonimo metamorfico di donna.” Il suo essere donna, tuttavia, non si arresta ad una sfera privata, ma, partendo dalla personale ricerca, aspira a verità più profonde, universali; interpreta e canta una più vasta femminilità, scandagliando il quotidiano disagio e dolore troppo spesso accompagnati alla condizione femminile. Uno tra gli esempi più belli, la lirica Donne: “Sono l’attesa/ senza l’incontro,/ la fugacità dell’attimo/ e l’archivio di storie millenarie./ […] Sono l’abbraccio dei meriggi d’agosto/ quando il sole raggiunge anche l’anima./ Sono la punta indurita dell’iceberg/ che neppure l’ozono frantuma…” (Luna crescente).
Il libro è rigorosamente suddiviso in quattro parti ciascuna delle quali individuata da una fase lunare. All’influenza delle quattro fasi Leonora, irresistibilmente attratta, non può sfuggire, come non possono sfuggire bassa e alta marea o i “germogli stagionali” sulla terra.
In questa selenica atmosfera la sua poesia si snoda fluida o s’impenna improvvisamente, libera da schemi, seguendo un ritmo del tutto personale, svincolato da ossessive, talvolta assurde ricerche linguistiche e ingentilito di tanto in tanto dal tocco di settenari ed endecasillabi. Oscilla tra una Notte (il nero, la parte oscura nascosta in ciascuno di noi) ed un variabile Chiaro di luna che, con ritmi precisi, sconfigge o cede all’oscurità, nel cerchio senza fine della cosmica corsa.
Nella prefazione Stefano Lanuzza ha colto e ampiamente sottolineato questa dualità nella poetica dell’autrice ed osserva: “Senonché, all’insidiosa Lilith, agli incubi e alle tenebre della Luna Nera (“la luna buia”), anche contro chi vorrebbe “accantonarti all’angolo del giorno”, Leonora, sospesa all’“Incanto infantile/ del cuore”, a un mondo popolato di teneri affetti e umili simulacri suscitanti “uno stupore ancora bambino”, oppone, attimo per attimo, la propria personale, amabile Luna Bianca…”
La tenue luce lunare rivela alla poetessa sagome, contorni, apparentemente indistinti e sfuggenti ai suoi opachi occhi umani “Occhi stanchi/ per troppe primavere/ abbassati sull’abbandono inerme/ delle braccia.” (contrapposti agli occhi innocenti dei fanciulli “Eppure i fanciulli hanno occhi/ trasparenti/ e in mano giochi d’intuizione.”), ma sufficiente per indicare una via, per riscoprire la bellezza e la lungimiranza di quegli sguardi bambini. La sua “Luna Bianca” diventa allora capace di oltrepassare i labili confini di magico idolo e mitologico simbolo fino ad assumere un aspetto quasi salvifico, identificandosi in quella fonte di Verità e Conoscenza cui la poetessa aspira.
Anche la Notte, da sempre abituale compagna della poesia di Leonora, ma per le peculiari caratteristiche assurta qui a simbolo negativo, illuminata dal lunare chiarore, perde ogni connotazione oscura e diventa l’incantato sfondo che si offre all’autrice nella sua veste di silenzio, necessaria dimensione quando si è in attesa di risposte. Lo si percepisce bene nella stupenda Dilatami la mente: “Dilatami la mente stanotte/ maliarda luna/ fino a inabissarmi nell’inconscio/ saziarmi di verità/ a stento percepite/ e limpide porgile a questo calvario/ di interrogativi.” (Luna crescente)
Dall’inconscio affiorano spesso dolorose domande esistenziali, ma anche frammenti memoriali, slanci di sentimenti profondi e teneri affetti attinenti al vivere quotidiano. Esistenza ed esperienza si fondono così in quel magma di Luna Bianca segretamente custodito nell’anima della poetessa e che, forse, proprio perché tanto amorevolmente alimentato, riesce a contrastare l’opposta forza finché la strana fusione/opposizione si traduce in versi.
Nella seconda e terza sezione, Luna piena e ancor più in Luna calante, “…la parola/ si fa libero cavaliere al galoppo,/ senza briglie/ senza redini/ fino a togliere ogni dimensione/ di spazio e tempo”.
Malinconia, stupore, dolcezza, eleganza di stile caratterizzano le liriche dell’autrice, come sempre in precedenza, eppure ora il linguaggio, di tanto in tanto, approda a “dimensioni” nuove; pare quasi di sentire questa parola gridare, come volesse essere ascoltata a tutti i costi, prima che il tempo possa concludere il suo percorso.
Le grosse lancette gialle non a caso si stendono sul notturno quadrante stellato graffiando con forza il blu, quasi fossero lunghi artigli, scandendo i ritmi della luna. Il tempo, con il passare degli anni sempre più percepito in tutta la sua fugacità, oltre a segnare le fasi lunari, fa sembrare ancora più struggenti certi frammenti di ricordi e più prezioso “l’attimo concesso”.
Molte sono le poesie che ruotano attorno a questo tema e vi si soffermano con riflessioni ora serene, ora amare o sbigottite: “Basta un sospiro/ un fievole soffio/ per lasciare di noi/ solo foto e ricordi”. (Luna calante)
Eppure i ricordi parlano, riscaldano, restituiscono la voglia di “acrobazie di volo”.
Nell’ultima sezione Luna piena, intensa e carica di misteriosa attesa, Leonora si dispone alla paziente operazione di ri-costruirsi, mettendo insieme tutti questi suoi tasselli (“pezzi” di vita per restare fedeli al suo linguaggio), per ri-scoprire “l’eternità del cuore” e il dolce potere del silenzio: “Al di sopra,/ in silenzio,/ lo sguardo punta/ verso la stella più lontana.” oppure “In disparte/ ad osservare il mondo/ che si contorce in frenesie di vita. // È l’angolo del silenzio/ dove sommessa la parola/ si spoglia del superfluo/ e nella sua nudità / vola alta/ in parabole di poesia”.
Una parola sommessa, ma limpida e chiara mentre invita il lettore a seguirla in un autentico coinvolgimento di condivisione.
LAURA MARIA GABRIELLESCHI - COMPAGNO D'OCCASIONE
COLLANA CORYMBOS POESIA, POLISTAMPA 2007
Una veste tipografica semplice ed elegante si impone agli occhi del lettore nel prendere in mano questo poemetto. La recente collana Corymbos Poesia delle Edizioni Polistampa ospita autori qualificati e selezionati, poeti autentici.
Purtroppo il termine “poeta” oggi è abusato, stravolto e troppo spesso ingannevolmente proposto ad un pubblico sempre più condizionato e raggirato da leggi esclusivamente commerciali.
“Ogni vero poeta - scriveva Clemente Rebora nel 1956 nei suoi Pensieri in apertura ai Canti dell’infermità - (e pochissimi lo sono) […] ha in proprio il suo non comunicabile genio personale innestato nell’elemento unanime e perenne della cultura e della civiltà del suo tempo; per cui, questo elemento universale - e quanto più è purificato d’ogni ingombro contingente - lo fa diventare un classico”.
Un’intuizione che può scaturire solo da un poeta degno di questo nome, abituato a cercare con umiltà e fedeltà in se stesso l’“essenza” della vita e di tutto ciò che lo circonda, libero dagli ingombranti schemi e giudizi della società a cui appartiene.
Leggendo queste poesie di Maria Laura Gabrielleschi, cercando di penetrare il suo universo interiore, non ho potuto fare a meno di pensare a queste parole di Rebora ed ai suoi bellissimi testi (troppo spesso non adeguatamente valutati), mai morti, dunque entrati in quella dimensione di “classico” cui si accennava, al contrario di quelli di autori a lui contemporanei, crollati il più delle volte sulla loro vuota magniloquenza. Tutto questo anche se le poetiche dei due autori hanno ben pochi punti in comune. Eppure tutte e due, per la loro autenticità, colpiscono al cuore.
Il poemetto consta di una cinquantina di testi, distinti in tre sezioni e raccoglie poesie scaturite nell’arco dell’ultimo decennio (1997-2005), permettendo al lettore di farsi un’immagine abbastanza precisa (sebbene i poeti siano sempre sfuggenti ad ogni definizione) di questa complessa personalità di autrice e di donna.
La ricerca poetica della Gabrielleschi si svolge tutta all’interno di un impervio e doloroso percorso esistenziale in cui emerge la solitudine, struggente e rabbiosa al tempo stesso, eredità dell’incontro con l’uomo (ovvero gli uomini della sua vita): amara consapevolezza della fugacità, dell’illusorietà dell’amore umano. Alternativamente l’anima si rassegna e si ribella; nel sottofondo, tuttavia, nell’intricata foresta dell’inconscio dove i moti dell’anima seguono impulsi misteriosi, ancora “lo sgomento trema nel corpo”, ancora permette ai sensi di attendere e di rivisitare il sogno.
Già fin dalla prima poesia questo tema si annuncia e in pochi, limpidi versi si dispiega:
Restano in basso i giorni
Cancellati dal sole
I fili azzurri senza traccia
Di pene d’amore.
Il mattino colma lo spazio
Senza desiderio.
Aprire le porte e vedere
Ignote orme di piedi,
Non necessarie.
L’epigrammatico “non necessarie” a conclusione della lirica, già fornisce l’indicazione per comprendere il titolo dell’opera Compagno d’occasione, come peraltro, nella pagina che precede questa poesia, si poteva dedurre anche dalla dedica indirizzata a due care amiche che suggella un bel verso della W. Szymborska “Devo molto a quelli che non amo”, maggiormente chiarita dall’autrice in una nota alla fine della raccolta.
Con versi asciutti e quasi scabri nella loro semplicità - il dettato linguistico della Gabrielleschi insegue sempre l’essenza di ciò che le nasce dentro, rifuggendo inutili appesantimenti lessicali o acrobazie della parola - il discorso della poetessa continua nelle liriche successive compenetrandosi spesso alla natura o all’ambiente che fanno da sfondo. Così il mondo esteriore si trasfigura ed assume i colori lividi e stizziti della sua realtà emotiva: “E’ rimasta senza voce / La casa indignata / Della sua perdita…”, “Nella crudeltà dell’aria / Che bagna i tetti marci / Nello scuro disagio della sera / Spuntano bocche selvatiche…”, “Si prepara una primavera spoglia / i ciliegi tardano a fiorire…”.
Quest’ultima citazione è tratta dalla seconda parte del poemetto Amore obliquo. Qui il tono di questa poesia sprofondata nella disillusione, inizia leggermente a stemperarsi.
Sorgono accanto ai versi oscurati dall’ombra, altri versi più lievi, più aperti alla speranza: “Amore obliquo / […] / Sei il mistero che vuole la memoria.”, “Anche la luce / Che scende sopra il letto / E’ una traccia.” e, più avanti, nella bella Non ci sarà qualcosa nel mio nome, il mirabile distico che conclude il pianto-canto con la delicata immagine di un fiore “Sono nata di maggio / Peso quanto una rosa.”, simbolico abbandono, involontaria immedesimazione in una consolante e luminosa Bellezza, forse più di lei resistente alla fragilità.
Certamente essa deve proteggersi dai dolori che la vita, a tradimento, le infligge. "Tu non devi passare /Voce lenta che stacchi / A colpi di vento / Parole segrete.…”, “Cuore docile e armato / […] Ti chiedo lo scudo / La benda sugli occhi…”, “I cardini del cuore / Sono ben sigillati / Non lasciano entrare nessuno…”
Queste, seppur poche, tracce di lievità, mi sembra lascino spazio ad una interpretazione parallela e meno tragica del suo sentire perché, come sottolinea anche Franco Manescalchi in quarta di copertina: “l’alter ego è ambiguo, sfuggente, mortale, in bilico tra la fame e la sazietà…”.
Il disinganno e il vuoto giocano sicuramente un ruolo preponderante nell’animo di questa autrice, ma io credo che chiunque decida di affidarsi coraggiosamente nudo alla poesia, abbia ancora dentro di sé, vivo, il seme della speranza e chissà, forse, quella “ignota sventura pronta dietro l’angolo” ci cui la poetessa sembra così certa, potrebbe non essere tale.
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LIBRI IN ARRIVO letture scelte da Rosalba De Filippis
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LORENZA ROCCO CARBONE, “CARA MATILDE”, Napoli, Kairos, 2008
Chi è Matilde Serao? La critica (per fare qualche esempio, Benedetto Croce e Francesco Flora, ma non solo) si è occupata molto a suo tempo di questa scrittrice e giornalista, arrivata a un passo dal premio Nobel nel 1926, Nobel negatole per le sue posizioni non allineate con il regime fascista. Poi, per buona parte del Novecento, la sua produzione è stata alquanto ignorata, forse in quanto confusa, a torto (complice il giudizio negativo di Renato Serra), con certa letteratura femminile di carattere commerciale che aveva fatto la fortuna di tante scrittrici di inizio secolo. Non è da tanto perciò che si è tornati a parlare con il necessario distacco di questo personaggio complesso, che ha bisogno di essere riscoperto e collocato correttamente all’interno del panorama culturale in cui ha operato.
Lorenza Rocco Carbone, nel suo “Cara Matilde”, si propone di tracciare innanzitutto un ritratto “interiore” della Serao, restituendolo, appunto, nella sua integrità, ad un chiarezza e a un nitore che forse certi interventi critici non erano in precedenza riusciti a fare. Mi riferisco, ad esempio, alla biografia di Anna Banti del 1965, che, pur avendo avuto il merito di prendere in esame il personaggio Serao, tende però a sottolineare ciò che Matilde “non” è, rispetto a ciò che invece “è,” evidenziando piuttosto un ritratto “esteriore” di questa figura di donna, impostasi nel panorama culturale a cavallo tra Ottocento e Novecento, per il suo indiscusso carisma e le sue doti di scrittrice e giornalista.
Matilde Serao si fa strada, secondo la Banti, nel mondo tutto maschile del giornalismo italiano, facendo leva sulle sue doti intellettuali, in quanto non altrettanto fortunata nel suo aspetto esteriore. In sostanza ne emerge una Matilde brava, perché brutta, che in quanto tale, ha potuto puntare sulla vivacità della sua intelligenza, ma ancora in parte subordinata al carisma del marito, Edoardo Scarfoglio, intellettuale quest'ultimo, nella prospettiva della Banti, compromesso in parte con certo sottobosco clientelare dell’Italia depretisiana e troppo “presente” nell'attività della moglie, fino a metterne in ombra le qualità peculiari. Pur nel rigore documentario dello studio della Banti, ne affiora una figura ancora poco distinta, priva di autonomia, dai contorni a volte troppo calcati, altre volte, invece forse esageratamente sfumati.
Dopo la Banti sono da ricordare altri i lavori critici su Matilde Serao, uno tra i più accurati, quello di Donatella Trotta (“ La via della penna e dell’ago”, Liguori editore, 2008), intorno alla sorprendente e troppo poco conosciuta attività editoriale di periodici locali, che al tempo ebbero a Napoli un grandissimo successo, lavoro da cui si viene a sapere tra l’altro, di una Matilde dalle grandi qualità manageriali, antesignana di quelle strategie di comunicazione e di fidelizzazione del pubblico, proprie del giornalismo contemporaneo. Una Serao, dunque, che cerca di emanciparsi dalla figura del marito con il quale aveva condiviso la fondazione de “Il Mattino”, ma in precedenza anche la redazione del “ Corriere di Napoli”e dal quale si distaccherà del tutto per fondare “Il Giorno”.
Lorenza Rocco Carbone, direttore della rassegna bimestrale "Silarus" , specialista nelle analisi della grandi figure femminili nella letteratura( Grazia Deledda, Natalia Ginzburg, Anna Maria Ortese, Elsa Morante, Eelonora Fonseca Pimentel),in questo libro, già nel tono intimo e sommesso del titolo, tende a restituire a Matilde la dignità di un ritratto dai contorni ben delineati, in ultima analisi femminile, di donna forte, così come la stessa etimologia del nome suggerisce, che si muove nell’impaccio della sua gonna esclamando “mannaggia a chesta!” , con determinata pazienza . Laddove per pazienza, come si evince dal monologo che conchiude, raccoglie, comprende e, in un certo senso, amorevolmente custodisce le notizie sulla vita di Matilde, insieme alla dedica alle donne posta in apertura del libro, si intende soprattutto una forma di vigore, appunto, tutto resistenziale. Perché “Donna” Matilde fu molto femminile nel suo muoversi all’interno del mondo, fu “domina”, “domna”, padrona, dotata di una capacità di “patire”, che nulla ha a che vedere con la passività e la rinuncia, attestandosi piuttosto sul piano dell’attesa, della paziente attesa del momento opportuno. Affiorano alla mente, in tale prospettiva, tante figure femminili taciturne ed apparentemente supine della produzione narrativa della Serao, le quali svelano la propria forza nella capacità del silenzio, figure che quasi si negano alla centralità di un ritratto, come la Checchina del celebre racconto, che è tutta nello scialbore degli oggetti che la circondano ( e che richiama alla mente certa casualità del vivere, tutta pirandelliana), oppure la Caterina di “Fantasia” che, come estremo, silenzioso, ma al tempo stesso ineludibile atto di accusa, si suicida. Ma non solo, mi riferisco indistintamente ai tratti delle popolane de “Il ventre di Napoli”, o de” Il paese di cuccagna”, o alla fisionomia delle dame dei salotti partenopei o romani di cui Matilde racconta nei suoi celebri “Mosconi”,o ancora a ” Le tre Marie” della conferenza sulle donne di Gesù, di cui Matilde Serao sottolinea la tutta “centrale marginalità” del loro agire e così via.
In questo senso, dunque, la categoria del doppio che sembra caratterizzare la vita, l’attività giornalistica e narrativa di Matilde Serao, divisa tra interessi mondani (era ad esempio amica della regina) e grande partecipazione al dramma del popolo dei bassifondi napoletani (si pensi alla vibrata denuncia de “Il ventre di Napoli”), di una Matilde Serao naturalista, ma al tempo stesso sentimentale e poi fortemente toccata dalle posizione dello spiritualismo di Bourget, teoricamente antifemminista (era contraria al divorzio e al voto alle donne), ma nel concreto moderna e spregiudicata ( ebbe ad esempio due figli al di fuori del matrimonio e adottò una bambina, frutto di una relazione adulterina del marito, finita tragicamente), tale categoria del doppio, dicevamo, sembra risolversi sul terreno privilegiato della femminilità. E questo Lorenza Carbone dimostra di comprenderlo a fondo, in quanto nel suo affettuoso ritratto, lascia a sua volta il segno di un’impronta tutta femminile, nel delicato lavoro di “restituzione” dei tratti autentici di Matilde Serao, sommando alle figure muliebri rappresentate, altre donne per lei esemplari, come la Griselda boccaccesca e, di sfuggita, ma significativamente, la splendida figura di Ipazia di Alessandria, scienziata, astronoma illustre, che Raffaello ritrae nella sua “Scuola di Atene” e che pagherà forse il prezzo di aver “osato” entrare a far parte di un universo tutto maschile.
Con il delicato intervento di restituzione di “Cara Matilde”, si rende evidente dunque, come in una moneta antica, nel doppio profilarsi del suo conio e al di là certe di certi strabismi intepretativi, che come abbiamo detto hanno contrassegnato la ricerca intorno a questo personaggio, l’immagine complessa della Serao, come donna scrittrice, giornalista, immagine contrassegnata dal segno digitale e tenue, affettuosamente empatico, seppure rigoroso, dello studio di Lorenza Rocco Carbone.
PIETRO CIVITAREALE, “Mitografie e altro”, Raffaelli editore, Rimini, 2008
L’arco dell’assenza nella poesia di Pietro Civitareale.
A questo libro l’autore consegna le sue mitografie ( titolo che dà il nome anche alla terza delle cinque sezioni che compongono la raccolta). Mitografie come “epifanie dell’esistere”, dice nella sua prefazione Giuseppe Panella e non a caso ispirate alla scrittura di Virginia Woolf. Immagini dense di luce, "come un riflesso di un fiore nell’acqua, che si proietta sulla parete", non luce diretta, perciò, nel suo rifugiarsi a’l”ombra degli alberi che per un attimo oscurano la pozza “. Solo così possono regnare “la grazia e la quiete e modellano la forma stessa della vita.” E’ questa la dimensione sospesa della poesia di Civitareale, che della luce si nutre solo se stemperata dalle ombre, quasi in un ribaltarsi del mito della caverna platonico, in cui le ombre, appunto, che oscurano la verità, assumono qui una valenza positiva, forse perché di verità assoluta accecante e fissa nella sua assolutezza, noi non andiamo più alla ricerca, con tutte le ovvie implicazioni cui tanta poesia del Novecento è andata incontro. :”Quasi che le domande che salgono /dal cuore dell’uomo non abbiano bisogno di risposta”. Ecco dunque che “da un giorno dopo l’altro”, come recita l’incipit del componimento, ci immergiamo in “una notte dopo l’altra”, della strofa successiva in cui nuovamente “estate e inverno”, “luce e tenebra “si alternano fino a risolversi in “giochi insensati”. E la ricerca platonica della verità, come contemplazione del bene da parte dell’uomo che, diventato filosofo e saggio, è capace di fissare con i propri occhi la luce del sole, viene capovolta in una dichiarazione di cecità, infatti a primavera “la quiete e lo splendore del giorno sono strani , quanto il tumulto della notte./Alberi e fiori, guardano fisso /davanti, guardano fisso/verso l’alto, privi d’occhi,/ senza vedere nulla.” Perché è nell’arco dell’assenza che si misura la consistenza dell’uomo e del suo dire, come in un cielo in cui parole-uccelli volano infreddolite e tutto passa, tranne noi esseri umani, che stiamo fermi, condannati alla fissità, dentro il nulla, appunto: “Tutto passa l’assenza brucia/come una inguaribile ferita. /E noi qui, fermi fino alla fine,/ natura morta che contempliamo/appoggiati al suo arco.” E in un altro testo:” Ed eccoci ora con la certezza/del nulla intorno,/dubbiosi persino che il dolore ci abbia fatti uomini” O ancora: “E non ti riconoscerò/e non mi riconoscerai/ e tutto sarà nulla” …” dicendo e ridicendo/ che la vita è niente.” Come non pensare, ad esempio, ad un autore come Raffaele Carrieri e alla sua “certezza del niente”? Dunque il messaggio della poesia di Civitareale è affidato alla certezza del nulla? C’è un senso panico di energia divinizzata e vivificante posseduta dalla natura( “la natura non è un nome, ma lo stesso dio che ci governa”) e dimenticata dall’uomo ( rappresentato appunto come natura “morta”) a indicarci forse la risposta , una forma di salvezza per il nostro mondo, spesso stravolto dall’uomo, con le sue “macchine”, trasfigurato e sfigurato, mondo che l’uomo ora è incapace di “vedere”, come del resto è incapace di vedere “ i capelli degli alberi fluttuare nel vento /come senso della vita che cresce./ Ma forse sogniamo ancora quando sentiamo fremere i vetri e una giovinezza vegetale percuote le finestre.” La “giovinezza vegetale”, questa è la forza persistente della natura, in un momento in bilico, sul ciglio del precipizio “in cui basta una piuma/ perché la casa si inclini/precipitando in un abisso/di tenebre” come nel testo “La casa”, in cui “un cardo si è intrufolato/tra le piastrelle della cucina,/ le rondini hanno fatto il nido/ nel salotto, i papaveri/ si sono disseminati tra le dalie,/ e il leggero picchiettio /dell’erba contro i vetri è diventato nelle sere/ d’inverno un rullio di rovi spinosi”, fino d inghiottire nell’abisso la casa- arca. E allora solo creature di passaggio potranno godere del progressivo prevalere della natura, fino a lasciare solo qualche sporadica testimonianza della “storia” dell’uomo: “Ma nelle stanze/in rovina i gitanti porteranno/la loro chiassosa presenza,/gli amanti faranno all’amore/sulle assi spoglie/e il vagabondo dormirà/avvolto nel suo mantello per ripararsi dal freddo della notte. Poi crollerà/ il tetto, i rovi cancelleranno il sentiero, finchè soltanto/un frammento di porcellana/tra le ortiche indicherà/ad un passante smarrito/che lì un tempo era vissuto/qualcuno,un tempo/c’era stata una casa. Una natura spesso antropomorfizzata come in tanti miti, appunto. Gli alberi : “ I rami degli alberi sono occhi trasparenti,/i tronchi solchi scavati in profondo,/le foglie pieghe e rughe sottili.” L’alba, in una antropomorfizzazione classicheggiante: “L’alba sbatte le sue palpebre/contro i vetri delle finestre/ e nel suo splendore vibrano/suoni indefinibili. Oppure “la notte vestita di viola/ una corona sul capo” di cui chi dorme non è in grado di cogliere “gli occhi in cui solo/un bimbo può guardare”. I monti “non importa se i monti ancora non respirano”, oppure: “lo sguardo petroso dei monti” . D’altra parte insieme alle cose, anche il linguaggio dell’uomo e con esso la poesia stessa (cfr. le osservazioni di Panella a proposito dell’identità tra la poesia e “la casa”), è destinato ad essere inesorabilmente assorbito dalla Natura. Le parole che, come abbiamo detto, sono spesso paragonate a uccelli, arrivano persino a nidificare e con il passare del tempo”la nostra lingua la possiedono le foglie”. Possiamo opporci a tutto questo? Forse non ci resta che trovare una volta per tutte un accordo, un’armonia con il mondo naturale e “scioglierci al mattino/come brina la sole, come/un soffio d’aria/nel volo delle rondini. Oppure” …come un temporale/d’estate e prenderemo/dimora nel cuore della terra. … e nell’arco dell’assenza e nel silenzio, non resterà che l’eco del volo degli uccelli, il frammento di porcellana della nostra poesia.
ANNA CAVALERA, "Amaranto", Fi, Ed. Polistampa, 2005
Ho conosciuto l'inverno scorso l'autrice, in occasione della presentazione del suo testo presso la libreria Martelli a Firenze. Anzi, per la verità, mi sono limitata ad osservarla, confesso di essere stata colpita dalla sua figura, dal suo profilo di medaglia, innanzitutto e dai suoi modi estranei a qualsiasi atteggiamento autocelebrativo. Anna Cavalera sembra appartenere alla stessa essenzialità della sua poesia, come un cammeo di elegante semplicità classica, al pari dei suoi versi di finissimo scavo "scabre emersioni di serenità appartatate...dove i luoghi e i tempi si richiamano a vicenda, le evanescenze di memorie discrete e le attese di adempimenti irrisolti si rimandano eco di un linguaggio comune, segnali di una luce settembrina e calante", come scrive Francesco Stella nella sua prefazione.E' un linguaggio asciutto, il suo "Povere parole,/ sia che siano/suoni variopinti/sulla bocca/di un bambino/sia che/ la meraviglia/le renda inafferrabili/nella musica/del vate,/povere parole.La nostra vita/ sono povere parole. Di qui il riferimento alle "sospensioni e al segreto di certo ermetismo anni '40, nella sillabazione rigorosa e solitaria del versicolo postungarettiano"- si dice nella prefazione- "declinato però con risultati in qualche misura nuovi... su uno sfondo inedito di suoni, figure e luci di un Salento assoluto e interiore." " Dolci le parole/del mio dialetto/mi giungono/sulle ali del vento./Sono piene di nostalgia/non sono mai state dimenticate./Le parlano tutti i cari/e tutti rivivono." Il linguaggio delle origini ha il potere di far vivere, anzi rivivere i propri affetti, che rappresentano l'universo entro cui si muove l'ispirazione dell'autrice: le "povere parole" disposte nella pagina, nella loro apparente semplicità portano con sè il peso dello scavo che la vita ha esercitato dolorosamente, ma sono al tempo stesso in grado di restituire, rasserenate, il dono stesso della vita.E di ciò che è il risultato di una profonda elaborazione esistenziale e linguistica, restano appunto "emersioni serene", affidate alla forte valenza evocativa degli oggetti, come ad esempio i "ricami" ( titolo dell'ultimo componimento della raccolta), ricami che ridanno vita alla figura materna, nella purezza ineffabile del suo profilo, davanti alla finestra:"Ho ritrovato nel mio armadio/ricami raffinati./Li ha fatti la mamma./Era seduta accanto/alla finestra instancabile./La stoffa correva/sotto le mani agili./I ricami sono rimasti." I ricami sono rimasti, semplice ed al tempo stesso tremenda presa d'atto di un'assenza. Profilo di poetessa, quello di Anna Cavalera, che sa distinguere i silenzi.
ROBERTO PARENTE, "Un fiume, due case, gerani alla finestra", 2007
Il titolo è "Un fiume due case, gerani alla finestra". Dunque, un fiume innanzitutto, che ovviamente è composto di una sorgente, un suo procedere iniziale e precipitoso, come un torrente e poi un vero e proprio letto entro cui distendersi, per arrivare infine alla foce. E questo fiume non può non trovare la sua sorgente, la sua forza originaria, la sua prima impronta, che nella figura del padre del poeta, Michelangelo, medico condotto, nato a San Giovanni Ceppaloni e vissuto a Palazzuolo sul Senio, morto all’età di 38 anni. E’ la figura di Michelangelo a stabilire la geografia esistenziale e concreta della vita di Roberto/Lorenzo, divisa tra i due paesi ( le due case del titolo) e Firenze. Lorenzo che si rivolge al padre con una domanda iniziale che appunto al fiume si riferisce.” Me lo dirai dov’è il mio paese? La mia casa? Dall’altra parte del fiume? Accanto al fiume? “ Domanda che in fondo rimarrà senza risposta, ma che troverà nello scorrere del fiume un suo riferimento, in fondo è il padre di Roberto ad essere fiume, “come un fiume che non si muove, resta al mio fianco.” E come un fiume Michelangelo attraversa il corpo del figlio “le tue orme dei vecchi sentieri che attraversano il mio corpo”, perché l’acqua è certamente l’unico elemento che ci può scorrere addosso senza modificare la consistenza del nostro corpo. O quasi. Fiume che scorre e rimane in apparenza lo stesso, fermo, come appunto una figura certa, paterna, dovrebbe essere. Stabilita la sorgente di questo procedere esistenziale e anche memoriale, nonché poetico, ( la memoria è forse il tema primario di questo poema) , ecco che il fiume diventa piena di ricordi, “fluido limpido colorato”, ce lo dice proprio nell’introduzione l’autore. Mettendo in evidenza lo sgorgare del ricordo che inizialmente si muove con lentezza, come una luce in contrasto con la “rapidità dei voli”, “apre l’anima” di Lorenzo e questo gli consente di fare spazio all’arrivo precipitoso, quasi assordante delle immagini della sua infanzia: “Come in una dolente attesa /destarsi con toni acutissimi pesanti e ritmati,/ come cavalli al galoppo in piano, /UN PAESE/ colline verdi/ la mulattiera, stanca d’infinito, /scavata dagli avi,/ orfani o fantasmi vestiti più volte da un amore raccolto, celato , /un amore a due mani” . D’altra parte il rapporto avi /orfani rappresenta una corto circuito esistenziale a cui l’uomo del nostro tempo è condannato, per il rifiuto nutrito nei confronti dell’atto memoriale di cui l’anziano è depositario e questo impedisce il chiudersi di un ciclo, è uno iato aperto, una ferita aperta, per cui l’orfano non può riconoscersi nell’avo e a sua volta non sarà avo di nessuno. E poi la preghiera, sì, perché il fiume dei ricordi che tracima, una volta trovato lo spazio necessario per venire allo scoperto, come quando una vena carsica affiora alla superficie con l’annunciarsi dei suoi gorgoglii sotterranei, si dispone entro un suo letto lungo lungo, come grani di un rosario, direi. Lo dice lo stesso Santoro nella sua introduzione, questo poemetto è una lunga preghiera. Anche la forma lunga e sottile del testo, disposto nella pagina bianca, che fa pensare a un fiume, mi richiama alla mente quelle collane che spesso ho visto nelle mani delle donne religiose, al Sud, entro cui si sgranano preghiere. E nel procedere della preghiera, nello scorrere dei ricordi, ancorati alla figura paterna, ecco delinearsi in modo sempre più deciso i luoghi, il paese appunto, c’è dunque qui una casa, la prima delle due case a cui il titolo si riferisce, gli oggetti e le persone che hanno animato l’infanzia del poeta. Il rosario trova un suo scenario, una sua drammatizzazione, diviene sacra processione, sacra rappresentazione: io vedo, via via i personaggi e gli affetti che vengono a popolare questo viaggio a piedi tra i sassi, unirsi al viaggio, affiancarsi al poeta tornato bambino, accompagnandolo nel suo percorso come in una processione appunto, chissà perché ho pensato all’immagine del “Quarto stato”, della donna con il bambino in braccio, che si unisce a quella processione laica, a proposito di pittura. E bisogna ricordare che Roberto Parente ha alle spalle una lunga esperienza di pittore. Ma il poeta chi incontra prima di tutto? Se stesso bambino: “felice fanciullo?/ Forse lo ero, /corse sfrenate nei campi, /tra i poggi per far fuggire il giorno”E’ il bambino, non l’uomo adulto, a “fissare chi lavora con pensieri del giorno COME UNA NINNA NANNA DEL GIORNO.” Perché questo è un viaggio nel tempo, nello spazio, nella terra arida e assolata del sud e della memoria, nella coscienza stessa di Roberto. Dunque, un bambino che si fa cullare come una ninna nanna rassicurante. Ecco arrivare le braccia della nonna… “con te ricostruisco le origini, le albe i falò /fiammeggianti tizzoni accesi su tutta la strada/ fino alla chiesa che ricordavano Natale (le processioni di Natale?) . E la ritrosia della nonna nel parlagli del padre e poi il rituale magico mistico ancestrale del pane: “ Il forno per il pane è già caldo, /occorre far presto, occorre pregare” , il richiamo alla concretezza di un gesto, quello del fare il pane, che è anche sacralità, OCCORRE PREGARE, pane e preghiera, questa, la nonna felice che con mano decisa segna una croce sul pane Così la nonna diviene memoria perché “nessuno saprà di lei, solo lei sapeva di sé e degli altri di me di mio padre ORA NONNA GIOVANNA E’ MORTA.” La memoria è morta? E poi i luoghi della sacra rappresentazione che chi ha lasciato le proprie origini e vi ritorna, come Lorenzo con l’innocenza di un bambino, pur avendo conservato la consuetudine con S. Giovanni Ceppaloni, conosce bene. Lorenzo che ha bisogno di nominare i propri luoghi (“E ti par poco Tiresia, dare il nome alle cose?”), per salvarsi dallo smarrimento, come atto vivificante e generante, la nominazione. E allora io mi sono avvicinata al percorso di Lorenzo, sono entrata anche io nella sua sacra rappresentazione e ho ritrovato ‘a ripa,”uno strapiombo, non era altro che uno strapiombo”, “non era altro”, ci dice l’autore nella introduzione alla seconda parte, ma qui parla l’uomo, non il bambino e nemmeno il poeta, basti pensare alla siepe leopardiana. ‘o black, il calesse, L’olivella, una località, dove il calesse si fermava e faceva scendere coloro che entravano e abitavano a S. Giovanni, “a strada e fora”, la strada esterna o “tremt”, o “sbocc ‘” e “case Farise “,le “Venaglie” i “Mernoni “. Anche io ho dei luoghi del genere nella memoria e mi sono domandata:- Ma quanto può importare agli altri il nome di questi luoghi’-, importa, eccome! Perché questi sono luoghi mitici, trasfigurati da una memoria che vive, sono miti, sono i racconti che hanno tenuto in piedi l’uomo sin dalle origini, sono il patrimonio di esistenza che si tramanda di padre in figlio, la cui fine può essere paragonata, secondo me, alla peggiore sciagura ambientale. Perché un uomo senza passato ovviamente non può avere futuro, essa corrisponde un po’ a ciò che facciamo attualmente della nostra vita, di cui consumiamo il presente, fino al totale impoverimento delle risorse biologiche e anche culturali, umane, infischiandocene allegramente del passato e di chi verrà dopo di noi . Ecco il riferimento di Santoro al mito di Anchise ed Enea rovesciato, perché è il passato che porta in spalla il nostro presente e il nostro futuro. E allora io mi sono messa con pazienza e vicinanza affettuosa accanto a Roberto, sono entrata nella sua processione e mi sono fatta spiegare tutto delle sue origini e dei suoi luoghi . “E’ tutto il mio viaggio/per questa terra lavorata palmo/a palmo, di padre in figlio/perché fosse un orto.” Questo il testo di Mario Luzi, in apertura della seconda parte, in riferimento alla “ballata per San Giovanni” come conferma di un’ esigenza di ricostruzione della propria esistenza, di ricerca di una strada. E il contrasto con il presente con “l’ora”: “ora non serve più lavorare nei campi” e poi la preghiera, una donna…e i luoghi , la valle caudina, il poggio, “ Senti? Chiedono tanto amore i giorni che devo ricordare, che incollammo insieme sulla corteccia di alberi e rose pallide per la nostra memoria.” . Ma cos’ è il domani per Parente? “ ma era già domani, parola senza peso, senza idee/, così senza anima ,solo una fonte colorata di abbracci /forse odore di sorrisi scivolati/ ora nel mondo di altri con le mie lacrime,/ un fiore,/ brevi parole …” Il domani senza passato fa paura, per questo Lorenzo torna indietro nel tempo per evitare il peggio: “ Forse quando si saprà tutto di me/, sarò nuovamente prigioniero/ in un involucro di cristallo,/ in una città senza dirupi ) Questa è la morte? Una città ? Un involucro di cristallo senza il dirupo, la ripa entro cui riconoscersi? E poi la preghiera per salvarsi, la paura della nudità, quella degli emigrati in America, contro la concretezza e la vita del corpo, il corpo vive, la nudità è il vuoto ( nei campi di sterminio, come esempio estremo, si privavano di ogni oggetto e quindi di identità i prigionieri, come primo atto di cancellazione) “Uomini che in America hanno trovato la loro nudità”. Lì, lontano e qui, quando quegli stessi uomini erano invece contadini “come corpi come rocce” .E la partenza:” Partiva per mete senza strade /tornava con una colomba diversa/ che alzava il suo colletto di piume”. Bella immagine di ritorno . Che i ritorni non siano esperienze facili, quando non sono vissuti con occhi infantili, lo sappiamo attraverso le pagine di Pavese e anche i suoi versi , non a caso posti in apertura della III parte. Qui qualcosa non funziona perché l’uomo, ritornato appunto come uomo, non può che sentirsi sradicato a metà strada , a metà del guado, senza radici né punti di approdo. Qui è vivo il suo senso di estraneità e infine il sapore della delusione, il ritorno alla città tra “muri regolari, mercati coperti fabbriche dove il vento/ non punge più il viso /e nelle notti di aprile gli astri sono più freddi.” I ritorni sono tentativi, continui tentativi, procede così l’autore , appunto per continui tentativi, e nella IV parte ci riprova: “Ritornerò sovente a rinverdire il tuo suolo/ asceta/ nell’attesa c’è amore”. Ma qui qualcosa è cambiato. Il punto di partenza è chiaro, si parte con qualcosa alle spalle, l’autore è nato a Palazzuolo, è già qualcosa, parte protetto, Lorenzo, anche se “non era con chi raccoglieva le olive/ o abitava nei campi /non era una meta da raggiungere /ma solo la mia terra”.E nella V parte, affiora l’ottimismo: in fondo, dice l’autore, “i grappoli d’uva si gonfiavano sia a Palazzuolo, sia a San Giovanni “, un ponte tra una casa e l’altra , si è creato un ponte, che la ferita stia per rimarginarsi? Magia del fiume- padre, su cui “sguardi candidi (infantili, magia degli occhi infantili!) si inseguivano sul fiume per unire due paesi diversi”. Quando torna il padre, torna la memoria, tutto scorre meglio, proprio perché ancorato il ricordo al fiume fermo che protegge. La preghiera che unisce le due terre diverse. L’anima per rappacificarsi deve tener conto che esiste anche Palazzuolo “un’anima riappacificata e l’immagine di uno scorpione pietrificato.”. Abbiamo perciò visto in cosa consistano il fiume e le due case del titolo, ma nell’uso dell’accumulazione, molto frequente nei suoi testi , Parente cita spesso la parola “fiore”, volutamente in modo generico. I “gerani alla finestra” mi sembrano quindi il risultato di quel processo di nominazione di cui abbiamo già detto, come momento di pacificazione e rasserenante punto di approdo, così come la copertina del libro, con una bella macchia rossa di gerani, ci fa pensare.
RICCARDO NENCINI, "La battaglia", Fi, Polistampa, 2001
A proposito di questo libro, mi sono domandata più volte quale taglio dare alla mia riflessione, si tratta infatti di un romanzo storico, che si basa su documenti e ricostruzioni scientifiche, dettagliate e rigorose. Quale spazio dunque avrebbe avuto, mi sono chiesta, una riflessione di carattere letterario su quello che è il racconto di una delle più celebri battaglie della storia,(la battaglia di Campaldino) e in particolare della storia toscana? Mi sono detta, potrei parlare dei personaggi, ma i personaggi, almeno i protagonisti, non sono frutto di un artificio letterario, fanno parte della storia. Questo dunque non è un romanzo storico alla Manzoni in cui la storia c’è, mentre i personaggi sono inventati. Mi potrei dunque occupare dell’intreccio, ma mi trovo di fronte un resoconto oggettivo di quanto realmente avvenuto nel Giugno del 1289, la vigilia della battaglia è densa di riferimenti storici e documentazioni di carattere storiografico, su cui ben poco potrei intervenire da un punto di vista critico. Allora mi sono appellata all’io narrante, per chiedere a lui di venirmi incontro e mi sono trovata a tu per tu con uno dei più celebri trovieri poeti del duecento, Adam de la Halle, che non è un personaggio di fantasia. Dunque questo è un romanzo storico, ma non un romanzo storico alla Manzoni, abbiamo appurato e neanche alla Eco che ha reinventato il romanzo storico in chiave post moderna, Adam è un personaggio realmente esistito. Perciò mi sono ripetuta, neanche in questo caso potrò sbizzarrire la mia fantasia per dare una interpretazione, una lettura originale del libro, perché la narrazione ti tiene rigorosamente legato ai fatti storici, nulla è approssimativo nella ricostruzione del tempo, dagli abiti, ai cibi, alle abitudini ecc. Allora, ho concluso, forse qui non c’è spazio per me, eppure il libro mi piace, quindi, dove sta il suo fascino? Nel rigore, certamente, ma c’è di più. E allora sono andata a rileggere la prefazione di Cardini e ho capito: ciascuno cerca se stesso, una parte di se stesso, qualcosa, quando legge, ciascuno ha questo sacrosanto diritto e, tanto più i fatti sono distanti da noi, quanto più il compito può risultare improntato all’onestà della ricerca. Il Medioevo, il 1289, il Giugno del 1289 , la battaglia di Campaldino, nel giugno del 1289: quegli eventi che hanno contraddistinto il passaggio “ guarda caso “da un’età all’altra, il tramonto di un certo modo di concepire la guerra, secondo le regole della cavalleria feudale, ma non solo, ovviamente, la nascita di un modo di combattere senza esclusione di colpi, con l’irruzione nella storia, per l'ennesima volta, della brutalità di chi non vuole più regole, di chi colpisce alla schiena, massacra il prigioniero per spogliarlo di tutti i suoi averi, come in un ritorno ai primordi dell’umanità, di quell’"homo homini lupus",cioè, più volte citato da la Halle. Se è vero che ciascuno di noi cerca qualcosa o qualcuno, quando legge, allora, cosa sto cercando, mi sono detta? In questo quadro disincantato di uno scenario bellico, cosa sto cercando? Sto cercando l’uomo, che non rinuncia alla sua dignità e che anche in frangenti estremi come quelli di un conflitto, conserva il rispetto per l’altro. L’uomo etico, che ha una morale, che afferma i propri diritti, ma riconosce anche quelli del suo avversario e sa anche quali siano i propri doveri. In questo Adam de la Halle è molto di più di un semplice punto di vista, di una voce narrante, è la voce della coscienza e la lucidità storica al tempo stesso, colui che mette in crisi l’interlocutore, spingendolo a rilevare che le sue ragioni non sono valide in assoluto, ma sono relative, sono cioè ragioni valide per lui, quando lo stesso nemico si muove secondo le SUE ragioni, altrettanto valide e relative. E qui non parla il troviere del duecento, non parla lo spettatore di un fatto che per il semplice motivo di essere coinvolto nella contemporaneità dell’evento, non potrebbe avere il sufficiente distacco. Quindi chi si nasconde dietro de La Hall? L’uomo moderno che nella narrazione di un evento così distante da noi, cerca le ragioni della storia presente, che fa dell’evento una grande metafora del nostro tempo. Ecco, dunque, i valori riferiti ad una storia così lontana, che si universalizzano e che appartengono o dovrebbero appartenere al nostro modo di essere: la lealtà contro il nemico, il non rubare, il non tradire i propri ideali, il coraggio , lo schierarsi, ecc. E l’autore affida il suo punto di vista, a La Halle, ma non solo, lo distribuisce tra gli uomini di entrambe le parti avverse, riconoscendosi, forse nella sua interezza, in Bigio di Giovanni, l’umile contadino ignorante che parte per una guerra che non sa neanche perchè si combatta, armato del suo forcone e della fionda nel cui uso è abilissimo, un contadino sprovvisto di tutto , ma depositario di una saggezza SENZA TEMPO e per questo universale, in possesso di poche ed essenziali regole, che gli impongono il rispetto per il nemico, pur non essendo un cavaliere feudale , il rispetto per l’uomo e mi sia concesso anche per la donna, perché Bigio è l’unico tra i contadini della sua zona ad essersi scelto una compagna per amore. Quindi Nencini ci sta parlando del presente, delle TANTE RAGIONI della storia, come dice Cardini, ci parla della guerra, ma non solo di quella guerra, di quella battaglia, ci parla del degrado dell’uomo contemporaneo, che ha assolutizzato le sue ragioni e che con protervia e ferocia pretende che vengano rispettate come ragioni universali. L’autore ci parla della brutalità dell’uomo contro l’uomo, brutalità che lo rende lupo. E di questi tempi in cui non ci sono più i lupari, di cui si narra anche nel libro, come i tanti diffusi nel Medioevo, in cui non ci sono più i cacciatori di lupi, adesso, chi ci difenderà dai nostri simili?
“Poesie da un modesto abisso” di Antonio Allegrini, Edizioni Orient Express, 2008.
Già in “Poeti”, raccolta del 2005 di Antonio Allegrini, che precede queste “Poesie da un modesto abisso”, si parlava di poeti alla deriva, dispersi su imbarcazioni di fortuna, in dimensioni abissali e sconsolanti, in isole-pattumiera e giganteschi serbatoi di escrementi. Così in “Poesie da un modesto abisso”, il tema del viaggio infernale viene ripreso all’interno di un panorama umano ed esistenziale grottescamente escrementizio, cui fa da sfondo una sessualità postribolare. Ma il viaggio di Allegrini nella profondità dei cessi, disposti in abissale successione al pari dei cerchi danteschi, è soltanto in apparenza, anche se in modo certamente provocatorio, un viaggio senza scampo nella totale perdizione morale dell’essere umano, che annega dantescamente nel lezzo e nella fanghiglia delle proprie deiezioni.
C’è ad esempio una delicatezza sorprendente nella rappresentazione di alcune figure femminili (e una corrispondente sapienza nell’impiego degli strumenti espressivi) di carattere idealizzante. E’ la donna, cui spesso l’autore dedica la componente più ricercata ed evocativa dei suoi versi, pur nella prosaicità della descrizione dei suoi attributi, la personificazione di quelle realtà universali con cui noi tutti ci confrontiamo, infatti essa porta talvolta il nome di “solitudine”, o di “nuova primavera”.
D’altra parte le stesse scene degli occasionali accoppiamenti dentro le latrine della varie città conosciute dall’autore, somigliano piuttosto a quei rituali orgiastici e propiziatori delle origini, che nella storia della cultura occidentale sono stati gradualmente imbrigliati nell’equilibrio apollineo della nostra razionalità. Per questo, in sostanza, tanta volgarità non scandalizza affatto. Anche i comico-realisti medioevali a cui lo stesso Squarotti si riferisce nella sua prefazione al libro, hanno un tratto di eversività sconsacrante e radicale, stemperata tuttavia da una forma e un rigore stilistico e metrico, che fa, ad esempio dei sonetti di Cecco Angiolieri, per riferirsi ad un autore coevo di Dante, dei testi estremamente raffinati. E’ infatti il frutto di un gioco puramente letterario la volontà di Cecco di distruggere padre, madre, imperatore e papa, per parlare solo del suo più conosciuto componimento.
Per questo non inganni il registro da caserma esibito da Allegrini, sono moltissimi i versi originali, evocativi e fortemente vibrati del suo viaggio nell’oscenità dell’uomo. Ma al tempo stesso, tutto il repertorio linguistico afferente a modalità puramente genitali, sembra vanificarsi, sciogliersi, mitigarsi, nell’improvvisa apparizione femminile, spesso straniera, di un altro mondo dunque, seppure in una fisicità prorompente con dovizia di particolari anatomici(“La russa era bella,bionda,/esile come un giunco di palude,/gli occhi cerulei, a volte viola .Oppure: E lei sembrava una Madonna: biondi capelli, gli occhi scuri, il respiro nuziale/lieve piuma nell’aria/il culo sodo e liscio, ecc), fino al rimpianto e alla nostalgia per la giovinezza da essa comunque rappresentata e definitivamente perduta. ”
Mi viene in mente l’affresco del Ghirlandaio, “Nascita di San Giovanni Battista”, in Santa Maria Novella, in cui una donna coperta da un velo che lascia intravedere la sinuosità del suo corpo, irrompe, in senso letterale, nella scena, recando in dono un cesto di frutta. Un’immagine di vitalità, grazia, delicatezza, giovinezza. Mi sono domandata perché un panorama così prosaico come quello del modesto abisso, avesse evocato una figura di tale leggerezza. Ce lo dice proprio l’autore nelle pagine finali, a proposito della giovane cameriera, che con la sua grazia mette ciascuno dei vecchi compagni di classe a confronto con la propria inadeguatezza. (" Una ragazza bruna, giovane, ci serviva gentile e ci guardava triste, da lontano. Ci osservava con occhi belli e innocenti come la giovinezza sfuggita tra le mani" ). Grazia e innocenza per cui c’è comunque spazio,come simbolo di riscatto e di rinascita, anche nel luogo più lurido delle proprie stazioni esistenziali.
E’ illuminante, in questo senso, il titolo della raccolta. Consultando il dizionario, siamo infatti informati che il termine “modesto” si accompagna al suo sinonimo: “morigerato”, perciò in questo infernale immondezzaio in cui ciascuno di noi si dimena, c’è spazio per il pudore, quanto meno per la misura . E Dio c’è e si nasconde anche negli anfratti più degradati: “Poi Dio, il Padrone, o Padreterno/potrà cancellarmi con uno sputo,/ma sa anche che nelle fogne/dove mi sbrodolai come un porco,/un verme un pestilenziale ratto/c’era sempre un posto per Lui/nel mio cuore inaccessibile/nella mia anima dannata.”
E se Dio Può esistere anche nel fango, a maggior ragione può esserci, nel fango, la poesia. Di qui "Poesie da un modesto abisso".
Siamo dunque al grottesco, immerso in un repertorio linguistico molto ampio, che oscilla dal comico, al tragico fino all’elegiaco in una operazione consapevole e complessa, che potrebbe fuorviare solo chi si accontenti di una lettura superficiale e benpensante, quindi immodesta, di questa raccolta.
SCHEDE
LIUBA MERLINA BORTOLANI, "L'arte del bersaglio", Libreria Padovana Editrice, 2008
Si tratta di una plaquette inserita nella collana di "Donne in poesia", curata da Elisa Davoglio, in collaborazione con la "Chelsea Editions" di New York, una piccola pubblicazione dalla elegante veste editoriale, comprendente 23 testi di una densità e di un rigore espressivi davvero rari. In un incalzare di immagini evocative, con un ritmo di forte valenza musicale, spesso affidato all'impiego dell'endecasillabo, si viene profilando l'universo di una poesia raffinata e matura, dato tanto più sorprendente, se consideriamo la giovane età della scrittrice. Un ritmo sicuro, coinvolgente, che non ha cedimenti, nè sbavature e che risolve, dà sollievo: " Quale sollievo? Quale fenditura?/ La ritmica implacabile sovrana/ vince la stretta e supera la resa./Soltanto questo trova un'estensione/dal vino al laccio-pioggia condivisa-/dal polso al braccio-terra sospirata-dal soffice sospetto delle ciglia/fino all'abisso delle mie sembianze,/là dove regni e sai la trasparenza,/là dove scorri immenso e sussurrato,/ dove ricordi il centro della tregua,/ dove ti vuole l'ultima scogliera." Un ritmo che tutto lenisce e contribuisce a creare, quasi in un disporsi di immagini concentriche, in progressiva appossimazione al "centro della tregua", come in un bersaglio, il luogo entro cui per un momento la ferita brucia meno, o almeno ricorda questa tregua. L 'impiego dell'anafora e dell'accumulazione, insieme alla suggestione del metro definiscono la geografia emotiva della poesia, conferiscono importanza a questa esile plaquette e -colpiscono nel segno-, nella difficile "arte del bersaglio" rappresentata dalla scrittura poetica.
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LETTURE DI LUCIA VISCONTI
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LE LETTURE DI LUCIA VISCONTI
Nota a La luna di Cézanne. Kairòs Napoli 2008 Autrice: Annalisa Macchia
L’ultimo libro in versi di Annalisa Macchia: La luna di Cézanne, scelto tra molti inediti per la nuova Collana Kairòs curata da Antonio Spagnuolo.
Il titolo del testo stuzzica: chi ricorda una luna dipinta da Cézanne?
Ci viene in aiuto la lirica eponima:
“ Una scacchiera di finestre chiuse./ Taglia di sghembo, un lucernario, / il livido triangolo del tetto./ Bianca, si riversa la luna,/ sul perimetro del letto/ dove, in diagolale, supino/ dorme un vecchio.
Coni di luce artificiale/moltiplicano cerchi sulla mano/ sul libro abbandonato./Spigoli vivi nel costato/ appena muove il petto.
Senz’anni, senza affanni,/una presenza lieve/ sfiora i capelli, il volto/dilavati.
Raccoglie, sospinge/traiettorie senza fine/ tra i quattro lati di un argenteo vetro” (pag. 65)
C’è senz’altro nell’autrice un influsso profondissimo dei tratti essenziali ridotti a figure geometriche e colori usati, per riprodurre la realtà dal grande pittore, indubbiamente nelle opere dell’ultimo Cézanne, ormai distaccato dal gruppo impressionista. ( L. Venturi, Cézanne, son art, son oeuvre, Paris 1936 .J. Rewald, Cézanne, sa vie, son oeuvre, son amitié pour Zola, Paris 1939)
Il temperamento classicista del pittore non poteva che reagire per istinto a quello che sembrava costituire il vero pericolo dell'impressionismo: la vanificazione della forma.
Cézanne, interessato essenzialmente alla struttura, non alle sensazioni soggettive che riteneva confuse, voltò le spalle all'Impressionismo. Sentiva di non poter cogliere la realtà delle cose senza una disposizione organica di linee che conferissero stabilità alle immagini. Si differenziava inoltre anche per l'uso del colore: gli impressionisti utilizzavano solo i sette colori dell'iride, egli molti di più ricavati da mescolanze personali, per rendere al meglio quella modulazione colorata che conferisce all'oggetto forza plastica e luce. Gli impressionisti tendevano a cogliere l'attimo, l'impressione di un momento. Cézanne non voleva limitarsi all'apparenza delle cose, ma conoscerle, comprendere la natura, secondo l'etimo della parola, cioè prenderla dentro di sé, secondo la logica del colore e metterla sulla tela.
Questa concezione si avvicina moltissimo alla stessa operazione dell’autrice: assumere in sé ciò che la circonda, approfondire ciò che già è in lei. Non sono soltanto sensazioni soggettive le sue, ma sostanze chiare, di variegato colore grazie alla modulazione permessa dall’uso molto ben manipolato della lingua.
“ Sembra d’oro la sabbia“ (pag.19) “Mai catturato/verdemare …. in cangianti ombreggiature/ … Così segreta ed intima la tinta/ dell’acqua attraversata/ da luccichio di sole/ dal buffo pizzicato di colori” (pag. 32). Inseguo il mio fantasma luminoso./ Pallido chiarore…/(Pag. 59). E via di seguito.
Altro aspetto della concretezza del dettato poetico: scarse aggettivazioni, originali e calzanti metafore, uso del lessico altamente lirico, ma sempre ancorato alla realtà. Anche quando sembra trattarsi di puro gioco linguistico.
“ Amo. Remo./ e tremo. Stremata/temo trame, petrolio/catrame tra me e te: OMBRA.
BRAMO/ ramati tramonti/ Tra monti ed onde / e d’onda in onda/
- A dondolare -/diamanti: /barbagli abbacinanti. / Abbracci-baci di amanti.” (pag. 36)
Il testo è composto da tre momenti:
Il poemetto “Le forme del mare” Haiku La luna di Cézanne.
Sul poemetto ispirato al mare, condivido ciò che ne ha scritto con occhio lungo Christian de Masi in Recensione sulla collana”Le parole della Sybilla” Kairòs Ed. Napoli 2008 .
“Visioni, emozioni (…) tradotte subito, quasi si avesse paura ,che l’anima non riesca a trattenerle, in espressioni limpide, evocative, adamantine, eterne.”
In queste “eterne”, sta la visione della scrittrice: non ama fermarsi in affermazioni di culto religioso, (per sacro timore?) nonostante il suo “oltre” non sia poetico ma cristiano; questo ancora in parallelo con Cézanne. Nota la dichiarazione del pittore: “Anche in una mela si intravede Dio”.
Il mare, giocoso per lei bambina, arduo per l’extracomunitario,( è’ noto il tema sociale nella Macchia in La luna di Cézanne pag. 27;pag.48. “in “ I sogni del mattino”ETS Pisa 2005: Dall’altra parte della città e Il richiamo),magnificenza mai del tutto esplorata né posseduta: davvero ammaliata l’autrice, con forte desiderio di condivisione.
Gli Haiku, intermezzo del testo, rappresentano condensate espressioni liriche dalle caratteristiche tecniche della poesia giapponese (5+7+5sillabe): 12+12: Giorno e Notte.
Non si tratta sempre di poesia del tutto aderente alla filosofia del paese di origine - troppo lontano dal nostro sentire occidentale - Infatti, oltre allo sguardo appassionato sulla natura si sintetizzano con particolare sapienza problematiche attuali e toni scherzosi, tipici dell’ironia così connaturale alla scrittrice. “Busto a memoria/ imposto e posto in piazza/ Forza piccioni!” o “Chianti divino!/ Schianti Bacco chi adultera/ li-cor-di vino.
E il pensiero vola a “Chi c’è dentro di me”, lirica-chiosa della terza sezione:
“Chi c’è dentro di me/che scalpita e bisbiglia/all’orecchio le cose più pazze?/(…)
Perché /adorato monello/ di me, tua prigione/ti fai gioco/spavaldo?/
Ora volo con te nel tuo cielo./ Mi chiedo chi sia/laggiù sulla terra/quell’opaca figura/che un po’ ci assomiglia/e negli occhi smarriti/conserva un’ombra ancora/di meraviglia.”
< br> Anche con gli altri sette componimenti, come già è stato scritto, la Macchia mostra di essere uscita da “ La Stanza segreta” per consegnarsi ai lettori.
Dunque, usando la lingua con sottilissima perspicacia, a mo’ di tavolozza, ha dipinto la Luna, si potrebbe dire ‘a quattro mani’, con il pittore preferito.
Riporto inoltre volentieri una lirica inedita, che corona il tutto:
“…Cantava il mare.
Sì, cantava.
In danza impetuosa trascinata
ora sotto ora sopra
stretta nell’abbraccio senza respiro
in unico colore esplosi
i blu del mare il rosso dello scoglio…
Guarda. Siamo l’esile ingombro
sotto quel telo scolorito tirato sui volti.
Scoperti i piedi. Su quelli gli sguardi
della spiaggia, appena sbalorditi.
Ancora grida piange il mare
ma solo al suono di sirena
si riscuote qualcuno dal torpore…”
Lucia Visconti
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PERCORSI DI LETTURA DI MARIAGRAZIA MARAMOTTI
POESIA E PROSA NELLA SCRITTURA DI ELENA CLEMENTELLI
Non capita spesso, come è accaduto giorni orsono alle "Giubbe Rosse" di Firenze sotto l'egida del Pianeta Poesia di Franco Manescalchi e coadiuvata da Giuseppe Panella, di presentare della stessa Autrice e un libro di poesia e uno di narrativa in contemporanea!
Ma per la Clementelli l'eccezione sì, per abbozzare il suo profilo umano ma anche per acclarare che non vi è dissonanza o discontinuità tra la sua espressività poetica e quella prosastica, fatta salva la forma naturalmente! Ma piuttosto un "continuum" nella sostanza ispiratrice, atto a sancire l'unità integrale del suo pensiero e del suo eclettismo intellettuale, pervaso da un amore che ha un'infinità di valenze.
La silloge di riferimento dal titolo “Poesie d'amore”, Newton Compton editori, prefata da Aldo Palazzeschi.e postfata da Walter Mauro, abbraccia un periodo di tempo di poco meno di cinquant'anni, pervasa da un unico leitmotiv che inanella tutte le poesie intridendole di quell'esube-
ranza affettivo-sentimentale, che "sine dubio" possiamo definire "amore"! E l"'eros"che ne tracima va inteso secondo Jung come pulsione vitale, come potenza creatrice e forza generatrice di pathos ma anche di beatitudine, come valzer di sensi in brindisi d'addio, allorché, scrive l'autrice "un diverso gioco di stelle / non forzerà il mio braccio per trascinarmi via / Non volterò la testa,
obbedirò / seguirò quel pensiero che da te mi allontana / come un destino giusto, / serena e mite come l'ottobre che saluta il sole. / E l'anima bruciata dalla luce / scalderà la mia anima rimasta sola / nel solitario inverno". E qui rifulge un cesello di stoicismo!
Parole che hanno la forza di fotogrammi filmici girati da un valente, consumata regista. E questa naturalezza espressiva, consento con Palazzeschi, la riconduce a Saffo, alla poesia 'Hermes" per esempio, nei versi tradotti da Quasimodo: (...) "lo voglio morire/voglio vedere la riva d'Acheronte/fiorita di loto fresca di rugiada” pur differenziandosi Saffo nella sua volontà coercitiva dalla souplesse della Clementelli, sottomessa alla propria avventura destinale.
Oppure mi ricorda la delicatezza prensile di certi versi di Tagore, tratti dal testo "Dono d'amore" in cui si legge: "Oggi, all'alba calma e rugiadosa / Tu t'avvii vestita di bianco verso il tempio / con l'offerta di fiori tra le mani. / Io me ne sto in disparte, all'ombra / di un albero, il capo chino, sulla strada/ solitaria di quel tempio".
Ma sia pure in consonanza lirica con Saffo o con Tagore, resta autonoma la sua fisionomia poetica, anche quando, scrive Mauro, traduce l'intero teatro di Garcia Lorca o viene a contatto con le poesie di Blas de Otero o Rafael Alberti.
E veniamo brevemente al testo di narrativa “La finestra sull'albero e altri racconti”, Anemone Purpurea edizioni. Libro composto da 14 brevi racconti, già da inediti, vincitori a numerosi concorsi. È un libro di intensa partecipazione emotiva dell'autrice al ruolo dei suoi personaggi, partecipazione che si rafforza allorché l'Autrice si identifica nell'io narrante promuovendo così una scenografia tutta inseriorizzata. Una sorta di autobiografismo il suo, che attraverso un processo rievocatore e rielaborativo di immagini del passato ne stimola, freudianamente, la catartica- rigenerazione attualizzandone così in moderne icone.
Ecco che un'energia ritemprante invade le sue pagine, cogliendo gli accadimenti nella loro pienezza,raramente affondandoli in una irreversibile macerazione,simile ad una debacle.
Questo accade solo nel racconto che ingenera il titolo del libro, gli altri profilandoli tutt' al più, di una mesta apparente semplicità alla Checov, oppure di sconfortata nostalgia per il sogno dissolto
nel respiro fagocitante del tempo, che inesorabile fugge.
Ma a fronte di ciò salvifica rifugge la memoria che travalica spazi e ignora clessidre, inondando
l'anima di eccitata emozione e la mente di variegata sensorialità, con cui rivisitare l'infanzia e cullarla nei penetrali di un'antica, serena gaiezza.
Solo un sottofondo di solitudine vena sia la poetica che i racconti della Clementelli, concepita non come marmorea chiusura verso l’altro ma come accidentale isolamento che protende verso la comunione con l' altro. Questo si palesa nel racconto principe del libro: La finestra sull'albero, in cui il protagonista, scrive l'Autrice, "è un uomo solo, scontroso, relegato in un minuscolo
territorio di ambizioni frustrate, di dubbi irrisolti", cui un giorno tetro d'ufficio, improvvisamente la memoria ripristina attimi di pulsante felicità come si evince dal racconto: "E lei! Lei era zampillata come un fiotto d'acqua limpida e impetuosa dalle regioni inabissate e silenti del suo spirito moltilicandosi in mille rivoli giocondi, cristallini, che gli invadevano come sonorità chiare e festose tutte le fibre scolpite ma non, come aveva creduto, inaridite per sempre.
( ...) E non era stata una favola se sulla pelle non gli si era ancora attenuato quel brivido, irripetibile, lungo, sfibrato. Se la bocca di fiele gli si riempiva ancora a tratti di un sapore di fragola”'.
Come si può desumere la sua è una prosa dalle sfumature amabilmente liriche, forgiata nella stessa generosa fucina dei suoi versi.
E il racconto d'impianto kafkiano, dalla realtà dilatata in allucinate visioni, che nuovamente si convertono in realtà, offre la storia di un uomo che affacciato al confine di se stesso, trova la finestra da cui osservare il proprio mondo e se stesso in questo mondo!
Proprio come fa la Clementelli in poesia!
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MARIAGRAZIA CARRAROLI - appunti di lettura
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DUCCIA CAMICIOTTI “ Il quotidiano della Beat Generation e la IV dimensione” Bastogi 2009
Mariagrazia.:” La parapsicologia mi ha sempre attratta per quel che di misterioso suscita nei non addetti ai lavori, ma anche mi ha inquietato per il potere che può dare e che non sempre è rettamente gestito…”
Duccia. :” La parapsicologia non deve far paura se ha come fine il bene e io quello ho sempre perseguito nel praticarla…”
Questa la risposta di Duccia alla mia osservazione, dopo la presentazione nella Sala Consoli del Palagio di Parte Guelfa, della biografia che percorre fin dall’inizio la sua storia appassionante. Una storia che si snoda come un film a episodi, l’uno intrecciato all’altro, dove la protagonista va e viene, cucendo i fatti con il filo della memoria a comporre una vita.>
Il fondale è colorato d’anni, d’avvenimenti, di personaggi, di mode che Duccia attraversa con curiosità, desideri, slanci e decisioni spesso impulsive che la portano a molto vivere e a molto soffrire, fino all’incontro decisivo : un uomo, un maestro, l’amore…
Più di metà del libro è quasi del tutto dedicata a questa totalizzante presenza nella vita di Duccia, decisiva presenza come solo il vero amore sa essere.
Quando lo si riconosce, tutto cambia e tutto si può affrontare. E se la persona che suscita tale sentimento e lo dona con tutto il suo essere, è eccezionale per temperamento, cultura e carisma, allora veramente la vita s’accende.
Lo scambio si feconda di reciproci doni e nasce un’intesa eccezionale e una collaborazione dove ciascuno dà, riceve e ridona.
Questo ci dice Camiciotti nel suo libro, affermando che la morte non ha interrotto il vincolo e che il suo Claudio continua a camminarle al fianco.
L’eredità culturale del marito, fatta tra l’altro di una seria indagine sulla parapsicologia che si era concretizzata in un metodo originale di insegnamento, continua nella persona di Duccia che trasmette i saperi ricevuti, ai suoi allievi. Saperi di bene, per fare meglio il bene, per aiutare le persone, diffondendo le ricerche e le risposte che lo studioso Claudio Battistich aveva indagato.
Lui vigila e veglia, celandosi solo ad occhi che non sanno vedere, non certo a quelli della sua amata.>
E come “ sole d’inverno “ la accarezza e la consola, senza mai farle mancare la sua intensa, spirituale presenza.
LORENZO BERTOLANI
“Giurando noi fede all’azzurro”1999 “Opera e destino” EDM 2004
“Giurando noi fede all’azzurro”- Tredici poeti per Dino Campana- rende omaggio al poeta simbolo,dramma, uomo sul crinale dalle parole pagate a caro prezzo
Bertolani fissa Dino, s’incammina con lui forse in cerca “dell’ulteriore America” anelando di scoprire cosa appare “di là dal vetro” di cosa “ci accomuna”. E scorge “bimbi…con le macerie in mano” forse quelle lasciate dall’abbandono.
Le due poesie di Bertolani per Campana si legano idealmente a quel bambino che, con la palla in mano e guardando la sua ombra, si trova quasi sul ciglio della scogliera che separa la terra dal mare: è, questa, l’immagine di copertina del libro”Opera e destino” dove c’è molto “limite” e “passaggio” e “confini” che la foto della silloge sintetizza e annuncia, arrivando tra ”equilibrio e disequilibrio” di un passo scrittorio scarno ed emotivo, all’ultima sezione della raccolta, dove riappare quella maternità intravista “di là dal vetro” nell’inedito per Campana.
Struggenti nella loro tesa essenzialità le poesie dedicate alla madre morente, ai ricordi….”o riconoscere il tuo passo/ su scale di pietra/ che giungono a questa/ Terrazza a mare/ a cui manca la macchia/ dei colori/ il giallo il verde/ del tuo foulard/ della tua veste….” : l’immagine della copertina? Forse.
In queste composizioni il “passaggio”estremo, pur intriso di dolore, si fa luce “Saremo noi un sogno/ con tutti gli altri già stati” perché con l’amore “ogni luogo/ s’accende di luce fendente/ anche oggi che esisti in un lampo/ che taglia il respiro”.
La poesia di Bertolani è ricca di presenze cui rende un personalissimo omaggio, e di paesaggi dipinti con tratti essenziali che fanno intuire geografie ben più fonde “ Cede il crepuscolo alla notte/ e il bosco sempreverde seguente/ mi impaurisce…”
“La neve risponde in silenzio/ alle torce dai muri…Comunque perdono per non essere riuscito / a liberarmi di questo/ arco ghiacciato/ che mi racchiude.”
Un arco che la poesia penetra e schiude al passaggio d’una comunicazione “interiore…in unità continua di fine e inizio” che il lettore condivide e apprezza.
Una lettera ad Alma Borgini per il suo libro
BALLATA SCORRETTA”Miscellanea al femminile” Edizioni Polistampa 2009
Carissima, eccomi : esco madida e scossa dal tuo libro, come da un parto appena concluso. Non so ancora piangere e prima che un singhiozzo liberi le lacrime, scrivo, necessitata dal tuo poema struggente. Dentro i tuoi versi mi diventi madre, quella madre che, pur presente e incalzante, non ho mai avuto. Eppure mi ha dato fibre di donna, attente al palpito fondo dell’anima, sempre tese all’unità, franta e infranta già nel mio nome diviso, da me caparbiamente riunito.
C’è una morte apparente che vive in noi, c’è sempre una crocifissione che ci perseguita la vita e che un volto chiaro disperatamente cela…
Ho raccolto il tuo urlo, la potenza del tuo dolore che pur ti rende forte, quasi invincibile, capace di percorrere tutte le donne abbattute dal male, profanate per secoli, e nei secoli vive, da te suscitate a nuova vita incisa nel libro con parole scarnificate, brucianti, scosse dal vento della tua emozionata passione.
Un libro-affresco, un libro-dialogo fra presente e passato, fra natura e cultura, fra Alma e se stessa e poi in muto scambio con una madre ritrovata nel suo ultimo respiro, quello che ha fatto amare e ripercorrere le rampe a lei consuete, così come il giardino delle rose, dentro il cui profumo ritrovare l’armonia celata sotto il dolore…e che già ci apparteneva…
Nel suo ultimo respiro mia madre non mi ha chiamata.
Il tuo libro, le sue folgorazioni, le sue sapienze non esibite, la forza delle sue parole di sangue e di fede mi hanno fatta sentire FIGLIA, nonostante gli abbandoni, mi hanno fatta sentire MADRE,
Di questo e della tua alta poesia ti ringrazio, abbracciandoti.
FRANCO MANESCALCHI
La neve di maggio Edizioni Polistampa 2000
Alcune poesie dell’antologia scelte e lette da LUCIANO FUSI
Siamo invitati ad una festa di famiglia…C’è un patriarca ancora giovane e pieno d’idée, tanti amici, una figlia, Novecento Poesia, e Pianeta, un nipote ospitale, amico degli incontri, dei libri e dei poeti.
Meno male che qualcuno ci ha pensato! Franco Manescalchi, pubblicista, critico letterario, giornalista, è prima di tutto Poeta, poeta di razza, pluripremiato da giurie di altissima qualità, giurie presiedute da personalità di primo piano, da Giacomo De Benedetti a Roberto Longhi, da Giorgio Caproni a Giuliano Manacorda, per nominarne solo alcuni…
Franco Fortini cita Manescalchi in un saggio, sottolineando una affermazione molto acuta di Franco, una di quelle che noi amici siamo abituati a sentirgli dire e che ogni volta ci sorprendono per finezza e intelligenza, acume e felicità di sintesi.
Fortini scrive: Franco Manescalchi direbbe:<…una poesia che abbia dentro di sé le sue giustificazioni ma che trovi fuori di sé le sue motivazioni…>Parole che mi pare rendano adeguatamente da una parte gli spazi autonomi del fare poetico, dall’altra la misura di “dipendenza”ovvero di adesione al reale.
Noi questa sera applaudiamo l’uomo, l’operatore culturale, il fine critico letterario, lo scopritore di talenti, le cui doti non comuni, nel Poeta, sono esaltate e riassunte, e che Luciano Fusi, attore e poeta, metterà in evidenza con una sua personale lettura di LA NEVE DI MAGGIO, antologia che raccoglie i lavori poetici di Franco, scritti tra il 1959 e il 1995 ad abbracciare una vita di poesia non certo conclusa nel ’95, ma sempre e ancora fresca, feconda e felice.
Nell’antologia suddetta, pubblicata da Polistampa nel 2000, Manescalchi semina versi, coprendo le pagine di levità densa radunate in angoli precisi che hanno il nome delle varie sezioni del libro. Così incontriamo le poesie“Giovanili”, quelle de” Il paese reale” de “La nostra parte “ de “Il delta degli anni” e, curiosamente, le poesie in vernacolo, “Le scapitorne” scritte tra il 77 e l’87.
L’antologia si chiude con la sezione “La casa delle comete”, la cui ultima poesia, dedicata alla figlia Laura, si conclude con questi versi: e assaporol’assenzio/ di un ossimòro. Conclusione perfetta, direi, forse voluta, chissà, da un poeta attento ai significati e ai messaggi , cui poco sfugge…
Nell’antologia c’è un autoritratto giovanile che desidero condividervi, a conferma del fatto che quel ragazzo di cinquant’anni fa è rimasto, in fondo, sempre lo stesso.
La poesia si trova a pagina 37 e s’intitola “Alla mia ombra”
Non ho parentele/ vivo alla mia ombra/ scrivo versi nell’aria/ con la penna estrosa delle rondini.// Ci sono tanti che mi dicono:/ - così non puoi andare, ragazzo -/ e scuotono grosse teste/ di cani mansueti// Non do retta a nessuno/ sono come l’erba dei campi/ che cresce e basta/ diritta verso il cielo.// Ci sono tanti modi per essere poeta,/ ho scelto quello che non dà requie:/ una rosa a sinistra del costato.
Quel ragazzo ha scelto la rosa, difficile rosa che da allora, ancora amorevolmente protegge e coltiva con l’acqua e il concime delle sue “aspirazioni etiche” e delle sue”intimazioni estetiche” come bene ha sottolineato G.Panella nella sua nota, rosa e giardiniere forti della loro apparente fragilità, attenti a schivare le insidie delle mode e le pressioni dei potenti.
Nell’offrirci la sua antologia, le cui poesie ascolteremo da Luciano Fusi, Manescalchi penso abbia voluto confermare e ribadire quello già scritto dal filosofo Aldo Giorgio Gargani, e cioè che:
Scrivere è ricordare quello che non avremmo mai saputo se non avessimo scritto.
e, aggiungo io, è stato, per Franco, lasciare in dono un segno e un ricordo che tutti noi , altrimenti, non avremmo potuto godere, segno e ricordo di cui gli siamo molto grati.
“POEMETTO DEI BAMBINI” di Giovanna Fozzer Edizioni Polistampa 2008
E’ difficile dire l’emozione; da sempre le parole faticano a dare voce al ricchissimo pentagramma dei sentimenti. Non per nulla, l’Autrice all’inizio del poemetto nomina due straordinari artefici di musica sublime, quali sono stati Schubert e Mozart. Quei nomi eccelsi sono citati per dare conto della” perfezione senza ricerca” che la grazia del bambino riesce a raggiungere, ma forse, anche, per sottintendere la difficoltà a tratteggiarne i contorni con la sola scrittura.
brPersonalmente sento tutta la povertà della parola per dire la mia emozione, a lettura ultimata delle due infanzie scritte: la prima, quella del poemetto, vista, la seconda, del racconto, vissuta.>
E’ vero: noi nell’infanzia così vicina alla Fonte cerchiamo quella goccia d’Infinito che i bimbi, e noi da bimbi non abbiamo avuto il tempo di inquinare…
La chiusa del poemetto è una domanda, cui risponde, nel corsivo, un dolore che brucia, una sofferenza senza rimedio.
“Estati e inverno” è l’infanzia vissuta nei tempi felici delle vacanze in montagna, vacanze anche quelle forzate dell’anno di guerra, perché il mondo di Vigolo Vattàro aveva le sorprese, gli odori, i suoni, i colori della natura. Una natura straordinaria ed esigente che riempiva di fantasia, di storie, di sapienza i piatti poveri della sua gente. Per questo erano felici le vacanze di Giovanna…. E per gli incontri con la Nani, affabulatrice “dalle dita lunate”, quasi una strega buona da cercare a salti “dalla finestra nell’orto, nell’aia” per poi trovare con lei gli animali, gli arnesi, gli ambienti…
Il racconto si snoda come un gomitolo di ricordi vivi, precisi di particolari fissati sulla retina della memoria e sorprendenti per l’accuratezza della descrizione : la fucina del fabbro, la distilleria della grappa, il cameron in cui sfogliare pannocchie, la calcàra… e poi la vendemmia, la raccolta dei funghi, la sorpresa del lago improvviso…
Esperienze indimenticabili dentro un tessuto umano che sapeva fare i conti con la natura, ascoltandone il respiro e adattando a quello, il proprio
Forse è anche dall’incontro con quel mondo e con quella natura che Giovanna, oggi, è coerentemente se stessa, dentro…”il tempo, il moto, il sol, l’ombra e la luce “.
“ SOTTO NEVI DI CARTA” di Rosalba De Filippis Campanotto Editore 2007
Di solito non leggo le prefazioni dei libri, prima del contenuto dei loro testi ; la prefazione a “Sotto nevi di carta” l’ho scorsa dopo aver letto le tue poesie ed essendone stata scossa.
Solo allora ho appreso della tua tesi su Giorgio Caproni, un autore che ho amato e amo molto, e che è divenuto ulteriore motivo di empatia che, mi pare, già abbiamo avuto l’occasione di reciprocamente percepire nei nostri fugaci incontri personali.
La poesia, il tuo e “ il mio ultimo e lucido/ sasso”?
Anch’io, come te, cerco “strofinate parole/ di incanti”… “rannicchiata in gesti di sole” mal sopportando “parole lanciate nel nulla/ a nulla votate”.
Meglio, molto meglio “ cioccolata mangiare di sogni” piuttosto che forzare “ la noia di inutili varchi”…
Grazie del dono e…buona danza, buona ricerca.
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SPAZIO APERTO di GIOVANNA FOZZER
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Flora Restivo, Po essiri, Poesie (in copertina Fortunella, xilografia di Maurizio Restivo), Samperi Editore, Catania 2008, pp. 60, € 6.
È una sorta di sollievo trovarsi tra le mani un libro di poesia smilzo, agile, leggibile con piacere, senza fatica o intoppi: e ciò pur essendo in dialetto, siciliano o più precisamente trapanese. Flora Restivo scrive versi assai brevi e variamente spezzati, che traduce a fondo pagina: rivelando una forma di pensiero a sua volta agile, mossa, che gioca su temi apparentemente minimi, sovente autobiografici, ma depurati di qualsiasi fastidioso autobiografismo dal controllo fermissimo della segreta sprezzatura e dell’ironia. Che verrebbe da chiamare semplicemente intelligenza, gusto del gioco della mente, sguardo lucido e distaccato (benché segretamente appassionato). Viene da benedire il modo in cui la scrittrice guarda se stessa e tiene a freno la malinconia, la rasciuga in essenza di immagini forti.
Così ad esempio in Màciara (Malinteso): Che gioco stuzzicante/ io ti volevo acciuffare/ tu/ mentre/ mi sgusciavi dalle mani/ con gli occhi briganti/ mi adescavi.// Azzardai un timido morso/ mi lasciasti fare/ aspettai mandorle tenere/ occhi e bocca… / aspettai// Non eri un gioco:// Vita era il tuo nome// cognome… Mandorlamara. Forse la poetessa ha spento nei puntini di sospensione quello che ha temuto troppo esplicito? Nella bellissima Autunnu le foglie, il respiro spezzato dal pianto [adduciati di chiantu]/ s’ammassano/ intorno all’albero-madre […]. Citiamo per necessità la traduzione italiana, assai bella e linguisticamente ricca, ma ben altra cosa è la voce del dialetto, tutto echi e risonanze e sfumature che vorremmo chiamare d’anima, anima che accoglie l’antico e lo vivifica, lo canta.
Un’articolata e ricca postfazione di Marco Scalabrino si inoltra, oltre che nella personalità dell’autrice, nella sua scelta netta e convinta, guidata dallo scrupolo filologico, della scrittura improntata all’etimologia: e la lettura attenta (di chi pure – come chi scrive questa nota – di per sé è profano) porta di continuo a scoprire i tesori di questo dialetto, e di conseguenza ad un ascolto affascinato, ammaliato, seppure animato dal sorriso, vivo nella gioia della condivisione. < >
Giovanna Fozzer
SAFFO, Più oro dell’oro, traduzione e cura di Rosita Copioli, prefazione di Giuseppe Conte,
edizioni Medusa 2006, pp. 150, euro 15.
Questo libro è un’antologia di passi di Saffo tradotti con tocco lieve e magistrale, in una sorta di osmosi da poeta a poeta. Preziosi i saggi e le note della curatrice: non c’era finora in italiano un commento così profondo e ricco d’una cultura peculiare amplissima, condotto in un esercizio vigoroso e libero del pensiero, dalle risultanze affascinanti; capace di portarci per vie - le più incantevoli e nobili - della riflessione anche sul sacro e sul religioso.
Rosita Copioli non cessa di stupirci con la mole del suo lavoro d’intellettuale appassionata, con le molteplici dimensioni nelle quali si muove l’irrequieta (o insaziabile?) potenza della sua ricerca. È ancora recente il poderoso lavoro da lei ideato e curato su “Gli Agolanti e il castello di Riccione” (Guaraldi 2003), dello scorso anno è l’altro grosso lavoro su Goethe, prima traduzione italiana integrale de “Gli anni di viaggio di Wilhelm Meister” o i “ rinuncianti” (Edizioni Medusa 2005), ed ora abbiamo davanti i mirabili risultati della sua traduzione e cura della poesia di Saffo, che Platone chiamò “Decima Musa”: in questo lavoro si condensano anni di studio finissimo e di attenzione.
Il volumetto è bello a cominciare dai colori della raffinata e nitida copertina con la Kore dell’Acropoli di Atene. Lo è ancor più per la calibrata ricchezza delle sezioni che lo compongono, a cominciare dalla prefazione di Giuseppe Conte per seguitare con la nota introduttiva di R. Copioli: in essa, con delicatezza pari alla precisione, la curatrice soppesa il poco noto della storia di Saffo e ne dipana i nodi, mentre percorre i millenni di considerazione che l’umanità le ha riservato. Segue, con testo a fronte, la traduzione, trepida sicura audace, corredata da un vasto “Commento” che cura molteplici aspetti, da quello storico-filologico e metrico ad ogni altro (non conoscevamo finora un apparato italiano a Saffo paragonabile anche lontanamente a questo): ogni altro aspetto che coinvolga, affascini e ‘provochi’ la sensibilità di poeta, ma anche di conoscitrice della poesia, delle religioni e delle filosofie e di tanto altro, insomma la straordinaria mobile sfaccettata cultura di Copioli.
Il “Commento” (pp. 81-129) ai 53 testi, dai molti riferimenti di raffinata dottrina, costituisce già in sé una lettura speciale, consentendo di gustare le agili movenze dell’intuizione dell’autrice, la mobilità – grazia e sprezzatura, ma anche vivida spiritualità (nel suo alto sentire la “coincidentia oppositorum” o il divino) - del suo addentrarsi negli argomenti. Si veda come la studiosa ripercorre i passi dei testi socratico-platonici, cogliendovi e illuminando i riferimenti a Saffo. Mirabile l’itinerario tra questi e molti altri autori nella ricerca sulla ‘vera’ figura di Elena, del suo rapporto con Afrodite e le altre divinità, nel commento (pp. 92-102) al frammento 4 (16): dai Poemi omerici ai “Cipria”, dai Tragici al “Riveda” a Lucrezio, per fare solo qualche cenno agli autori antichi. Copioli è da sempre affascinata dalla figura di Elena, su cui ha scritto con profondità a più riprese, ad esempio ne “I giardini dei popoli sotto le onde” (Guanda 1991) e nel dramma “Elena” (Guanda 1996).
Si veda poi la scheda critica (pp. 121-126) al frammento 46 (16 Fr. Inc.): tre versi, che suggeriscono alla poetessa riminese un prodigioso dispiegarsi d’interpretazioni delle danze cretesi, di raffronti: da Omero alla lamina orfica II B 1 di Thurii e a molti altri, cui la rende familiare la sua ricerca vibratile e appassionata. Ne riportiamo una delle riflessioni conclusive: “Nei versi di Saffo la danza ha questo senso originario: con tutto il corpo riproduce il sacro e il divino della vita, come Omero ha narrato per miti. Quando i Greci pensarono che Saffo osò il salto da Leucade, videro la figura estrema della danza accompagnata dal canto: l’acrobazia spirituale che rovescia il verso da morte a vita: la conversione che merita la corona di Arianna, il suo filo per il ritorno.”
“Le acque gelide della Memoria” è il titolo del saggio che chiude il libro: “la sua voce non potrebbe essere più diretta”, potremmo dire dell’autrice, parafrasando ciò che ella in apertura dice di Saffo. E ancora: “Le sue parole abitano uno spazio fisico. Appartengono alla fisiologia del corpo umano, all’esperienza delle forme della realtà e della natura, delle manifestazioni del cosmo, dei cicli delle stagioni.” Sono, scrive ancora Copioli, “parole-simbolo, parole-cosmi che mettono insieme il visibile con l’invisibile: uniscono due metà che sono forze opposte in movimento, e generano senza fine figure, gesti e altre immagini: immagini che riflettono un ordine astrale, immagini del reale rispecchiate all’infinito. La fisiologia che descrivono con tanta naturalezza è una simbologia molto più ricca e complessa di quanto avremmo immaginato: il linguaggio di un cosmo che non sappiamo più decifrare.” Fin dalla lettura della prima pagina del saggio veniamo così immersi nel limpido fascino che emana dalla scrittura dell’autrice, nella ricchezza lineare e audace dei suoi percorsi interiori, che muovono sulle tracce della presenza di Saffo nella letteratura classica, partendo dal ricordo di lei nel “Fedro” platonico. Insieme ad Anacreonte “il saggio”, Socrate, invasato dalle Ninfe dell’Ilisso, nomina Saffo “la bella” tra gli scrittori antichi che hanno parlato degli dei nel solo modo consentito, senza macchiarsi di colpa nei loro confronti: per miti, per simboli. Il discorso per miti di Saffo, ‘dimenticato’ da Socrate in ciò che ha esposto nel suo primo intervento, è – scrive Copioli – un discorso arcaico. Pensiero tanto potente da vincere anche oggi, imponendo la purificazione per non averlo riconosciuto; impone la palinodia, costringe al riconoscimento delle origini, perché è vero, è “Alétheia.” Platone non lascia alcun cenno al caso, continua la scrittrice riminese: “Alludendo a Saffo nel luogo più elevato della sua teoria dell’Eros, la via mistica più alta che i Greci hanno conosciuto nel cercare e nel toccare Dio, Platone ci suggerisce il giusto modo di leggere quella lirica che ci pare così “soggettiva”.” Dovremo quindi vedere il percorso di Saffo affine a quello che Socrate segue dal “Simposio” al “Fedro”: nel “Fedro” Eros diventa il delirio filosofico che porta l’anima a contemplare, sulla terra, le forme assolute dell’Essere. L’analisi di Rosita Copioli prosegue precisa e appassionata nell’aprire visuali nuove e profonde, inoltrandosi in terreni che forse il filologo ‘puro’ troverebbe scivolosi, o a sé estranei. Madre delle Muse, la Memoria (è scritto nelle lamine orfiche calabresi) ha un’acqua gelida. “Dal più profondo la alimenta la corrente perenne di Oceano che nutre la vita. Quest’acqua gelida scorre nella poesia, nella musica, nella danza. La poesia è un’arte fredda. L’impulso di Eros che la sospinge è caldo […].”. Saffo insegnando l’arte delle Muse, guidando a Mnemosyne, trasmette il sapere più vicino alla “filosofia che è la più alta delle arti delle Muse”, che è discernimento, purificazione, come Socrate dice nel Fedone, alle soglie della morte. Continua Copioli: “Durante il processo della perfezione dove il sacro arriva a manifestarsi nella bellezza, Saffo conia un concetto, un’espressione che indica la bellezza perfetta di Chàris: essa si manifesta in un essere umano, in chi esiste al grado più alto, e in sé merita la corona che un tempo cingeva la perfetta vittima del sacrificio: colma di perfezione, come un vaso fino all’orlo”.
Nessun poeta ebbe una fama ininterrotta come Saffo, fino all’epoca romantica. E Saffo è l’unico poeta in cui Leopardi si sia direttamente proiettato: nel 1822 le dedicò un canto dove si identificava in lei attraverso il mito pitagorico e la farsa dei poeti comici intorno al salto di Leucade. Il saggio di Rosita Copioli si chiude sulle pagine dello Zibaldone 3443-46 (dell’anno successivo alla composizione dell’ “Ultimo canto”) in cui sono le riflessioni mirabili sullo spavento della bellezza, in cui Leopardi rende centrale lo spavento del desiderio nella sua vita, e inoltre 3494-95 e 3544-45, cui si intrecciano le conclusioni – anch’esse mirabili – dell’autrice di questo libro commovente, nuovo e vivo: che vorremmo diventasse di testo nei Licei classici, se alla cultura classica, alle nostre radici, la scuola italiana ritornasse infine, dopo tante tempeste e confusi vagabondaggi su piste false.
GILBERTO ISELLA, Fondamento dell’arco in cielo, alla chiara fonte editore, Lugano 2005, pp. 40, s.i.p.
Poeta e saggista finissimo, intelligenza acuminata, Gilberto Isella ci ha voluto spiazzare con la prima parte, eponima, dell’elegante volumetto “Fondamento dell’arco in cielo”: il suo arcobaleno ci appare misterioso, difficili da decifrare le brevi composizioni. Né ci aiutano in questo le immagini di Enrico Della Torre, strenuamente essenziali, che qua e là le commentano. Tuttavia, la notazione a pagina 9, quasi dolorosa nel suo dubitare, si conclude in rivelazione, e qui è l’acume: l’umano come promessa, o premessa, o base di rivelazione. Scrive Isella: “La sorgente dei colori, della bellezza, del senso, noi l’avvistiamo soltanto. Ha le fattezze di un arco in cielo. Ma troverà – o ha già trovato – fondamento quest’arco? Il tempo dell’aspettativa è tempo umano, forse in se stesso già rivelazione.”
Il primo testo per la serie dei colori è della porpora, del rosso vino, il secondo di un’acqua celeste, il terzo di una madrepora scolpita. Poi verrà il colore della terra e la sfera della seta, poi il bosco di spezie astrali, e ancora “la nube a giglio, dove appare la soglia immacolata”, e poi il verde dello smeraldo e dell’erba. Ma non solo quelli dell’iridato arco in cielo, anche altri archi lampeggiano nei versi di Isella: “Presi nelle maglie dell’acquario i pesci/ Davanti a loro s’inginocchia il cervello/ Quieta l’aria forma un arco/ tracciante una scienza sirenica.”
“Metamerica” è il titolo della seconda sezione del libro: compare “l’ombra di Balam/ il giaguaro/ che si allunga su ogni stele”; e subito dopo “la ragnatela di stelle è sovrana/ sul pueblo Quiché.” Si apre così una affascinante serie di minimi quadri esotici, spiriti del bosco e ponti di liane, il vulcano dal “lembo sconvolto delle dure caligini”, e le mangrovie che “s’intricano/ in una musica d’uccelli. La piroga è spinta sull’acqua da due magre bambine; e il fungo che fa parlare coi dèmoni apre il varco alla malinconia/ nell’ombra toccata dal viandante/ dove ogni passo incrocia mete sospese.”
Il libro si chiude sulla struggente facciata color ocra della chiesa barocca, che “si scrosta/ quando la beccano/ gli uccelli”: interpretata dallo scrittore con forte immagine: “È la grande pannocchia/ che il dio del mais/ ha esposto al sole/ prima di lasciare il mondo”.. L’occhio del viaggiatore-poeta vede dietro alle apparenze, sente soprattutto le suggestioni invisibili, millenni di vicenda terrena di umani e d’ogni altro vivente.
MARIA MODESTI, Praga: un sogno, una città, poesie con una nota di Mario Luzi e una incisione di Pietro Marasco, Edizioni della Libreria dell’Arco, Matera 2004, pp. 32, s.i.p., tiratura di 300 copie numerate
Raccolta come in una nicchia nella sua remota Maremma, Maria Modesti è invece nota anche come autrice di teatro: “Amarissima la ricordanza” è, ad esempio, una sua “pièce” messa in scena in occasione del bicentenario leopardiano del 1998, ed altri suoi raffinati testi nascono dalla collaborazione con artisti dell’immagine o musicisti. Il suo volume di poesie del 2003, “Su uno spartito”, ha vinto il Premio Circe Sabaudia 2004.
È di fiaba e di terra l'aura che ci lascia dentro la lettura di questo bel libretto per un antico viaggio in Boemia, arricchito dalla elegante e densa incisione di Pietro Marasco. Sentita e detta come un sogno, la Praga della poetessa maremmana fluisce piena di grazia sommessa, in versi la cui musicalità nasce da dentro, da un raccoglimento dell’anima, del pensiero mai vano. Poesia seria e amorosa, si direbbe, vibrante di un amore che è dedizione, accoglimento. Riconoscibili le tappe della ormai lontana visita alla città, fascinosa esperienza che il filtro del sentire comunica al lettore in una sorta di limpida, casta emozione. Ci sono talora notazioni d'innocenza come di bambino, in certe conclusioni sparse.
Sempre leggera la dizione, segretamente raffinata e tesa nell’attenzione alla bellezza e alla verità del reale (come uccelli migratori “su tetti e guglie”, in attesa, “prima di abbandonarsi/ al mistero dell’universo,/ sulle loro ali leggere”); ma anche piena di passione e di dolore, specie nelle composizioni per Marina Cvetaeva, poetessa-specchio dell’anima di Maria Modesti, che di lei ripercorre in sé, in alcuni componimenti, storia e destino.
La pubblicazione è omaggio dell’editore a Mario Luzi “per i suoi meravigliosi novant’anni”.
INNOCENZA SCERROTTA SAMA', Afa d’agosto, Edizioni Polistampa,
Firenze 2006, pp. 54, € 6.
La lezione di Innocenza Scerrotta Samà è contenuta nella fermezza del suo sguardo sulle cose, nella nobiltà di quella che si potrebbe anche chiamare la sua lucida disperazione. La sua è la poesia del silenzio, silenzio sfiorato, ‘rischiato’; o poesia dei pensieri non declamati, non esplicitati, solo accennati, suggeriti, allusi, quelli che il lettore può sviluppare, proseguire in una messa in comune d’anime. Anche il ricordo, il passato, è sfiorato dalla scrittrice quasi in totale silenzio, senza peso di nostalgie morbose. Come a p. 40, nel «Natale solitario».
L’afa del titolo ricorre sei volte, in questi pochi testi, ed è evidente metafora di oppressione, di ciò che nel vivere è sentito dalla poetessa come una sorta di soffocante prigione. L’afa è quel che sopravviene quando qualcosa che stavamo afferrando ci sfugge, ci lascia nella desolazione. Ma la parola si ferma, per dir così, prima del lamento: constata e subito tace.
In questa poesia la vita, il dolore, non sono rinnegati, tutto vi è accettato, gli opposti convivono, si fondono. La vita – dice Scerrotta intervistata - non è una festa patronale, con fanfare e luminarie; è quando ci appare tale che arriva il male. Di nulla poi si deve inorridire: ci sono abissi più neri, più fondi del nostro. Come è detto anche a p. 43 e completato a p. 44. Adamo cioè ha peccato due volte, avrebbe dovuto mangiare dell’albero della vita, anteriore a quello della conoscenza. Ci ha tolto invece la visione dell’albero «col frutto della vita», e a noi rimane per sempre presente quest’ombra: non abbiamo conosciuto l’albero della vita, che pure viviamo. E di cui la poetessa canta anche la passione sensuale, la luce, che «sul buio del letto/ è danza d’amore» nell’«infuocato universo/ mai sazio di vita»(p. 23). Amore nudo, bello e pure nostro, dice: non rinnegando il dolore, tutto accettando, dalla giungla della vita nasce l’armonia, che c’è.
Nella sezione del volumetto Il giardino dei ribes - dove l’autrice ha avuto l’affettuosa generosità di ospitare la ‘poesia’ di una Giulia allora tredicenne – l’uomo che «legge il giornale» è Francesco Samà, ormai scomparso. Il giardinetto è quello della casa di vacanze in Sila, Giulia giungeva golosa del ribes, e il benevolo vecchio signore le diceva lieto di salire (nella casa dalla porta già aperta) per prendere il cestino bianco da riempire dei frutti che «Come coralli/ a grappoli sanguigni/ affollano la siepe». È forse questo l’esplicito-segreto omaggio reso dalla poetessa alla memoria del marito, e probabilmente l’unico. Un segno di più del limpido riserbo della sua parola, disposta talora a sfiorare o a sfidare l’oscurità pur di non tracimare nel troppo detto, nel sentimentale, o ancora nel lamento egoistico su se stessa.
Tacere sapendo, accettando della vita luci ed ombre: ancora i contrari, che sempre ricorrono in questa poesia, tesa quasi in dialettico sforzo di conoscenza.
Mario Mastrangelo, Addò ‘e lume e ‘i silenzie (Dove i lumi e i silenzi), poesie in dialetto salernitano, Edizioni Ripostes, Salerno 2004, pp. 78, € 8.
Scrive nella parlata della sua Salerno, il poeta, traducendo in italiano a piè di pagina; il lettore profano sente questo dialetto vicino al napoletano, anche quello delle bellissime canzoni d’un tempo (e forse c’è ancora chi lo canta come allora); da un lato lo sente anche non lontano dalle canzoni giocose, o dolenti e amorose, musicate da Scarlatti ed altri nel Settecento. Ma insieme, lontano da essa, perfettamente moderno, di oggi: il nostro dolore, il nostro mondo quotidiano.
E la lingua di Mastrangelo non racchiude solo quei suoi echi struggenti: anzi in quel suono, in quel canto, si celano e splendono immagini davvero create; nate da una nobile anima raccolta e meditante, e aperta al contempo ai vari aspetti del vivere naturale, nutrita da una fantasia mossa e commossa. Si veda la bellissima composizione Ancora tanto, che dà già la cifra del poetare di Mastrangelo, in un tutt’uno di fantasia e riflessione: per lo più sul dolore (‘e rulore), cadenza del nostro vivere. Dalla straordinaria metafora della pietra, che le fiamme arroventano e non consumano, sono percorse le tre strofe, in una sequenza – sviluppo dell’immagine fantasticata – che è guida e nervatura del percorso dell’anima. Nel passare degli anni – nell’ardere de ‘e fascine r’ ‘o tempo – l’anima impara ad accettare ‘e rulore, diventato pietra cucente e annerita; le fascine del tempo abbrusciato non l’hanno. E l’anema ha capito finalmente, non aspetta più che s’accendano intorno altre fiamme, piglia pe’ terra a preta cucente, se la porta in braccio, ci gioca e ci vive. Quale concreta verità dallo stretto rapporto logico tra l’aggettivo cucente, pur normale, e l’immagine, fiorita con naturalezza e precisa efficacia nella mente del poeta. Araldo di una verità con fermezza conquistata è pure lo sbocco nella tenerezza della chiusa del componimento, là dove l’anima ha addirittura imparato a cullare tra le braccia il proprio cocente dolore.
Finezza, levità d’amaro disincanto, che sempre esita davanti alla soglia dell’urlo, della disperazione gridata, è un altro carattere di questa poesia, forse coloratura campana del modo di sentire la vita. Sei brevi versi di Roppo ci bastano per avvertirlo. E poi ci si fa davanti la grazia amabile, che cela altra profondità, dell’apostrofe (in Si fusse na parola) all’amata parola che se ne va, palomma leggera e felice, farfalla bella per tutto quello che significa. E molte immagini-dono di grazia potremmo scegliere dalle poesie di questo autore: in ‘O lenzulo ‘e coppa, ad esempio, i giorni della vita sono acini di chiarore ca uno a vota te vèneno mmocca, e non fai in tempo a sentirne il sapore.
Non poche le metafore del morire, intense e personali: partiti con il veliero ch’arriva fin’ a spiaggia immensa ‘e luce, dove contenti dobbiamo affondare con i piedi. Si fa torto alla poesia, ad ogni vera poesia, tentando una parafrasi accorciata, e quindi non possiamo che invitare alla lettura, ripetuta e concentrata, di questi testi, tra i quali sono mirabili i più brevi, meditativi, come ad esempio Roppo, A che serve, ‘A realtà , in cui l’esperienza del vivere è distillata, senza tentazioni per così dire narrative, riscontrabili in altri componimenti più ampi. Ad esempio, nella bella ‘O sciumo (Il fiume), tre strofe, ricche di metafore, descrivono ed espongono, narrano quasi, e propriamente solo le ultime due giungono a dire la filosofia disincantata e malinconica del cantore. E questo è più presente ancora in Arricuordete o in altri componimenti ampi. Ma sappiamo che non è giusto affatto chiedere allo scrittore d’essere diverso: e c’è da tenere presente una leggera coloratura fiabesca, in questo narrare, anch’essa parte di quella ‘leggerezza’ campana o napoletana che sfuma il dramma in sorriso ed ironia.
Uno dei vertici della ricchezza e freschezza metaforica, anche giocosa, di Mastrangelo, della sua meditazione sul senso del vivere, è in questo volume l’eponima Addò ‘e lume e ‘i silenzie: dove il poeta immagina di scuotere il cielo come fosse un albero, senza rabbia, come per un gioco di ragazzi, fino a farne cadere il senso di quello che sulla terra esiste. È uno dei suoi molti riferimenti al cielo come sede di altro dal quotidiano: c’è come una tendenza ascensionale, in questa poesia, insieme ad un tratto quasi d’infanzia rimasta in cuore: viene naturale pensare a molte delle immagini di Chagall. E di nuovo, anche in questa eponima la pregnanza delle immagini, la loro ricca sequenza: eccezionale aderenza del metaforico al reale, segno per noi sicuro di forza poetica; tutt’uno col pensare e col sentire, che mentre afferra con sicurezza la realtà, lievita stendendo un colore fiabesco, quel velo di separazione dal quotidiano, dalla considerazione tragica di esso, che fa trasparire con grazia la malinconia del cantore, inguaribile, spesso soave sentimento delle cose.
Il volume è arricchito in calce dalle Annotazioni dell’autore, che accenna alle proprie tematiche, agli elementi ricorrenti, aggiungendo interessanti precisazioni sul suo “personale linguaggio poetico dialettale”.
Giovanna Fozzer
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DIALOGHI E INCONTRI di ALBERTA BIGAGLI
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“REPERTORIO D’INFINITO” di Giovanna Fozzer
Edizioni Polistampa, Firenze, anno 2006
Mentre sto leggendo penso che questa è poesia di scrittura, ma prima ancora di esperienza, ossìa di sguardo e percezione, infine poesia di sangue ed anima. Intendo l’anima che, secondo me, rende esprimibile e donabile l’affetto, anche quando l’affetto arrossa e brucia. Come il cammino fosse questo: esperienza sensibile, arricchimento spirituale, comunicazione piena. Anima come casa dell’amore, quello senza aggettivazioni.
Quello che rende Giovanna, donna di vita varia e colta, conquistatrice di certe pause, certi scambi, certi dialoghi. Con l’ulivo, il falco, la melagrana, le pere, la malva e la cicoria. Il pesce, la mosca, i gabbiani. Loro, insieme all’aria, la terra e l’acqua che li contengono, parlano a lei attraverso il moto, la sonorità, la luce. E lei risponde secondo un’operazione di vita che è di transito e di continuo ritorno.
Con la poesia Giovanna dà parola al mondo, alle cose composte in paesaggi secondo l’amata geometria. Secondo il criterio della pacifica essenzialità. Il vivere stanca? E lei si lascia assorbire e cullare dagli infiniti singoli elementi. Sviluppa la propria estensione verso il cielo e verso gli abissi, divenendo passeggera quasi senza peso. Intorno a lei e da lei con incantata liricità registrato, il mutare delle stagioni, la “invernalità” come forte punto di arrivo.
Rintraccia nell’inquinamento odori autentici, con spirituale malizia. Si costituisce guida esistenziale per noi, verso mète libere come stazioni spaziali. Arriva, senza perder gentilezza, ad accennare al dopo, alla tomba. Ci indica, indica all’amico immaginario ma sempre presente e accanto, gli elementi godibili. E sono tanti, Quelli isolati e puliti, quelli occupati in assidue funzioni e quelli rifiutati. L’osmosi vita personale-vita terrestre non si arresta. Un luogo consueto come Sperlonga diviene lunga e cantata scoperta.
La fortuna per me, qui in veste come sappiamo di fedele lettrice, è che sono arrivata a incontrare i gatti. I gatti secondo come sono e secondo i gesti che fanno, i nomi che hanno. Non trasfigurati, non astrattizzati, sicuramente valorizzati. Sono arrivata all’amore della donna per l’uomo. Sono arrivata al “tutto è identicamente pari”, che ho ascoltato come un atto di fede. Ora chiudo le pagine e appoggio la biro. Grande esperienza questa mia lettura!
Firenze, maggio 2006
DUE INTERVENTI PER INNOCENZA SCERROTTA SAMA'
Innocenza Scerrotta Samà – Il peso del silenzio – Polistampa -
Cara Innocenza, ti sto leggendo, sto leggendo “Il peso del silenzio” e mi vengono spontanee risposte, commenti, gesti di partecipazione. Qui sei oltre il Mito: oltre la consueta "casa". Le tue radici, mitiche radici, sono mature a tal punto, vita e dolore le hanno talmente fuse alle profondità terrestri, che tu puoi con leggerezza danzare. Alla maniera di certi mimi, con la consumata grazia dei francesi. Contemporaneamente, hai reso forte come refe la tua parola. Che è ormai un segno, una traccia, un filo che va a stendersi nello spazio astrale, nell’ oltre del tempo singolo umano. Per cui il grido di sempre risulta come trattenuto, mentre resta eloquente l' amore per i corpi, la natura e le cose. Madre di sangue e madre di pensiero, i tuoi figli vanno per il mondo sparsi, mondo di distruzione. Dov'è l'uomo? Forse è nella poesia dove si dice l'indicibile. Eppure la parola pace soffiando appena inumidisce l' anima. E alba e rugiada, erba e seme, in queste pagine sanno di nuovo, sanno timidamente di futuro. Motti che una donna di passione offre mentre si aggira, in tunica e in meditazione, nel patio o cortile. Appare poi nell’arco sulla strada, arco di pietra. Evoca e quindi indica e vive, canti d'aprile e canti d'usignolo.
Firenze, novembre 2004
(Presentazione alla Libreria Chiari di Firenze – 16-5-06)
Sono fra gli affezionati alla poesia di Innocenza e anche su questo suo ultimo libro ho già scritto due volte. Porto ora l’impressione di una terza lettura. Fatta come? Ho aperto a caso il libro e l’occhio è andato sulla pagina 13. Ho letto e commentato dividendo in due la pagina, come la poesia stessa indica di fare.
“L’invisibile volto / la tua forza, / la parola illusa / che fosse l’indicibile a dirla / dall’essenza profonda”. Le parole del silenzio, che in modo evidente sono invisibile indicibile e illusione, vanno qui associate , non solo a volto e parola come tratti in sé strutturali e portanti, ma anche a forza, essenza e all’aggettivo profonda. Parole tali queste da squarciare ogni silenzio.
E ancora. “Solitario, / senza nome / il canto del principio / racconta la vita, / protegge / balenante, serrato / il suo mistero”. Come dire che, nel silenzio innocenziano, possono cantare il principio e la vita. In più, il mistero appare protetto e serrato ma anche balenante.
Parlare di abitudine e facilità all’ossimoro sarebbe riduttivo. Direi piuttosto che si tratta de il pro e il contro, il bianco e il nero, il sole e la pioggia. Linee contrarie fra loro, che tendono a salire ed incontrarsi formando l’apice di un triangolo, di una piramide.
Va sempre verso l’alto Innocenza, verso l’antico rinascente. Verso il mito. Usa il mito come metafora. Poiché è il mito per lei, secondo me, lo strumento che rende sonora la silenziosa poesia. Poesia, la cosa amata instancabilmente.
RISPOSTA A “QUASI UNA MONODIA” di Giancarlo Bianchi
(Edifir Firenze, anno 2006)
Intendo esprimere le reazioni che mi sono nate, a caldo, durante questa particolare lettura.
Cosa mi ha confermato o fatto scoprire Giancarlo con la sua poesia?
Che la terra, se è resa materia intensa dall’amore di chi la calpesta, trascende se stessa.
Che il cantare i sentimenti più schietti, non affatica l’uomo ma lo rende leggero.
Tu evochi, amico, presenze e figure di livello divino e ci giochi come si fa con gli Dei. Li trasporti in una danza, naturalmente mistica, conducendo loro te stesso gli altri e la natura, verso la disposizione per il Dio unico. Che con la tua guida sarà raggiunto così, cordialmente, senza che venga troppo nominato.
Un lago di suoni e di luce tutti ci contiene, secondo la tua circolare amicizia. Il senso del dramma, anche nell’amore per i più intimi, è la forza che tutto fonde, per poi lasciarsi stemperare dalla gioia d’essere uniti. Hai un sorriso tu per tutte le cose, un sorriso che è il costo prezioso della vita stessa.
Come autore letterario, hai assimilato e convogliato nel tuo messaggio, tutto il doloroso e creativo distacco del novecento poetico. Distacco dal sostegno della non più sostenibile epica, ma anche distacco dalle primissime dissacrazioni, che in fondo aiutavano a tenere la corda. Hai assimilato il passaggio alla solitudine rigenerante dell’uomo singolo, quella intuita e annunciata quasi suo malgrado da Dino Campana.
E così ti sei trovato la voce di una nuova angelicità. Una voce che ha echi continui, infiniti. Forse anche dai tuoi silenzi e dal tuo sonno emanano, in luce se non in suono, inni e ringraziamenti per essere, tu e noi, insieme vivi.
Dal tuo preciso luogo di vita, ti crei intorno un mare di immagini e colori. E lo navighi poi questo mare, salutando con entusiasmo chi dalla riva ti vede passare. Insomma, cercando l’unicità incontri la molteplicità, come cogliendo gli innumerevoli àliti e respiri e segni, arrivi al contatto con l’unicità, diciamo ancora una volta con Dio.
E la lettura del tuo libro non può che essere, per tutti, una spinta a vivere.
Firenze, giugno 2006
UN LIBRO DI POESIA TOTALE :
“L’IMMAGINE” di Vittorio Porfito Edizioni DEA, anno 2005, Firenze
Me lo hanno dato questo libro perché ci facessi un commento. Ho lasciato passare tre giorni e stanotte in piena notte, notte bianca, ho cominciato a leggerlo. Ora l’ho finito. Ora dopo mezz’ora. Dunque dovrei fare il commento, ma è difficile, Perché sono entrata nel libro, in queste pagine. Io e il libro ci siamo compenetrati. Come trovare il distacco che oggettiva e analizza? E’ una scrittura che appare nata come per miracolo. Come si fosse incisa sulla carta senza staccarsi dal corpo dello scrivente. Questa non è la poesia di Porfito, è Porfito in poesia.
Lui non è come poeta al suo primo libro, io lo so, così come pratica da sempre la pittura. C’è una donna nuda sulla copertina e l’ha dipinta lui. Ha i colori accesi, la testa reclinata, tiene fra le mani, lasciandolo cadere, un drappo da corrida, un drappo da danzatrice. La donna si alza dal suolo come uno stelo, uno stelo che tende a piegarsi, a rinunciare.
Le pagine hanno righi di scrittura fatti da vocaboli e frasi scorrenti, come acqua musicale. Ogni afferrare dell’occhio, ogni ripetere della voce interiore, è un premere sul tasto di un pianoforte. Più che leggere, io sono entrata, dicevo, nella performance di Porfito. Mi sono trovata via via confusa agli elementi e ai personaggi. Lui, lei, l’altra con lei, la pasticca gialla, la ferita sanguinante.
E il mondo intorno. Un ambiente ci vuole, anche se qui vive e agisce soprattutto la mente, come lo stesso poeta dichiara. Si incontra la morte e se ne sentono gli odori, eppure resta la mente-spirito di Porfito che decide e guida. E’ stancante e riposante insieme, questo incontrarsi con l’amore e il dramma posseduti e fatti nudi nel canto.
La nudità è costruita attraverso frammenti e torna quasi a ogni ultimo verso. “Occhi nudi” “Parole nude” “Pazzia nuda” “Tristezza nuda” “Morte nuda”. Questo ferire, uccidere e denudare è negazione e antitesi. E’ tesi di vita che si va ricostruendo dopo la destrutturazione. Una simile manifestazione, una simile identificazione di fine e principio in un immagine di parole, nell’”immagine”, può venire soltanto da un libro di alta poesia. Io la chiamerei appunto poesia totale.
Firenze, maggio 2006
MARIAGRAZIA CARRAROLI - E NELLA SERA UN’OMBRA- Florence Art, Firenze, anno 2006
Cara Mariagrazia,
eccoti le mie impressioni da “E nella sera un’ombra”.
La teatralizzazione è intensa e giocata interamente sulla poesia. Come? Nella centralità della presenza femminile, impegnata già dal prologo ad esternare il dramma intimo senza frenare l’impeto del collettivo, che anzi viene assunto con passione. Il primo personaggio qui è “la donna” e solo la donna, forse, è capace di piena testimonianza storica, capace cioè di esprimere, di accoppiare le solite, eterne due dimensioni. L’etica e l’estetica, l’epica e il privato, il maschile e il femminile.
La forza della poesia emerge anche nella sola enunciazione degli altri personaggi: la morte, l’oblio, il saggio. Ma non si chiude qui l’elenco di figure e immagini emergenti. Proprio da queste prime acquisizioni durante la lettura, parte la disposizione a percepire i personaggi altri che via via prendono vita. La terra e l’ambiente di allora, la gente di allora, la stessa scomparsa di un uomo che è stato presenza evidente. La pietra e l’acqua. Anche il messaggio come tale, la rivelazione di fatti presenti e passati, da voce di donna emesso. Non imperiosamente, ma attraverso onde vocali che snidano i significati mentre disegnano la forma.
Voce della donna etrusca e voce della poetessa, che si presta come strumento sonoro, come mezzo di attualizzazione, come passaggio. Ed ecco la strada che si fa protagonista. Intesa come sentiero appartenente allo spazio e al tempo. Fu visibile e concreta ed ora appare perché chiamata sulla scena. E’ forte il gioco dell’apparire e scomparire, dell’esserci e non esserci. Senz’altro c’è, non può non esserci, il dolore. Per cui si entra purificati nella confusa città di questi giorni.
Qui, solo il sentimento e il pensiero dovuti all’avvenuta morte, solo un’ostinata ricerca solitaria di ricongiungimento, in sé e con l’altro, aiuta a muoversi. Aiuta il permanere della vita, fra i numerosi parlanti che non si ascoltano. Resta salva, in questo andare e lottare e anzi cresce ed esplode, la tensione drammatica. Per cui possiamo noi, può la donna della lontana storia passata, può Mariagrazia l’autrice, entrare finalmente nel sole. Il sole, dio che accosta gli estremi e annulla le separazioni. Si avverte, a lettura conclusa, il sorriso leggero come brezza della già evocata “ombra della sera”.
GIAN PIERO REZOAGLI – Morgana – Edizioni Gazebo – >br>
Ogni tanto la vecchia, cara Gazebo, mi porge una silloge di prosa poetica e per me, se va tutto bene, è un vero dono. Lo dico a lei, Signor Gian Piero, mentre la ringrazio sentitamente dell'invio del. Suo "morgana". Per me la poesia in forma di prosa è recupero di modi di comunicazione. L 'uomo parlò a l’uomo, in certe epoche, musicalmente ma non preoccupandosi di quella cosa che, solo dopo, è stata chiamata "metrica". Lo fece secondo il bisogno di essere gradevole e quindi ascoltato, deciso e incisivo e quindi considerato e ricordato. Si potrebbe continuare ancora su questa corda, ma voglio arrivare al suo libro, la sua personale opera. Fino dalla prima pagina esplode una riserva, ricca e reale riserva, di possibili surreali situazioni. Teatralmente, una Lei calda ma mascherata, esorcizza le paure di un Lui forse severo ma senz'altro assorbito, contratto, in una quasi umile "attesa". Di quelle eternamente senza esito, ma vive come gesti compiuti. Si continua lungo le pagine un cammino fra specchi deformanti, una marcia al centro del "paese delle meraviglie". Il ritmo è sopportabile all'apparenza, in realtà è mozzafiato. Soprattutto, fra i colori del gioco appaiono frammenti di anima, collettiva anche se singola, in quanto sostanziata di sensibilità riconoscibili in chiunque. Universali. ". ..la tocca come un ragazzo. Se vanno a letto. ..la lascia intatta" -" ...scambio la tua doppia vista per tirannia. ..uomini e animali sono sempre con noi" -"Da sotto il mare la faccia di Dio si mostra, con espressione placida. .." -" (il re delle isole) è più grande della terra, dalle sue orecchie nascono nubi, dall'umidore dei suoi occhi sgorgano oceani. .." Di solito faccio, qualunque sia la circostanza, poche o punte citazioni, ma questo libro mi rende golosa e amo mordicchiarlo. Resta sospesa invece in me qualunque conclusione rispetto alla lettura. Un uomo ancora giovane ma già reso sensuale in modo problematico dal calore, si direbbe stagionale, della raggiunta maturità, dice di se, narra di se, in un modo che chiede, che secondo me spera di avere, non commenti troppo scientifici ma simpatia. Chiede di suscitare o trasmettere vibrazioni, echi, pensieri di solidarietà, sia pure emessi da spazi lontani. La saluto con stima e amicizia
Firenze, 3 gennaio 2005
ANNA VINCITORIO – La notte del pane - Genesi -
Cara Anna, ho ripreso e riletto il tuo libro di poesia che ebbi con dedica e di cui ancora ti ringrazio. Pagine ricche, poesia fluente. Mi sono soffermata, accostata, direi quasi aggrappata, alle composizioni che più mi hanno attratto e che più mi sono apparse significative, indicative dell'ispirazione generale. Vorrei da questi scogli, da queste soste, dialogare con l'autrice anche parafrasando un poco. Emerge da subito, naturalmente e prepotentemente, un pane che è ancora lievito acre, fra le mani di chi ha la testa bruna e gli occhi sottomessi al tempo. Un pane che invecchierà sotto luci attuali forti e piatte. Dal luogo-forno, luogo-creta, è partito un viaggio soprattutto affettivo, dove l'affetto è per la madre-donna ma anche per la madre-terra. Un viaggio simbolicamente planetario non può che essere la ricerca di un'isola, cioè un punto di fine e principio. Un'isola che ci accolga. Che accolga "Noi, piante senza radici / recise dall'origine". Il cammino si fa intenso, tanto da condurre verso il passato. Tanto da suggerire evocazioni fatte con il Noi. Tanto da farci incontrare e attraversare senza paura, un bivio biologico ed esistenziale "dove acque diverse / si incontrano". Non hai tu ritrovato durante il viaggio i remoti pascoli verdi, ma così forte e frutto di necessità era il tuo desiderio, che hai visto nell’ansia strettirsi i margini del cielo. Hai chiesto ascolto con passione per scoprire a volte cartelli beffardi e gesti di allontanamento. Ma una figura, sia pure consumata, bruciata dalle fiamme del passaggio all’oltre, placa mentalmente, umanizza il tuo invocare. E' lui, è il padre. Presente nell'assenza. L' approdo che pare si avvicini e si lasci percepire, non solo non è ancora raggiunto, forse non si realizzerà. Ma nell'andare fatidico, tempo arrovesciato, restituito al suo molteplice senso e valore, ti viene incontro una bambina. La bambina dei passeri, la bambina del mare, la bambina delle conchiglie. La sacra speranza. Affettuosamente buon lavoro.
3 gennaio 2005
LA POESIA PUNGENTE DI ANNAMARIA GUIDI (dal libro “In transito”, editrice Polistampa, anno 2005)
Il poeta Annamaria, non è solo coinvolto a pieno nella vita e impegnato nell’inventare ed eseguire un canto di vita. Lei riesce nella sua esuberanza, perfetta esuberanza in quanto appunto poetica, cioè fatta di concreto e astratto come di logica e trascendenza, a vivere due volte. Ecco il proprio gesto, magari umile gesto, ma ecco subito dopo l’osservazione analitica e creativa del gesto medesimo. E’ un po’ il raddoppiare se stessa o partorirsi di nuovo ad ogni formazione d’angolo. Angolo di sentimento, di pensiero o di emozione sensitiva.
E tutto questo avviene, naturalmente, attraverso la parola, che dall’interiorità esce fumante ed aerea per divenire suono e segno sulla carta. Sentendo come Annamaria riesce a trasformare, a immettere il proprio corpo nel corpo della parola stessa, come fossero i suoi muscoli a parlare, ho capito perché il suo aspetto si conserva mobile ed elegante. Lei ha una parola, insomma, che sa essere bolla di sapone, fiore polposo e odoroso, ma anche lama. Una sorta di parola-tutto.
Come appare il profilo della donna poeta in questa verticale danza di versi, fatta di immagini, meditazioni e sguardi sul prossimo, sull’umanità schietta e colorita. Dice lei stessa del proprio osservare che è “osservanza perseverante nell’osservazione”. Dice, della propria postura mentre osserva, che si sente come messa “di fianco al mondo”. Dice, citando Sereni, che nella realtà sfuggente o impazzita “l’irreale è intatto”. Infine offre una nuova, intensa ed originale definizione della morte: ”la morte è feto”.
Non poteva Annamaria, nel suo cosciente andar veloce, nel suo consueto e ironico muoversi sugli orli dell’abisso, non arrivare al saluto, al cenno di mano verso l’amica, la destinata morte. Non poteva non identificarla con la vita e con la fede, perché ricco e lievitante fosse l’impasto della sua parola. E costruita così la propria nuvola, di grande evidenza creativa ma direi anche mistica, non poteva non rivolgersi direttamente a Dio. Per dirgli: tu interroga e domanda, “persisti a chiedere”. Poi l’uomo ti risponderà.
In uno degli spirituals classici si canta qualcosa di simile. “O Dio del cielo se mi vuoi amare / scendi dalle stelle e vienimi a cercare”. Fuoco contro il fuoco, fuoco per amore del fuoco. La lama di cui si diceva, la lama del poeta Annamaria, si è fatta rovente.
Firenze, novembre 2005
IL MIO INCONTRO CON “DALLA BARCA LUNATA”
libro di poesia di Simonetta Lazzerini
Già il disegno di copertina mi aveva affascinata. Ho visto poi che si tratta di immagine antica, uscita dalla mano del Beato Angelico. Ecco, a fine lettura posso dire che ho vissuto il libro di Simonetta come fosse arte visiva. Se le è godute lei nel farle queste poesie, come fossero disegno o cura del colore. Infatti, brevi metafore chiudono di solito la composizione rivelando un’arte rara, quella di rendere, cioè rilevare il cerchio. Un esempio per tutti da pagina 57: “Così il cane randagio / fiuta appena la soglia della casa, / lo sguardo perso in un sogno lontano . . .”.
E i cerchi si sa fanno, sviluppano la catena, leggera e musicale in questo caso. Direi che si procede come per passi di danza. Si, seguendo con gli occhi lo svolgersi e il concludersi di situazioni poetiche, ho intravisto a volte la serie dei corpi rosati, agganciati in perpetuo moto, di Matisse, il sensuale, l’esteta. Insomma, in queste pagine è realizzato una sorta di equilibrio biologico, a sostegno di quello psico-sociale. E’ estesa la raccolta, ma ben fatta la suddivisione in quattro parti essenziali. Resta da cercare il filo che passa e lega, sia le forme che i momenti dell’impulso e dell’ispirazione. Quest’ultima io sento che viene soprattutto dal volere e dal sapere camminare con grazia sulle note aspre di fondo, il fondo della vita. Come in altre culture alcuni facevano, movendo i piedi nudi sulle braci accese.
Si afferma così una notevole capacità di dialogo, con gli intimi, l’altro e il se stesso. Una capacità di gioco quasi magica. Da pagina 104: “tranne la riga nera del mio cuore / che stanotte ha un risvolto segreto”. Fra i temi, la natura ha grande importanza in questa palestra di scrittura e in sua compagnia ha potuto crescere e condensarsi il senso del dramma, arrivata l’opera alla sezione “Aiuola feroce”. Costante è stata e sarà la tenuta creativa, mai stanca. Mi nasce, considerando la fusione di “gentilezza”, “affetto colorito e caldo”, “casa dell’uomo e luoghi della natura”, una definizione: eleganza naìf.
Sulla fine, si calma il passo dell’autrice, di Simonetta. Che ci ha cantato si può dire l’intera sua esistenza. Che ci rivela di essersi concessa tre dimensioni di vita: “Ma ce n’è una ancora / trasversale alle prime / che mi fa risvegliare / nel mezzo della notte”. La Simonetta che ora confessa il suo desiderio di sedersi, quasi concretamente, alla mensa del Signore. Che interroga direttamente Giuda, con ingenuità e determinazione. Con purezza. Finisce il suo libro ma lei lo dice, continuerà a scrivere così come si prega. Continuerà a pregare scrivendo.
Firenze, dicembre 2005
HO LETTO “SOFFIARE SULLE ACQUE” dell’amica Alma Borgini
E’ stato, cara Alma, come vedere scorrere la pellicola della tua vita. In primo, primissimo piano, gli affetti fondamentali, poi qualche paesaggio e le tue meditazioni concretizzate. In proiezione appaiono le mille cose del quotidiano, quello lontano, quello appena trascorso o l’attuale.
Attuale o quasi il sangue di ferite venenti dalla zona malattia, con funzione di eventi che affondano, essendo la vita continuata, nel “pozzo” interiore come in quello visibile e toccabile. Regredisci cioè, secondo il bisogno del dolore gridante e non placato, autonomo in sé, fino alla lacerazione della nascita. Ti rivivi.
Rianimi anche gli oggetti, perché? Per lavorare, ansimando poeticamente, a una sorta di unificazione: te stessa, l’altro, la cosa. E l’altro, il soggetto umano, venendo a fondersi nel contatto con te, si ammorbidisce. Ora è creatura, sia bambino, adulto o vecchio. E i dialoghi riescono, assurdamente e creativamente, ad emergere da un contenitore molle e afono, fatto di “acqua e sangue”.
Acqua e acque che sono o divengono mare e preparano il tuo rivolgerti e volgerti a Cristo, con segni di infinita, abbandonata fiducia. Poi verso la fine ti occupi di case. Rifugi piantati nella terra e occupanti l’aria. Offri il silenzio e lo attraversi sviluppando il senso del viaggio. Ti soffermi anche a sfiorare l’opera d’arte. Ma non l’opera o l’autore vengono esaltati, bensì i vissuti, i tratti più percepibili e le esperienze umane che si indovinano.
Dicevo che ho letto. Certamente secondo me stessa. E quando vedo e sento rafforzarsi, prima dell’ultima pagina, l’amore come amore e la conseguente drammaticità, io penso: in questo libro Alma muove dal corpo umano. Testimoniando di una continua partenza. Forse l’arrivo non è necessario, oppure è implicito rispetto alla forza della partecipazione.
Firenze, dicembre 2005
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LETTURE DI LILIANA UGOLINI
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Enzo Minarelli – “ Polipoesia mon amour” edizioni Campanotto
Salta subito agli occhi “ L’oggetto-libro” che l’Editore Campanotto ha curato in modo particolare per il materiale adoprato ( un corposo tipo di carta), un significativo rosso in copertina e bellissime foto e stampe distribuite con maestria lungo la lettura intervallando il tempo del romanzo/vita. L’invito poi alla performance del “ taglio-pagina” è tutto un programma d’iniziazione. Soffermarsi sulle foto, sulla poesia visiva ( su un’altra storia in immagini) dà la misura della universale importanza del messaggio. Il lavoro di ricerca che è stato fatto conduce ad un quotidiano orizzontale che si fonde con la verticalità del sublime. Lavorando su un piano di ricerca così vasto ( poesia sonora, visiva, poesia in azione, contaminazioni, scrittura, grafica ecc. ecc.) Enzo Minarelli è riuscito a formare un bagaglio di esperienze che lo indicano come uno dei più interessanti artisti del momento con una vitalità interpretativa davvero invidiabile. Il romanzo/diario sprizza verità e niente è celato della esuberante personalità etica dell’autore. La forza della scrittura è, in questo caso, creazione di vita e le immagini che anche in essa scorrono, ritraggono l’essenza dei personaggi, scolpiti a spatola nei colori della parola e vivacizzati dall’odore delle descrizioni. L’autore crea come in un film d’arte ( trovo il romanzo adatto a questa trasposizione) un vissuto forte d’emozioni e traslato nella corporeità d’un opera che ha nella descrizione filmica, la sua fisicità. Il percorso dentro le esperienze arricchisce il lettore catapultandolo in luoghi che sembrano anche da lui stesso vissuti. Questa maestrìa, stoffa del romanzo, dà ricchezza ai sentimenti che fanno di Enzo Minarelli uno scrittore a tutti gli effetti mentre la storia narrata in doppio si snoda nel tragico. Intenso il percorso narrato, intensa l’intenzione realizzata. Il libro si avvale di un C.D. di sperimentazioni di poesia sonora che completano un opera di “ scrittura totale”.
ALFONSO LENTINI - Un bellunese di Patagonia, Stampa Alternativa
La scena iniziale (una delle scene di un non ancora film che pur a questo il testo sembrerebbe essere destinato) è la maldestra uccisione del maiale e tutto quel sangue e quella vita che se ne va urlante dà la misura della bastardaggine umana, simbolo caotico d’un male senza fine né scopo dove il nonsenso sta nel fato della ripetizione.
Filtrata la scena dall’occhio di un bambino, entriamo nella scrittura, in quel compito che essa assume della metafora per dire il non detto e l’oltre dal dire e da lì osserviamo la storia.
Entriamo così in questo romanzo-racconto di Alfonso Lentini liberamente tratto dalla vita vissuta di Sergio Dal Farra dove il testimone è descritto dall’autore in un doppio reinterpretato. E doppio è anche il luogo ricostruito in una capovolta “Belluno – San Carlos De Bariloche”, come a specchiare una imprendibile verità. Lo stacco del tempo (20 anni) fa da vivaio per uno spartiacque, una strada che porta alla realizzazione d’un desiderio ma resta come un fermo/immagine dove si perde la cognizione del veramente vissuto pur nel vivo del narrato e dei documenti.
Dal luogo-copia ecco che, per una non casuale serie di avvenimenti, si arriva al luogo d’origine e qui è denso nella scrittura dell’autore il fermento di quegli anni in Argentina raccolti dal “testimone” in un documento che qui si fa evento di fatti accaduti dando spessore di cronaca giornalistica al racconto. Interessante il modo di procedere nella scrittura di Lentini che riporta fedelmente in corsivo il parlato del protagonista lasciando intatta la freschezza della narrazione, alternandolo a descrizioni di paesaggi e avvenimenti di alto valore letterario e a situazioni di fondamento storico, dando all’insieme una leggerezza (la famosa e difficile leggerezza della scrittura) che sta anche per armonia affinché il testo sia letto con tensione e piacere.
Tra le note d’un tango, una scena di sensualità e bellezza per un “enamoramiento desbordante” ferma ancora il tempo che ruzzolerà poi, frangendosi, di nuovo nel simbolo della carne arrostita. La violenza vince, purtroppo sulla voce che la bocca del fuoco parla una lingua di secoli e forse nasce proprio dalla frase del bambino “Ho chiesto a mia mamma perché lù el podea aver el trenino e mi no”, con quella consapevolezza dei diritti che utopicamente dovrebbero trovare accoglienza. La realtà è ben più tristemente concreta con la sparizione di 30.000 persone…E, qui, il ritorno nella memoria dell’urlo del maiale sgozzato è ancor più agghiacciante per i significati evidenti… Il testo procede per ritorni, per riprese, in una variante continua che si allarga ad una visione poetica e universale della storia in un affresco vitale e convincente.
Da sempre la scrittura di Lentini mi affascina per il filo gotico che sa trarre con realismo dalla narrazione del quotidiano e che sta nell’intelligente intuizione dell’ombra che forgia l’enigma del vivere a cui Alfonso Lentini da sempre dà valore letterario e non solo.
Il personaggio Dal Farra, reale nelle descrizioni, assume nella maturazione di una coscienza politica la figura dell’eroe che osserva l’incomprensibile col distacco dell’ ospite del globo assurdo pur considerando l’urgenza del suo apporto alla causa della ragione perché, nell’imponderabilità, sta anche la forza del possibile.
Attraverso l’avventura d’una vita Lentini ha costruito, nell’universalità della scrittura, la misura del divario fra intelligenza etica e la balordaggine ottusa dando loro il ruolo del doppio o dell’opposto bifronte in un libro che lascia traccia di trasalimento per dire qualcosa che, forse, ancora non avevamo compreso così, come quando visto e sentite dentro le immagini e le parole d’un film le emozioni, si resta in silenzio, sulla sedia, fermi a ripensare, al messaggio.GIUSEPPINA LUONGO BARTOLINI - ALBUM - BOOK EDIOTRE
Questa poesia dal verso netto, triangolare, tagliato, porta in sé, caricandosene, il peso del vivere e nel contempo la leggerezza degli spazi dove i sentimenti insistono, vitali e presenti, nel raggiungimento d’una mancanza. La memoria d’istanti, di colori e di presenze si fa scrittura articolata in luci di dolore e d’amore che schiudono l’oltre d’un richiamo ed è la voce cosmica d’una domanda ripetuta che cerca il compagno intatto nella figura impalpabile “ e il mondo stesso avrebbe potuto/abbandonarmi ma non tu che m’eri/vicino destinato in eterno per un/misterioso progetto programmato/ all’interno di un vicolo cieco/in una luce d’acquario/”. I flashes si caricano dell’elettricità d’un vissuto di cui non trovano più la forma se non nella nostalgia “ e grezzo il sole rimane/incendio incenerito nel corto circuito/d’un passaggio voltaico inavvertito/”. In un susseguirsi di accadimenti, il testo fa un percorso sospeso (pur in ancoraggi coerenti) e rarefa la parola “ in una visione incorporata oltre ogni materia”. Nella lettura è tanta la sofferenza sublimata che il verso trasmette, che penetriamo con l’autrice il nucleo d’un centro che, da qui, diviene universale nell’incognita delle mancate risposte “ e bruciano le punte estreme/le frecce del germoglio/nell’oscura dimensione del vuoto”. Ci troviamo anche noi all’improvviso sulla pagina “ mi aggiro in un fondaco straniero/ dove non sei mai stato/ ti cerco nell’apprensione degli edifici/” a percepire con l’autrice la situazione che dimezza il sé (che l’altro ha portato via) rendendo profondo lo scavo della parola che assurge ancora a messaggio allargato. “ Quale la barca la nera vela e il/ nocchiero nel traghetto improvviso/e le sponde amare dell’ attracco/ quale l’indefinita solitudine e il nome nell’onda disincarnata e il/ fardello della memoria e il/multicolore ricordo che sul/ pontile si streccia disciolto si disfa/ e lo trattiene nel vago della nebbia/ che sale dall’ acque l’ansa del porto/ terrestre privato della sponda del/ ritorno deposito dell’incalcolabile/ vissuto e del terribile oblìo/”. Canto, modulazione di suoni, contenuto di voci nella ripetizione a cappella d’un dolore LINO ANGIULI - CARTOLINE DALL’ALDIQUA VENTOTTO PAESIE - EDIZIONI QUORUM ITALIA Ho ripreso il testo di Lino Angiuli accompagnato dalle foto di Angelo Saponara ( già a suo tempo mi ero soffermata sul libro tanto da scrivere un commento all’autore) e, nel rileggere la considerazione che Lino Angiuli stesso pone all’inizio del libro ( così sincera e toccante) per la “ resistenza culturale” che il progetto esplicita, mi sono tornate in mente le parole di una “ poetessa” che aveva assistito alla competente storia e lettura del vernacolo fiorentino da parte di Alessandro Bencistà, cultore e ricercatore della parlata popolare toscana dal volgare di Dante ai giorni nostri. La “ poetessa” con aria di sufficienza ha detto: siamo in Europa ormai, è assurdo parlare ancora di queste cose! (?)… Non sto a dilungarmi sulla mia risposta e, ora, come un viatico, mi rituffo in questo importante libro di Lino Angiuli e Angelo Saponara per coglierne tutta la bellezza e il grande valore etico. Nell’ incipit la libera citazione da Leone Tolstoi “ Non puoi parlare del mondo se non parli del tuo villaggio” completa l’intento. “ Le cartoline dall’aldiquà” sono pregne di visioni, suoni, arie, ambienti, staticità, emozioni, memorie che il Sud ha in sé e che mantiene nei luoghi appartati e per questo ancora genuini e ritrovati. La densità delle descrizioni che si fa valore di ricerca, si riflette nelle immagini evocate mai banali e ricche delle atmosfere ri-suscitate dalla scrittura e, questa, intensa ed essenziale è attuale e antica, pregna delle immagini di rituali, di credenze, di caratteri e odora letteralmente di pane nelle filastrocche e di mare, di dolci, di terra e di olivo. Spuntano i colori dalle pagine scritte, vibranti nei toni musicali o oscuri nelle storie di vascelli. “ Non ce lo dimentichiamo/ il ricordo è un fiore superstite/Particolarmente attuale il testo in due lingue ( italiano/francese) e in tre personaggi: Poesie della donna bianca - Poesie del maschio nero - Poesie della moglie africana. Attraverso il rapporto d’amore affiorano difficoltà di mondi diversi e di diversi e contrastanti interessi e i sentimenti fanno affiorare disagi, violenze, sensi di colpa, sofferenze. “Peccato che il mondo non cambi da sé” fa dire l’autrice alla donna bianca e ancora “L’utero altro dove mi sfoglio senza il mio fiore”, resa cosciente che… “le anarchie del vivente lo sono di più” perché… incredula vedo gli occidentali esporre il coraggio dei propri deliri e ancora …lo stato d’umani non basta, questo è scontato. Nella poesia del maschio nero troviamo versi come i poemi delle sirene non mi hanno arrestato…la vita è rodere un osso senza midollo, ognuno per sé…L’Africa mangia davvero come caverna o come proscenio. Versi forti che potevano essere resi solo riportandoli fedelmente. E per la moglie africana voglio citare questi : “Beata colei che risparmia mollica, ai trivi futuri le servirà…Padre almeno due volte/ hai fabbricato anche lei, non solo il mio conco./ A lungo abbiam riposato ed ora il risveglio/ è pieno di cose viventi che pressano, parlano/ a cenni. Ed appartengono a noi.” Tutto il testo è percorso dalla premonizione d’un futuro che incombe nelle “Caverne” del suo titolo ( riferimento a Platone ). La percezione del grande senso di colpa dell’occidente presagisce il cambiamento attraverso una presa di coscienza dell’insostenibile attualità che, dal triangolo dei rapporti, si allarga poi ad una vasta riflessione. Un libro d’amore dove l’oscuro Eros e Thanatos ritorna in un contesto non solo personale. Un libro vero, maturo che nello stile ben delineato afferma il suo spessore cresciuto a tempo perso/sulle nostre logge così povere di pioggia/accanto al coccio del basilico eterno/ basta uno sputo e due fotografie/nell’ora del favonio chiacchierone/” Un libro dove la scrittura si fa specchio delle foto narranti, divenendo lei stessa l’immagine dell’anima del Sud. Un libro d’arte, una plaquette preziosa dove a morale del lavoro traspare vasta in un bisogno genuino di autenticità.
SERENA STEFANI – CAVERNE/CAVERNES- EDIZIONI GAZEBO Particolarmente attuale il testo in due lingue ( italiano/francese) e in tre personaggi: Poesie della donna bianca - Poesie del maschio nero - Poesie della moglie africana. Attraverso il rapporto d’amore affiorano difficoltà di mondi diversi e di diversi e contrastanti interessi e i sentimenti fanno affiorare disagi, violenze, sensi di colpa, sofferenze. “Peccato che il mondo non cambi da sé” fa dire l’autrice alla donna bianca e ancora “L’utero altro dove mi sfoglio senza il mio fiore”, resa cosciente che… “le anarchie del vivente lo sono di più” perché… incredula vedo gli occidentali esporre il coraggio dei propri deliri e ancora …lo stato d’umani non basta, questo è scontato. Nella poesia del maschio nero troviamo versi come i poemi delle sirene non mi hanno arrestato…la vita è rodere un osso senza midollo, ognuno per sé…L’Africa mangia davvero come caverna o come proscenio. Versi forti che potevano essere resi solo riportandoli fedelmente. E per la moglie africana voglio citare questi : “Beata colei che risparmia mollica, ai trivi futuri le servirà…Padre almeno due volte/ hai fabbricato anche lei, non solo il mio conco./ A lungo abbiam riposato ed ora il risveglio/ è pieno di cose viventi che pressano, parlano/ a cenni. Ed appartengono a noi.” Tutto il testo è percorso dalla premonizione d’un futuro che incombe nelle “Caverne” del suo titolo ( riferimento a Platone ). La percezione del grande senso di colpa dell’occidente presagisce il cambiamento attraverso una presa di coscienza dell’insostenibile attualità che, dal triangolo dei rapporti, si allarga poi ad una vasta riflessione. Un libro d’amore dove l’oscuro Eros e Thanatos ritorna in un contesto non solo personale. Un libro vero, maturo che nello stile ben delineato afferma il suo spessore
el divario fra intelligenza etica e la balordaggine ottusa dando loro il ruolo del doppio o dell’opposto bifronte in un libro che lascia traccia di trasalimento per dire qualcosa che, forse, ancora non avevamo compreso così, come quando visto e sentite dentro le immagini e le parole d’un film le emozioni, si resta in silenzio, sulla sedia, fermi a ripensare, al messaggio.
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VOCI DAL PIANETA POESIA di ANNA MARIA GUIDI
ALBERTA BIGAGLI - DALLA TERRA MUOVO - EDIZIONI B
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LA FORZA DI VIVERE ASCOLTANDO NELLA CONGETTURA POETICA DI ALBERTA BIGAGLI.
Questo libro di Alberta Bigagli é una gradita non-sorpresa ed atteso ritorno del suo consueto,originale’poetico piglio’,sempre in appassionato equilibrio fra l’incanto e la testimonianza del’fare’,non del rappresentare. Aspettavamo quindi al varco,come un altro regalo prezioso del suo sensibile riflettere, questo suo rinnovato,candidamente acceso,matericamente pacato e non placato colloquiare in poesia con la intrinseca poesia delle cose:un dialogo schietto, bonario,affettivo oltre l’affettuoso,a volte frizzante come vino novello,sostenuto da quella ‘saggezza’ che Erasmo si sarebbe affrettato in proposito a convertire in ‘opportuna’ perché nel bosco della vita trova sempre nuove occasioni per bruciare come fiamma,vigile e all’erta anche sotto la cenere.E’ opulenta di concreta,rara, genuina ‘semplice semplicità’ questa silloge di Alberta Bigagli.Mette in relazione (e d’accordo) il vivere che (finalmente) con—vive e con—divide l’esistere,un esistere ove ogni cosa é centro e periferia di sé medesima nella misura del proprio limite, consonanza realizzata nell’ascolto di ogni alterità: lucido,disincantato incanto che conosce e sperimenta,appunto,la ‘saggezza opportuna’ di fermarsi ad ascoltare per sentire,a guardare per vedere,ad osservare per percepire,a recepire per accettare e accogliere.L’autrice riconferma in questa sua ultima opera il valore etico della solidarietà della parola, medium indispensabile per partecipar(ci) il suo complesso, complice,ironico,poetico impegno ad ascoltare il mondo:idealità creativa nutrita e svezzata da una e in una dimensione formativa in cui il procedere del sentire collabora con il cercare, capire,riordìnare,ove "ognuno regge dalla sua parte il filo della vita”.
E’ in questa collocazione responsoriale che la parola di Alberta Bigagli si fa metafora,epifonema,paradosso,poesia:poesia che mai declama,dialoga,progetta (non rappresenta), recepisce accogliendo tutto ciò che si offre alla sua saggezza opportuna di sensibilità, quella che sgombra dell’ ‘io’ e del ‘mio’ ,si limita ad esser(ci) per essere.Cito in proposito,da ‘Piccola folla’ e ‘Lo stimolo’:
“Io nella grotta sòno stata spinta a porre semi/e ho bisogno di moto di luce di stimolazioni.””Quest’uomo crocifisso é un me per dire noi". Nel rifiuto del ghetto rassicurante e consolatorio della sublimazione estetica la poesia di Alberta Bigagli é solidale,armonica congettura della transeunte ,modulata,plurirmodale condizione dell’umanità e di tutti i suoi dìntorni. La ferma,ìncisiva pienezza del suo dire emana guizzi di solarità, é pacificata architettura e congettura sempre intrisa, cosparsa di gioia. Anche se a volte,forse spesso,poche sono le occasioni di sorriso, quel sorriso é nascosto,ma sempre pronto dentro le retrovie delle cose: e bisogna coglierlo al volo nel loro naturale andirivieni.
Alberta Bigagli é donna di robusta fede nell’uomo fatto per la terra ben più che per il cielo, che dalla terra—appunto—muove,ed alla terra ritorna attraverso quello stesso moto. Già dal titolo la silloge non lascia scampo a sdilinquiti sentimentalismi, un titolo che nella sua statuaria quietudine solida,maternale,evoca e rievoca assolute memorie di silenzio: il silenzio dei campi pronti ad accogliere il lavoro della semina. Se volessi,com’é costume degli ‘addetti ai Iavori’ ,dotare di coronate ascendenze il poetico ascolto di Alberta Bigagli,richìamerei il postulato spinoziano del ‘non piangere,non adirarsi,intanto capire’:comunione di anima e pensiero materialisticamente strutturatì e interconnessi al sentire del corpo nel superamento d’ogni cartesiana discriminazione e ‘autoritarismo da ideologia’. Nel valore fattuale é la testimonianza delle cose.Come ebbe a dire Leonardo da Vinci:’Molte sono più antiche le cose che le lettere.A noi basta la testimonianza delle cose nell' alitare di questa macchina terrestre’.
Se la biologia é l’inconscio della storia,Alberta Bigagli ne ricompone l’artefatta scissura con il mondo organizzato della mente alla fiamma viva e vivace della sua testimoniale forza poetica.Cito qui da ‘Internamenti’ e ‘L’elogia della vecchiaia’:
“Già devo abbandonare invenzioni e filosofia./Entrare nel ricordo ch’é rimasto nel plasma.”;”Ha questo d’importante l’ingrandirsi dell’anima:in una piccola persona come io sono. Ha un tempo il sangue per l’esplorazione.. .Ha un tempo il viso per i contatti sorridenti... Resta lo spazio e nello spazio oggetti micro—macro/e i vegetali e i compagni animali veri primi.
Allora basterà “Tornare nei luoghi mutati/appena appena con presenza d’ombra” e un grano di(indispensabile) “eroica follia”,”racimolando dal passato schegge con bagliori di fuoco”,nell’ossimoro d’una materna virilità,per dare senso alla “voglia di guardare i visi/di gustare i rapporti e provocare/voglia di avere con finta innocenza”,per "vivere fuori da sé certo e saperlo”, “andando e seminando”, ognuno e tutti insieme il nostro appezzamento di vita.La terra é lì a braccia aperte e ci sprona al riscatto del nostro ineluttabile retaggio di polvere richiamandolo alla generosa,gioiosa,fertile fermezza che dal suo grembo muove ogni vita alla convivenza con tutto l’esistere: quia terra est et in terra reverterit. Per omnia saecula saeculorum. E senza amen.
LA POETICA CHIARITÀ DEL PENSIERO DI MARIA RITA BOZZETTI FRA IL CANTO DELL’ETERNO PRESENTE E L’ORAZIONE NELL’ORTO DELLE COSE.
Nella fortunata, corresponsiva occasione di lettura dell’ultima opera idi poesia di Maria Rita Bozzetti, “Nell’ozio delle erbacce”,edita per i tipi di Ibiskos nel 2004 con prefazione di Aldo Forbice, con piacevole stupore mi sono man mano accorta che naturalmente avvertivo lo sbocciare dei versi in trasparente intimità con la tesa,costante emozione del pensiero: pensiero che la Bozzetti ri-nomina “acqua rumorosa” che “frena la corsa dei sassi”, che “aggancia il giorno al sole e cammina…saziando di nulla” ( “il nulla del principio e della fine”), quel pensiero che “in ansia di Dio”, di un Dio che non parla, deve affaticarsi a cercarlo in tutte le cose pensate durante tutta una “vita senza comete”. E per trovare quel Dio silente,ma non assente, al pensiero non resta che allearsi al “tormento delle parole”, “sciacquio di parole”, “parole come dadi in sinfonia di giocatore”, “corpo di parole” , materia che dunque si ferisce di errori in “una vita che s’è stancata di morire” a forza di correre contro la mutevole,frammentaria,delusiva,incoerente realtà fenomenica, “groviglio di gemiti nell’oscurità della gola”.
Tutto proteso dunque alle ragioni del sentire per rendere l’edenico senso e segno perduto a quel “groviglio” nello “smemorato cartone della vita” (qui marcato dalle stigmate poetico-esistenziali dell’Autrice,ma in extenso di ogni ex-sistere,cioè venire a mantenersi di-venendo e pro-venendo), quello stesso “groviglio” esplode nelle trepidanti,palpitanti,incalzanti cascate di versi che ordinano la loro caotica portata nella epigrammatica grazia della silloge. Nel lampeggiante bagliore della coscienza che teme, ma resta avvinta ad ascoltare e contemplare il silenzio come assoluta,ri-solutiva anticipazione che scioglie il nodo oscuro delle parole, la silloge è il lirico, analogico, metaforico canzoniere che annota con sequenziale puntualità quotidiana la partita doppia del sentire dell’Autrice, testualmente scandito e datato in giorno,mese ed anno nella registrazione della sua dicotomica erlebnis,divisa fra timore/rifiuto e tentazione/distensione nel nido ammaliante e totalizzante di quel silenzio medesimo. Imprescindibilmente legato ,allegato ed impastato con l’ingrediente della solitudine, amara farina da cui lievita il “pane che esaurisce chiacchiere”, è il silenzio che concede infatti all’ex-sistere la libertà di percepire e accogliere l’eluso,ma onnipresente ed onnipotente richiamo della voce di Dio: voce che saziando la fame di essere, finalmente “dismette il tempo”, aprendo quelle porte ove entrata e uscita hanno uguale nome per tutti. Bruciando così le distanze insieme ai nomi la vita può allora farsi aurea,panica (ma,attenzione, mai sensuale né sensitiva) sensibile adesione al “Battesimo della Natura in un Credo nuovo”, melodica congettura che apre gli anelli del tempo e ri-trova la chiave della partitura per continuare la sua musica nel ‘da-venire’ che è l’ulteriore possibilità di vita donata alla vita stessa dalla e nella scommessa della poesia.
Dio, Tempo e Cose, ri-nominate dunque nel tempo del pensare poetico, sottrazione al “tempo delle ore”, “morti che vivono di cose”, ri-compongono così nella salvifica a-vocazione della poesia quella che la Bozzetti chiama “la condanna alla pelle”, riscattando nell’avventura dell’anima il suo effimero destino di polvere. Il pendolo della umana, donchisciottesca coazione domanda-risposta-senza risposte al perché di un senso al tempo del pensare, nel pensiero affannato in cerca di “un’ora che fermi”, risolvendo, l’enigma, nella poesia della Bozzetti si ferma puntualmente , come quel suo annotato rosario nell’Orto degli Olivi quotidiano, scandito nel palpito dell’intuizione, che lo risolve nella sublime sintesi del sogno. Da questo sublime approdo senza rive, la poetessa continua costantemente ad immergersi nell’intimità del suo percorso per arrivare a scandagliare i fondali dell’anima, con la fiaccola della fede sempre sottesa ed alimentata dalla nutriente insidia del dubbio, suo amoroso complice e custode. Ecco, a me pare che proprio questa sia la chiave ,per così dire, ‘giusta’ per entrare, senza sciuparle, dentro le pagine fresche, lavate, pulite, purificate, dell’intima risonanza della Bozzetti, quando dalla intensa, sincera adesione ed esplorazione del suo Io, senza compiacimenti nè cedimenti né indulgenze, ella perviene alla trasparenza del Tu, già in attesa.
Nasce da questa nuova dimensione mistica, quasi eckartiana, “Nell’ozio delle erbacce”, poetica meditazione e ri-meditazione, mai rivisitazione, dei Vangeli, dove ‘l’alterità’ dell’esistere,nel suo rapporto con la ‘ipseità’, non è mai causa di dolore e alienazione nel conflitto,ma liberazione e con-versione della dannosa pretesa di egotistica onnipotenza, in forza di aderire senza contrapposizione.
A conferma del mio dire cito testualmente questi versi, tratti dalla prima poesia della silloge: “Dimenticare ogni progetto e raccogliere la quotidiana argilla del sì per costruire stanze d’anima”. Ormai lontane dalle epigrammatiche stigmate emotive delle altre opere, in particolare la precedente, le “stanze “ della Bozzetti sono qui spaziose, ariose, lineari , limpidamente dilatate di respiro e davvero attraversate dalla voce di quell’Iddio che finalmente ha parlato in questa agostiniana poesia: la poesia di un’anima che ,cercando e ri-cercando la ‘verità dell’amore’, non si è accontentata di sognarlo idealizzato (“amare un sogno non è vivere l’amore”) ma ha incontrato e ri-conosciuto ‘l’Amore della Verità’ nella parola del Cristo. Parola che suggerisce,non impone, adegua, non si adegua, rivela, non rappresenta, parola consustanziale alle cose, a tutte quelle umane cose che credono di essere e sono soltanto in suo nome , essa non indulge né annulla, compie e salva e finalmente appaga perché, semplicemente, E’.
Mi fermo qui. Altre parole sarebbero davvero “sciacquio di parole”, rumore senza suono. Lascio di buon grado questa pagina accomiatandomi dal grafico sciamare di ulteriori commenti che non aggiungerebbero nulla alla intelligenza della emozione e commozione poetica della Bozzetti, avvinta alle sue ‘parole d’anima’ che, concedendosi in liquida bellezza, sciolgono i nodi in cui troppo spesso esse sono artefatte e involute prigioniere.
ANACASTA - un’idea d’amore - di SENZIO MAZZA, prefazione di F.Manescalchi,
Edizioni edifir, Firenze, 2006, euro 7,00.
Avevo già incontrato Senzio Mazza nella sensuale, lavica ‘sicilianitudine’ delle sue appassionate e passionali “Rosse stagioni”, saligne di maieutico sudore e d’intelletto, appena l’anno scorso, in occasione della presentazione dell’omonima raccolta poetica alla Libreria Martelli, qui in Firenze. Lo ritrovo ora, ri-conoscendolo nel già “ragazzo dissennato/dell’ultimo banco/che scarabocchia fogli” nato ai piedi dell’Etna (in quel di Linguaglossa) che, “guitto sprovveduto”dedito con la mente dell’anima ad un’ intensa attività letteraria, costantemente fecondata dall’ intima consanguineità con la poesia, rinnova in questo poemetto, già annunciata nella trasparenza del titolo “Anacasta - un’idea d’amore”, la ‘tempra tesa’ di un intenso erotico percorso, sofferto, de-terso e de-teso nella sublime ricongiunzione con l’intatta idealità dell’origine “racchiusa/nella fortezza dei sogni”, “vegliata da desideri/disincarnati”, “tutt’uno d’aurora/e d’alba/che ripropone eternamente/il giorno” ”fuori/da tutti i perché”. Reduce Ulisse alla deriva di vagheggiati, carezzati, infuocati pellegrinaggi/miraggi di accarnati amori, Senzio progressivamente qui si cangia in viandante deluso di “sagge incertezze”, approdato senza “lasciapassari per facili incantamenti” di consolazione, ad un desolato, sconfinato, ottuso smarrimento, nella solitaria, buia deprivazione di quegli aizzati, attizzati, implacati amori: “eco di ripetute illusioni” devastate nell’attesa/pretesa di ancorarne l’ insufficiente, traballante, devastante carnalità in “festanti primavere”, presto declinate, avvizzite ed esaurite in ritualità martoriata, stremata ed estenuata nei pietrificati confini di una temporalità ormai senza più miti, che “avanza su spenti prosceni”, recitando “per deserte platee”, “soggetti scontati/senza colonne sonore”.
Ed è quell’ardente, fremente, ammaliante offertorio di mendaci delizie che Senzio attraversa, allargando le braccia come un airone “illuso di stare nello stormo” ed abbeverandosi nei torbidi ruscelli dei suoi incalzanti, deliranti e vacillanti paradisi, presto prosciugati nella verifica della loro fondante vuotezza: quei paradisi che Senzio non si stanca di viaggiare per ricercarne “la verità che rimane” oltre le pulsanti, guizzanti meteore della “effimera eternità” infranta nel sacello della diruta giovinezza, e per abrogare la certezza dell’oltraggio di tanta dolente, veemente e devastante assenza coltrando, dissodando, decantando e trasfondendo “senza pudore” l’oltraggio di quella certezza “nei misteri della parola”: sinfonica, sintonica signorìa, in cui la “efferata eternità” carnale -gregaria esasperata e svaporata nella corsa immane (ma non inane) di tutti i suoi pietrificati giacigli- si ricongiunge alla sua perfetta, ideale natura d’amore che insiste e persiste, impalpabile come l’aria, ad insinuarsi in ogni dove per rimarginare, maturare e rigerminare, raccolto e accolto negli eleusini misteri del verbo, il sogno del senso della vita, che della vita è la segreta, insondabile essenza, pacata, placata e jalina di fossile purezza. Quell’aria, già acciaiata di in-consistente trascorrenza dentro le “rosse stagioni”, è qui in “Anacasta” ancora più affinata e raffinata, detersa e detesa per governare, reggere, svolgere e soccorrere tutta la iemale, “insana mestizia dei versi”, alati, ascesi e convertiti in purissima “quintessenza d’amore”, dove ogni precario possesso carnale seduce, abbrutisce e smarrisce, ma fluisce per confluire nell’aereo, intangibile ed intatto possesso della sua utopica, metafisica, platonica idealità, estatica ed estetica nel misterioso, armonioso incanto della poesia; questa poesia di Senzio, assorta, “lenta aurora” risorta ed assurta all’immanenza di “un’alba anteriore sempre nuova” per accendere, incolume dentro la pelle lacerata e oltraggiata, il suo costante “osanna d’amore” all’amore. E Senzio quell’Amore non lo racconta, ma canta, nutricato dalle spente ceneri di tutti i suoi accarnati fuochi, plasmati nella creta dell’eternità, “variante armonia” che scompone e ricompone la “favola senza destinazione” della prosperità sgualcita di ogni umano amore nella sublimante coalescenza della sua platonica Idea; originaria, magistrale e maiuscola Anacasta non solo etimologicamente significante, ma sempre, oltre e sopra il panta rei, che intradice e traghetta incolumi e sinonime le parole della sua segreta, invisibile, inossidabile verità, seminate, coltivate e raccolte nell’accoglienza del verbo poetico: questo verbo, che ho avuto il piacere di ascoltare e contemplare, senzientemente, ineludibilmente, ariosamente incolume a fermare, con il pacato soffio della sua inesorabile, aurorale veemenza, i corsi e ricorsi dell’agguato del nulla, in cui -“spento/l’allegro zampillo”- “l’assenza di vivere/con finti apparati d’eterno” gode e grida, delirando e svampando impressa, sconnessa ed oppressa di glacida agonia nell’impeciato, desolato avvento della sua stremata, “putrida risacca”.
COME UNA MONODIA di Giancarlo Bianchi, Edifir Ed.Firenze, 2006, euro 7,00 – prefazione di C.Mezzasalma, antologia della critica di F.Manescalchi.
Come una monodica melodia dalla naturale, nostalgica grazia di una desueta, insidiata e ripudiata semplicità, libera prigioniera nella vibrante ebbrezza che dimora nell’amore palpitando e traboccando dal cosmico respiro del creato, canta e incanta defluendo “distante da ogni rumore” l’alchemico nettare versato e con-versato in questo trasparente, fervente abbandono in poesia -ed alla poesia- di Giancarlo Bianchi: abbandono scaturito, dettato e consacrato dalla purezza di una tracimante desistenza da ogni ostinato ed ostativo, intellettualistico impegno dove la liquida bellezza dell’esistere, immersa e assunta nella cristallina coppa delle parole, attraendo ci trascina, avvolgendo ci coinvolge e luminando ci illumina di quell’”immenso chiarore/sigillo d’eternità”, prèsago preludio “insondabile senza nome né forma” che “senza tregua” informa e trasforma tutte le cose conformandole alla “levigata forma/giovane attesa” di un “nuovo mattino/simile a un fiore/pronto a sbocciare” la totalità diversa delle cose nella pacificata convergenza con le “cose certe”. “Fenomeno di grazia”, questa poesia del Bianchi, poesia di uno “spirito libero/mentre i mercanti del tempio/lucrano indulgenze”, ha l’ordinato stupore di un’antica innocenza, infiammata dalla nostalgia degli edenici, dionisiaci Giardini di Delizie: “magica dimensione”di un’ “occasione unica” , travasata in versi accesi dall’inestinguibile fiamma dell’amore che dice sì alla vita, versi che profumano della buona, sorgiva fragranza dei sensi pronti, sgombri della mente, che scivolano abbracciati all’infanzia dell’”anima nuda” (tanto, tutto “il resto non serve”), parlando con lo straordinario, vero “assurdo linguaggio dei bimbi”, nella ancora intatta sua interconnessione con la kerigmatica sostanza di quel che Lévinas chiama il Sapere Assoluto. In-sapiente, in-definita ed in-definitiva, senziente essenza, essa dispone, con-pone e mantiene fluido e dinamico il da-venire del nostro piccolo, ferito e feroce mondo nell’in-divenire dell’universo, come sua parte reciprocamente, francescanamente, ri-creativamente partecipe, profusa e inclusa nel cantico creaturale di quella primigenia, celestiale essenza che non ha bisogno di indagare e soffrire per conoscere perché -appunto- SA: essente, infinita, adamantina perfezione diversamente distesa e detesa in ogni “specchio d’acqua lustrale” dove soffia la festa dei colori dell’ininterrotto mantra in cui il tempo è tempio di preghiera nell’ascolto, in metamorfica, mistica simbiosi di monodica armonia ruscellante d’energia nella perenne primavera ”di “un solo destino” d’”oro, fuoco, luce”.
In questa incarnata “percezione del candore abbagliante” e chiaroveggente della divina musicalità trasmigrante e risonante nella consolazione della bellezza seminata nella “sovrana verità” nutricata e replicata, immanente e replicante nelle “piccole cose” insieme alla “grandi” intessute e accordate senza limiti dall’affascinante, germinante freschezza/ricchezza dell’amore, il frasario poetico del Bianchi accoglie ed offre un suasivo, persuasivo e sostantivo, arcaico ed arcano nitore sostanziato di palpitante, edificante, laetificante liricità che, senza reti, né acrobazie sperimentali di astuzie verbali, parte e parla dell’anima all’anima, con-vergendo con le carnali parole del suo intimo, purissimo, incontaminato regno. In un mondo sempre più dis-fatto dall’homo oeconomicus, adversus, infestus et inimicus, dall’aggressiva, potente prepotenza dell’ingegno asservito all’impegno della sopraffazione che grida e impone perché non vuole né sa più fermarsi ad ascoltare il salvifico stupore del silenzio in cui canta l’offertorio dell’ unica, univoca, sacrale naturalità di quella che Bruno chiamò ’infinito universo et mondi’, Bianchi ci propone l’ iniziatico messaggio della sua poesia, affidandola al dono di un ‘parlare parlato’ con la disinvolta fecondità d’una consistente leggerezza, quietamente sonora e arditamente silente nel frusciante con-senziente con-fluire di un cosmo/tempio dove il tempo, assolto dalla umana ragione protesa alla contesa di tutte le sue pretese, contendenti ragioni, nella ri-circolante circolarità aperta dal Tao (flessuoso mentore dalla icona in copertina) è platonica, sconfinata, incantata, monodica melodia che canta la mobile immagine di una sola, edenica e identica, consustanziale e confluente eternità.
Firenze, ottobre 2006
LA POLVERE DEI CALZARI di Giuseppina Luongo Bartolini, prefazione di G. Barberi Squarotti, Campanotto Editore, Udine, 2005 – € 15,00
Rime di pietra suntuosamente forgiata e intrecciata, attraversata e scolpita, levigata e scavata, diluviante e dilavata, defraudata e appassita, scoscesa e trasfigurata nell’incessante, incandescente lavorìo delle orme “transitanti l’oscuro” della vita (impresso e disperso nella vanificante deflagrazione del “nulla”, sollevato dalla polvere dei suoi stessi calzari), queste ultime ellittiche, magmatiche, alchemiche rime di Giuseppina Luongo Bartolini “prendono il largo pescatrici di frodo” dentro l’”inquieto oscuro/moto fluido della materia informe” “in campo e gogna di riviere combattute”, per considerare, cioè contemplare, desiderati e contemperati nel “cheto”ascolto del cuore -braccati come “dagli uccelli la semina”, e “trascinati/nel circondario dei riti della morte/e i cicli arcuati delle germinazioni”- sempre occulti “l’invito e la promessa” di fingersi “in rinascenza chiamati” dall’”innominato assente”, sciogliendo “i laccioli” di quei calzari “ per correre infine ad aprire “le falde del mantello in accoglienza d’amore” nel “verde in consumabile” dell’”estrema con colore sinfonia”. Nel cesellato, martellato, bulinico ‘affondo’ di questi versi insinuanti ed intriganti di serrata, spasmodica sublimità, l’amore é dunque il “cavaliere del bosco fatato nell’ombra” e l’“impervio maestro d’arte e di rima” che scherma con “lo sguardo del fulgore” la sacrale tragedia della commedia, tutta e solo umana, ri-percorsa e ri-condotta nei suoi “binari inconsueti”dalle parole della poesia (parole “spie percorse dalla luce/in proiezione di rapidi passaggi”) allegoricamente, metaforicamente, emblematicamente dicenti nella fossile grazia di una de-sacrata de-nunciazione, per dire, senza tradire, la “muta divinità dell’origine”. Fra sorveglianze e comparazioni, memorazioni ed esumazioni, corrispondenze ed apparizioni, consumazioni e trasformazioni –“trame di minutaglie” nel carnale ossario della condominiale“casa dell’esistenza”- la Luongo Bartolini ci attrae, introduce e conduce, iniziandoci con “l’armatura prudente” della sua trobadorica poesia (“durlindana brigliadoro che scalpita” fra “il tempo delle passioni” “lampeggianti nel fumo delle nuvole” fra i “falchi della notte”) alla comune danza imbiancata a calce viva nelle malebolge in cui cedono e cadono “tutte le povere cose” sospese e spese in ogni singola cantica vitale, irreparabilmente in discesa verso “l’architettura del fondale”, “oltre la foce del nascere e il porto/del morire, là nel “dove che sempre destituisce”, per restituire ogni legame e ogni pretesa protesa a permanere, nella convergente dissolvenza che omnia et omnes discarna, assolve e risolve in un “firmamento di lucerne palpitanti”.
Affilata, dissanguata, dissacrata, questa tesa e “tersa meraviglia” d’una vita “minima di corpo”, che sfronda “le tese corde del/disinganno” spasmodicamente raccolta intorno al “puntuale ritorno della/promessa mantenuta e la temuta partenza”, si raccoglie e rapprende tutta nell’esortante eco della sua “conquista estrema e delirio” di uno strenuo pellegrinaggio di parole come arduo, stremato “stendardo/ di un canto frantumato” che rende l’orrore del “senza inizio e senza fine” –destituito dalle consolatorie certezze d’ogni chiesa- alla feroce, in-sostenibile “ipotesi del nulla”: ultimo ripiego d’illeggibile accoglienza alla flottante isola del mondo smagato e disincagliato, ed estrema ‘ratio in fide’ nella liberazione dal “duro spessore” in cui ogni ‘sé’ nasce, cresce, vive per svanire insieme alla ferina menzogna della “favola/ bella” che illude e delude ogni aspirazione e volontà di possedere, a partire dall’impraticabile possesso di quel sé medesimo (“volo blindato di ali recise”). Discomparso dunque il materico“gioco di vertebre e sangue” nell’in-organicità di confusi elementi, sconfinanti nel “momento /eternità” - “punto sconosciuto” ove “il respiro si richiude nel petto/fuori dalla burrasca”, da cui sono banditi“pensieri ed argomenti”- la Luongo Bartolini scioglie dall’artata “montatura del viaggio o cammino” “la rotta disgregata” di quel gioco deragliato e pietrificato sul “binario sorvolato” costantemente “a fronte della notte”, fermandosi per raccogliere e riproporre la polvere dei suoi consunti calzari “nell’ampolla del cuore”, misura e idolo “di correnti e di tempeste” scatenate, con-tenute e con-poste con le “lettere ignote” del “planetario illeggibile mistero” lucrezianamente specchiato nelle impronte della natura, che sottrae all’”orrido delirio/del progresso “il fiume l’albero l’erba e il transito del sole e le stelle mansuete”: insomma, tutta la ordinata globalità di un remoto mondo /tempio, di-verso e opposto all’anfanante sussultare dell’ attuale tempo/scempio, divaricato e prevaricato, spianato, sfagliato, violentato, scippato, accecato e convogliato nel caotico “orrore ingolato” nella ungulata, mercantile e mercificante globalizzazione; un mondo arcanamente edenico nella nostalgia dell’”asilo perduto” di un “eterno ieri” lontanante di pinete e campi, con “i piccoli animali buoni amici” -dai passeri alle “bisce procellose”- nella frescura di erbosi declivi fruscianti nelle ricordanze di vaghe, adolescenti sere crocchianti ancora “nei gusci vuoti delle noci noccioli di ciliegie disseccati”; un mondo annudato e mondato come “un’arpa priva di corde rifilate”, appoggiata “sulle ginocchia di un bambino” per suonare “l’estroverso ritmo” dei suoi colori di “gualcita pergamena” segnata, tesa, fatta e disfatta sempre -come la tela di Penelope- dalla emarginata materia dei sogni, a custodire “un filo di/ luce intatta e chiara per l’ultimo giro di boa” perseverando in quell’”inestricabile nodo di corsia” che coniuga e libera “il quando e il dove” dell’hic et nunc di ogni attimo nell’intarsio /aggancio del kerigmatico mistero/destino, “nodo per nodo” interconnesso al battito lento, obliquo di ogni vita. Sublime vita/vela piegata, e piagata, dalla devianza delle sue “stesse/ manovre in previsione dell’incrocio/agognato”, ma ondivago nell’altalena delle maree, e sfuggente più in là, sempre più in là, in quell’oltre-non-luogo che destituisce, discarna e discioglie la delusiva, “temeraria dottrina” tutta umana, geneticamente coatta a navigare -ma non ad orientare, comandare e reggere- la traversata dell’imperfondibile e insondabile oceano dell’esistere, esplosivamente imploso nella prevaricante divaricazione dell’attualità quotidiana, espatriata anche dal residuo “fingimento vitale” nel proditorio ‘calar del sole’ su ogni ‘sabato del villaggio’: tradito, conformato e spento, quel ‘sabato’ e quel ‘villaggio’, nel “carnaio squartato dalle bombe” ove “marcisce/l’uovo e la radice e la foglia e disfa/il fiore aurorale il disegno dei petali”. In tanto ammutolito martirio anche la pietà delle parole, mutilata, sembra allora aver fatto il suo tempo; per questo –wittgensteinianamente- alla sostantiva verticalità della “polvere dei calzari” di Luongo Bartolini non si addice il peraltro inevitabile orpello/fardello della c.d.critica aggettivazione: essa con-verge verso “l’ultima delle domande, quella che chiede/e che scompare” rovesciando nel risucchio del “casellario onnivoro del globo” “il turbinio” delle possibili risposte, impossibili, ma con-possibili sempre nell’”assolo” dell’amore che si volge indietro nella “luce/trasversale degli anni”per riprenderci e sostentarci nel “protrarre nella/ stretta del braccio la vicinanza carnale”mentre andiamo “senza ritorno” verso “il dove” “e l’infinito quando dell’altrove” che quell’Amore E’.
Fu detto: ‘quia pulvis es et in polvere reverteris’: Ebbene, in questa opera di poietica poesia di-armata, dis-ancorata, trasparente e transeunte, traumatica e ‘taumaticamente’ de-marginata di vorace, delibata vuotezza, che “rimonta il luogo della notte/al traino adunco del buio” scavando e segnando, attorcendo e svolgendo, scuotendo e scandendo, la Luongo Bartolini ‘ri-con-verte’ a quel ‘niente pieno di senso’ del “senso in assoluto oltre” il “martellante ritmo del dolore nel cedimento dell’amore/nella faglia intagliata del pianeta”, accompagnandone l’accarnata materia attraverso i gironi inteschiati dalla feroce orfanezza dell’”irrecuperabile sogno” edenico smarrito, fino alla frenetica, guerriera, implacata sua dissoluzione nella qoéletica fumea sollevata dalla fuggitiva impronta dei suoi stessi tragici –non magici- calzari: “sconsacrati vanificati spenti” gusci d’ombra in bilico sull’”orlo della voragine oscura”, che scorcia infine “il colpo/ micidiale che atterra e sconfina” in-definitivamente.
Eppure, un aggettivo, uno solo vorrei invocare, un aggettivo allegoricamente mondato d’ogni effigiata vestigia di maiuscole e di punteggiatura dall’afono soffiare del vento, in corsa come questi calzari/versi, un aggettivo “oltre” le “ferraglie lucenti” di ogni commento/consenso più o meno critico per questo testimoniato e testimoniale “lascito di via” di Luongo Bartolini, consustanziale al suo disperato, disperante rastremar d’anima; un aggettivo/sostantivo al di là del più del più (quel Più’ ormai raro da invenire fra i poetici scaffali, obesi dal ‘di più del meno’ nutricato dalle schiere degli iperemotivi seguaci della consolatoria scintilla dell’attimo, che irrompe e s’affioca subito, affogando nel parto distocico dei c.d. versi), un sostantivo/aggettivo tutt’uno, questo: ‘senziente offertorio’, essenziale, raro dono di grazia ossimorica in sintetica opulenza che, senza mai abbreviare, magistralmente esalta e verticalmente esala per attraversare, raccogliere, testimoniare, contemplare e con-serbare tramando l’ordito della carne in “parola d’oltranza” cosmicamente fraterna, in cui “un/ solo uomo è l’uguale/scenografia del mondo in ogni/attore o foglia o granello di/sabbia”. Grande poesia, solennemente emblematica e tragicamente allegorica ed allusiva, matematicamente sinfonica, epicamente sintonica e polverosamente rupestre nella gremita fissità del perdurante supplizio della sua suspicione; suspicione che contendendo al “nero della lavagna” esistenziale ogni suo notturno giorno, dantescamente si illumina “fuori campo” nell’apparizione del cielo stellato dall’amore, che “mette radici e frondeggia” là dove il cuore è “libero recinto” della “vita come felicità mondo come giardino”, albicando nell’azzurro degli occhi di chi -molto amato- resiste a vivere di e per quell’amore, posato, sposato, riposato su quell’iniziatico simbolo stretto all’anulare, ed aperto sul collo nella “catenina col Cristo crocifisso”. Ecco allora che il leopardiano “addio del dono” della speranza, in cui, avaro, “stacca la spina il futuro” amaro di domande, si volge al “perché” di quell’azzurro invito a guardare proprio là, alla sinistra del costato, là dove continua a battere quella speranza/promessa di fede, impietosamente abbrunata ed angosciosamente assediata dalla folta siepe della sublime solitudine leopardiana: solitudine ‘che ‘l guardo esclude’, ma concede “l’agguato del cuore”, là dove “il dubbio dell’esserci stati una volta - voraginante nel ‘per sempre mai più’- può risorgere nel ‘di più’ della promessa, sospesa ‘da sempre’ nell’indulgente e veggente indugiare dell’amore, a diradare gli scheletriti nodi della siepe indietreggiando verso un muto e mutuo “altrove”, in cui quel ‘guardo’ è infine accolto senza dolore nella luce del sacrale mistero che scioglie “il vano errare” /errore/orrore umano d’ogni vita, disgregato nell’effusiva luce d’infiniti deserti compatti di stelle. Serenante e germinante plana allora sulla spaurita congrega umana, la poietica sublimità di questo sidereus nuncius della Luongo Bartolini, per placare e riscattare col “liquido unguento” della sua maiuscola poesia il viscerale disincanto del “non identificabile ingranaggio mirabile e destino” del mondo, “vortice d’alternanza fittizia” capace di fronteggiare, e saccheggiando annullare, l’inane sperdimento di tanta immane, acuminata vuotezza con la solida solidarietà delle mani intrecciate, per ricostituire e riscattare l’ “identità bipartita”, scissa, sperduta nel violento travaglio delle innumeri tempeste d’ogni navigazione vitale, nella “prospettiva del molo”: là dove l’interdetta, “segreta/ ricchezza dell’esistenza giurata fino all’estremo casello”, con-fluisce nella “tersa meraviglia/svaporata” in cui vorticando soffia la polvere dei calzari d’ogni frenetico, caotico, coatto passaggio su questa “terra di passo”, ri-compensato nell’ “ordine/della quadratura del cerchio nell’inizio nel fine” senza fine.
Firenze, novembre 2006
GIUSEPPPINA BARTOLINI LUOGO ALLE GIUBBE ROSSE con “La polvere dei calzari” e “Terra di passo”
Pubblico sintonicamente adeguato e preziosamente alleato alla maiuscola Poesia della beneventana Giuseppina Luongo Bartolini, ospite nel pomeriggio del 30 novembre 2006 al Caffè Storico-Letterario “Le Giubbe Rosse” nell’ambito delle iniziative culturali del Comune di Firenze (promosse da F.Manescalchi per Pianeta Poesia) con le sue recenti opere poetiche “La polvere dei calzari” e “Terra di passo”, rispettivamente affidate alla presentazione critica di Anna Maria Guidi e Giuseppe Panella. Verticale e vertiginoso il curriculum della lunga, tenace militanza e intraprendenza multiculturale della Luongo Bartolini -nel 1983 Premio per la Cultura del Consiglio dei Ministri- ma le cui eccezionali doti di poeta/persona/donna promotrice e testimone di praticati valori morali e civili, sono state prestigiosamente riconosciute a livello internazionale.Nel suo rigoroso, generoso, costante fervore creativo la Luongo Bartolini ha infatti sempre saputo e voluto realizzare per condividere, fin dai lontani esordi negli anni ’70, molteplici progetti sempre reciprocamente interattivi per diffondere la pluralità delle conoscenze, dall’ambito letterario (sua l’ideazione e la cura della manifestazione “Beneventopoesia”) a quello scolastico (per la diffusione della poesia fra la popolazione studentesca), giornalistico (fondatrice e collaboratrice di molte testate letterarie) e politico (3 legislature al Comune di Benevento), sempre affiancato da una ’consanguinea’, intensissima produzione di poesia, narrativa, saggistica, prosa e teatro: intensissimo curriculum che Anna Maria Guidi, per i consueti limiti temporali, ha ‘dovuto’compendiare in un breve sunto, prima della lettura di alcuni testi tratti da “La polvere dei calzari”, di cui subito dopo ha svolto un’adeguata presentazione critica. Al termine, Giuseppe Panella ha introdotto, con altre letture di poesie contenute in “Terra di passo”, la sua raffinata esegesi della silloge.
Attraverso le loro esposizioni, mirate ad individuare ciascuna i salienti ‘distinguo’ delle due opere, i due relatori ne hanno però sostanzialmente evidenziato la univoca, lirica,trasfigurata, trasfigurante sublimità: sublimità più martellante, insinuante ed intrigante nella ‘polvere dei calzari’, più discorsiva, diffusiva, protesa, nella ‘terra di passo’, ambedue altissima espressione –come ha detto Panella- di una poesia ‘lingua franca dell’umanità’, che si lascia attraversare e levigare nella armoniosa misura dei metri classici, evitandone però la cantabilità nella sapiente antimelodia di blocchi espressivi incisi e incisivi, scolpiti e scavati nella levigata pietra del ricordo/asilo/sogno esiliato nel mercificato, “ingolato orrore” quotidiano, che nell’ammutolito martirio del “carnaio squartato dalle bombe” conferma e conforma al lutto il ‘sabato del villagio’ del mondo, che nella poietica poesia della Lungo Bartolini attraversa –come ha detto Guidi- i danteschi, inteschiati gironi del suo onnivoro casellario per rovesciarne la feroce, orfana vuotezza, iniziaticamente risalita, ri-con-vertita e ri-solta nel ritorno all’in-definitivo Dove e Quando, trascorrente nella sua ri-conosciuta, fossile sostanza d’Amore, da cui sono banditi “pensieri ed argomenti”.
Testimonianze di commosso consenso sono state intensamente espresse alla poetessa da Mariella Bettarini, Liliana Ugolini, Maria Pia Moschini , nell’ amicalità di un lungo, fattivo e interagito sodalizio culturale, cui hanno fatto seguito gli interventi di vivissimo apprezzamento di Innocenza Scerrotta Samà, Maria Teresa De Chiara Simoncini, Simonetta Lazzerini Di Florio, nella animata condivisione di tutti i presenti. La serata si è chiusa in un clima di festante compartecipazione, compostamente informale, con il saluto della Luongo Bartolini che si è rivolta al pubblico con poche, verticali parole, vibranti di felice, emozionata gratitudine.
IVO MORINI– Il monte della quercia dolce – presentazione di Franco Manescalchi
Pacini ed., Pisa, 2006, € 8,00
Ricercandosi negli affioramenti del tempo perduto, in una lettera all’amica Mary Nordlinger, Proust scriveva: ‘mia cara, non riesco a tradurre me stesso’. Ecco, afferrandosi alla sciamanica veggenza dei veementi sensi della mente, Morini si traduce intra-dicendo-si nel con-vivere more uxorio insieme all’intangibile, inarrestabile immanenza dell’energia che pre-potente precorre, trascorre,concorre e con-fonde la con colore diversità di omnia mundi. Con ostinato, pre-scientifico rigore egli fiduciosamente si abbandona alla fluida, insistente resistenza di un’intima escavazione per arrivare a stanare nei fossili, negletti recessi del sentire, “la scandalosa/nudità dell’Io”, scovato, e ri-conosciuto nella sensitiva coalescenza del contatto con l’alitante e fremente, notturna e rovente, rupestre e silvestre, irsuta e stregata, radicata e braccata, animale e sensuale, orfica reità esplorata fra le “vette irraggiungibili” e gli “sterminati abissi”dell’inesplicabile museo/regno della natura, dove “silenzio e solitudine/ferri da calza tessono/la tela del tempo” in una cosmica tela di Penelope incendiata, temprata, accolta, contemplata e placata nella praeter-determinata, infinitamente in-definitiva casa della vita: vita da invocare, da proteggere, da salvare e da liberare “dalle nubi che oscurano il cuore/dalla nebbia che appanna la mente” , e di cui suggere il polline goccia a goccia come farfalle curiose /golose fiorite “in canestri di bacche vermiglie/more di rovo/fragole di bosco”, intrattenendone il “senso dei sensi” con la carne della mente che si fa terra, acqua, cielo, stendendo “tovaglie di lini/su prati fioriti” “prima che bruci l’estate/ed il fiume sia scarso”.
E c’è davvero un sentore panicamente arcaico, arcanamente mistico, religiosamente epico, impudicamente casto nella effusa, effusiva e pervasiva naturalità anarchicamente insinuante e impaziente, martellante e scrosciante, al dis-frenato galoppo nella pura e dura energia con la quale “il fuoco guizza nel sangue” alimentando il vento che scorre defluendo con i gorghi del fiume, in dis-corrente concordia di boschivi mattini di sole: costante trascorrenza nella mutua mutevolezza della fuggitiva astanza in cui il poeta si individua, attuandosi nel sapore/sapere dell’immedi(t)ato contatto con l’eternità/verità dell’istante, sempre attualizzato dai sensi allertati ed allenati nella (bergsoniana) consapevole percezione dell’intuizione, fuori da ogni intellettualistica trincea, in cui “l’istinto di fuga ha la meglio” sull’ “irsuto destino di morte”. “Ciò che fugge dura”, scrive Morini, vola lontano verso “le fonti dell’oblio” per bruciare e disperdere “con la pietà del fuoco/e la magia del vento” le pene e “le voglie/dell’anima e del corpo” gonfio di fatica e di desiderio nell’attrarre “dal fango del mondo” la provvisoria, illusoria, materica verità di quell’attimo, con-formata, con-fermata, con-fusa, con-serbata nell’abbagliante nido del sogno: sogno sempre “senza fine, senza dove”, e dunque “ormai irraggiungibile” per sempre.
“Albero/secolare rugoso”, che affonda le sue prensili radici fra le rocce lanciando i suoi rami verso il cielo, all’orgonica energia del tempo di quelle rocce, di quelle radici, di quelle rughe, il poeta si afferra e affida con fiduciosa carne complice dello spirito, obbedendo al destino di “scalare il monte/guadare il fiume/essere uccello e volare”, corrispondendo con i falchi e i solchi, il cardo e il vento, le nubi e le rupi, i cinghiali e i quercioli, i grilli e le valli, le api e le foglie, i serpenti e i torrenti, i caprioli e gli aironi, le spighe e la luna, la neve e la donna, “il pesce il pube la mela”, per rincorrere la morte infrascandosi e consumandosi “all’aspetto nel capanno” della vita, all’unisono preda e cacciatore che lascia “impronte sull’erba”, come una congiunzione di amanti che “hanno mescolato sospiri” sul letto “chiaro/del fiume” che scende alla foce di “questa valle d’inferno”: valle/vita vissuta “nella sera che lenta scolora”, depistata “verso prati mondi da spari”, per goderne in ruvida dolcezza di morsi, senza rimorsi e senza divieti, la golosa sensualità dei frutti offerti da un albero edenico non più proibito, convertendo “senz’accorgersene” l’abitudine dell’attitudine alla solitudine nella scoperta dell’antropologica/apotropaica naturalità in cui l’identità coscienziale (la causalità interiore di Epitteto) incontra, riconosce e si ricongiunge dis-locandosi in quel ‘noi’ attualmente da Sen definito ‘monologa pluralità’ del mondo. Ed è quella ‘monologa pluralità’ordita nell’alchemico continuum della monodiana necessità del caso, che nella poesia di Ivo trascorre composita di polifonica, polimorfica, consustanziale sintonia, nel divenire obbediente agli ordinati disegni del destino, in cui topos e logos convergono e conversano nell’ “insonne linguaggio dei sensi”: carne dei pensieri che “sguazza nei sogni”, in cui “tabù/matrimonio e morale sono sconosciuti/la psicanalisi non vi ha cittadinanza”, e perciò tutto “prepara miracoli” nella disponibilità a commutarsi in simultanea (rel)azione amnioticamente misterica di vette e rocce, orme e ghiaccio, sciami e sponde, ossa e sassi, zanne e nebbie, lupi e stormi, ombre e raggi, colori e fiori, criniere e zoccoli, castagni e silenzi, “gambe nude” e “ciottoli di fiume” .
In questa pre-potente con-presenza di “energia in atto” che “prolifica stelle” “sull’orlo della sera”, dove “tutto è vissuto nulla vietato”, Morini ingordamente accoglie “sciabolate di sole” e “illusioni di cielo” nella coppa di “avide mani su liberi corpi”, castamente nudi come quelli delle bagnanti nel Veccione, il fiume che scorre sul fondo della Val d’Inferno in quel di Moscheta, “il monte della quercia dolce”, speculare movente di quest’ultimo libro di Morini, nicchia ecologica ancora indenne dallo scempio dell’asfalto, dove “l’albero la terra”, fra “sciabolate di sole e di pioggia e illusioni di cielo” che “prolifica stelle”, con-vivono con-fluendo “sull’orlo della sera” “in una cosa sola” con l’intrigante inquietudine esistenziale dell’autore, senza alcun riserbo né riserva, questa fremente, crepitante, circolante ‘paesìa’, fastosamente satura di torrido miracolo, dove la poesia è profetica, ‘naturalis magìa’ come l’antica arte della scienza medica , che cura e sazia con le sue umbratili, selvatiche, sciamaniche pozioni. E allora la poesia davvero va, vive, con-vive, aspira e inspira, “creatura di alito e creta in campi stregati” , miete “raggi di luna/e spighe di sole”, diventa “donna di tendini e carne/calda di vene”, “tessuta di nodi d’amore” che, fra il glacido “letto di sogni” di lastre boschive, “di forti colori dipinge” -e protegge- “la pagina bianca del tempo”, colta in flagrante nel fragrante, impudico, panico offertorio dell’innocente sensitività delle sue sensuali delizie, immedesimate nel disinibito corpo a corpo con “l’estasi del ritmo “ che danza rinnovando l’accordo del primigenio, percettivo contatto/con-senso.
Perché -concludendo- non “il pesce il pube o la mela/è il sapore”, ma “nel contatto è il sapore” e l’unica verità del sapere è nel con-sentire assaporando, aderendo all’abbandono alla rotonda curva del concerto dei sensi, che striscia insinuandosi nel suo “lucente vestito” in ogni “ove e quando” per fuggire oltre la fuga dell’attimo: attimo che perdura a ripetere la sua irraggiungibile novità là dove i confini non hanno più mura né ripari, cantando incantato, impervio e rupestre di tenaci, permeabili dolcezze, incarnato nel suono di questa poesia, scoscesa di ossimorica, allegorica armonia. Abbarbicata là dove “l’erba sogna”, essa s’inerpica “oltre i castagni” fra il ronzar delle api e i precipizi, le abetaie “sporche di rame” e le biche “bionde di biade”, le “notti rosse di fuochi” e i “mattini boschivi”, nella solitudine del silenzio che riempie “la testa vuota con la piena del vento iemale”: il vento sazio e teso di quella Val d’Inferno, la valle in cui già Dino Campagna e Sibilla Aleramo, come Ivo Morini, aveva restaurato per gli amici e per la sua affollata solitudine, la casa della sua orfica poesia, petrosamente fluente e diluviante in aspre mietiture di roventi stelle dove luzianamente ‘brucia la materia del ricordo ma non il ricordo’ : quel ricordo di cui (scriveva Dino a Sibilla) ‘qualcosa resta dopotutto, come quel laghetto laggiù che, nella sua trasparenza , nulla riesce ad affuscare’.
Dicembre 2006
CONTRAPPUNTO
di Mariagrazia Carraroli e Patrizia Fanelli, Florence Art. Ed., 2006
prefazione di A.Serrao, postfazione di F.Manescalchi, immagini di L.Ricci
Nativa con-sonanza di due ‘a-solo’, dove ognuna ‘da sola’ si cerca ri-conoscendosi nella responsorialità delle singole, salienti note elettiva-mente orchestrate nella sintonica armonia d’uno stesso, con-versato florilegio, questo sororale “Contrappunto” di Mariagrazia Carraroli e Patrizia Fanelli, la cui rispettiva, esercitata, raffinata ed apprezzata sapienza poetica ri-conduce la seduttiva verticalità della parola al suo fossile ‘verbum’: simbolico zenith radiante di fascinose testimonianze, propulsivamente attente e intente a con-porre e pro-porre un doppio offertorio versale, “abitato da antiche”, comuni, spesso sofferte, stonate “presenze”, ri- accese, assaporate, intonate, raccontate e cantate insieme per dimenticare infantili inferni/inverni inflitti dal “sangue affine” di un matrigno “utero ingiusto” (Mg.C.), “cancellandone le voci” (P.F.) là dove “più lontano s’invera l’approdo” (Mg.C.) in quella condisiva “officina di parole” -“giostra di suoni e di silenzi”- (P.F.) in cui ri-partorirsi fino alla “completa guarigione” “a quattro mani” nell’”uno più uno” dell’amore che “è uguale sempre a uno”(Mg.C.). “Insperata vertigine”, vibrante, nutriente e confluente in “linfa d’ali”, essa tra-scorre “senza inciampi” (P.F.) con la persistente e trasparente, rotonda “sapienza della luna” (Mg.C.): femminile sapienza che “assicura tenuta e limita l’attrito” (P.F.), allontanando anche la lunga, pregressa ‘odissea di rancore’ d’un tempo già vicinal-mente condiviso dalle due co-autrici ognun da sé, nell’ubiquo, speculare riflesso d’una sorgiva, consonante, sorprendente reciprocità ideale/relazionale.
Ed è infatti il ‘femminile doppio’ di quella rotonda, vocata ed e-vocativa sapienziale attitudine al per-sistere, il fondante fondale d’una omologa, infantile, fiduciosa/paurosa innocenza che, causa del “disastro/disgrazia punizione”dovuto al “fatale cedimento” di quello specchio sopra il lavandino” ove -“bilico di gambe/torto collo”- inerpicarsi “nel “timore di esistere soltanto/nell’attimo riflesso speculare” (come Mariagrazia che si rifugiava, “vestito fra vestiti” dentro la “parete guardaroba”, o come Patrizia, “nei libri pareti di carta”) ”fa rotta verso l’isola dei sogni, l’isola dei dimenticati” per accorgersi di sè ed essere “da tutti ricercata”, intra-vedendo quel ‘sé’ “più su del suo naso”, dentro il “tascapane” della poesia: “dolcissima carezza del pensiero/nel più tenero verde”, ove scoprir-si ed essere scoperte, allora come ora, e dunque “come una volta per essere ancora”…”(P.F.) ri-con-ponendo l’integrità/verità dell’ essenza identitaria, “scalata”, “scissa sbriciolata” nelle schegge acuminate di quell’emblematico specchio esploso, maieutica-mente attirandole dalla rovinosa “calata nell’abisso” verso l’affondo/approdo del mutamento di tutti quei frammenti sparpagliati -“fantasmi/appesi ad una gruccia della mente”, “sabbia che scivola/via dalle mani”- nella “cara possibilità” (P.F.) di intendersi, consapevolmente sorprendendo-si “al caldo/delle storie scambiate/con pudore”. “Trama sottile sfibrata dai venti/voce strappata anche nel nome”, detto “in un soffio” e “intero” -così come lo scrive, e ri-vendica, Mariagrazia C.- in quella ri-trovata, ri-conosciuta e ri-tramata appartenenza d’anima s’annida, e s’annuda, con- temperandosi e con-solidandosi nel conforto del mutuo confronto, la contànime volontà di andare, ascoltare, ri-ordinare, e raccontare per r-accogliere, dall’”angolo più segreto” della mente del cuore, tutta la feroce innocenza del battesimo di dolore attraversato, subìto e trascorso nella caleidoscopica sinestesia di “colori e farfalle/felci e maremoti” d’una comune infanzia ancora più matrigna perchè “lesa” da “utero ingiusto” di “sangue affine”. Nell’andirivieni dei ricordi del comune abbandono all’orfanezza più feroce, nella deprivazione della condizione filiale, quella deprivazione si mantiene sempre “a galla” per non affondare insieme all’inverno/inferno del suo greve ingombro, per sollevarsi, ri-salire, ri-sanata, e consolata “nell’eco evocata” “oltre il suo sale”(Mg.C.), nella de-tesa e de-tersa quietudine dell’anima, placata e r-accolta nel poetico “contrappunto” di queste due “libere voci di donna”. “Artiste quasi per sfida”, esse cantano insieme, ciascuna “a suo modo la vita” (P.F.) per ri- accendere “da ceste diverse/duale”, ma capace “di piantar profondo” quel “non ancora”che -liberato all’unisono nel viaggio di ritorno “che punta sicuro/verso la stella polare”- si ri-posa in “qualcosa di sognato”, ri-svelando “nel chiaro di qualcuno”, quei “luoghi smemorati” dove “il dolore rema/più lontano” ed “invera l’approdo”(Mg.C.): luoghi “mescolati ai toni dell’umore”, vagheggiati e forse mai lasciati, ancora in “lunga attesa” di quel “lunghissimo abbraccio” là dove –“mandala a quattro lati”- le strade della singola, avvelenata solitudine si sono incontrate e ri-conosciute, con-vergendo incrociate di teso e terso stupore con la voce ed “il valore del silenzio” nell’urna trasparente della poesia, custode dell’intimo “segreto/affondato lontano/dove i succhi sono profondi” (Mg.C.) , a mutare l’amaro veleno assunto nei “muri di guerra” della domestica prigionia, in fragrante farina, setacciata, lavorata e trasformata in “lievito buono” “in liberi intrecci che sanno di pane” (P.F.), ‘con-serbato’ per “l’ ultimo boccone”, “il più geloso” (Mg.C.). E’ da quel “boccone” che spunteranno infatti “germogli /liberi di vegetare” e ramificare “a quattro mani”, “stretta nella mano”la volontà di ri-partorir-si, nuotando “come una manta che percorre strade d’acqua”(P.F.), nell’immersione animica/amniotica in quel “marespecchio maremadre” che chiama e con-fonde nel con-senso la ri-composizione dell’”essenza da trovare”: la ricomposizione identitaria di quella infranta, franata, condizione femminile che,“calata nell’abisso” (Mg.C.) , ri-emerge dalle alitanti, volteggianti maree della reciproca auscultazione, nella umbratile fossilità di tutte quelle ri-nate e rimate ragioni “che non accettano modelli e/vogliono capire/e andare al fondo delle cose” per recuperar-si specchiate “nel guscio dei resti” (P.F.),allontanati ma ri-con-seguiti “senza chiedere perché”. In quel mutevole, mutuo, mistico volto della vita “i due fiumi” vitali di Mg.C. e P.F. “s’accostano di nuovo paralleli/fanno curve a dispetto, volute/di sorrisi, talvolta/scorrono” e “si nutrono di versi” in cui tutto il resto di quei poveri resti in brandelli tra-scolora, lasciando cadere “goccia a goccia il dolceamaro/succo del vivere” (P.F.) pronto a fecondare il reciproco offertorio di “germogli nuovi” (Mg.C.)preparati e riparati “remando/ verso” quel porto di pace dove infine si dice insieme ‘si alla vita’, corrispondendo anche e fino alla morte con l’ infinita apertura del suo in-definito tracciato, là dove “si sgretolano/le pareti”(P.F.) e, non più inerte e inerme prigioniera la “mano presto avrà altre dita/da stringere come da bambina/con la nuova compagna di giochi”, per seminare insieme “la voglia di fare e di filare” (Mg.C.) tracciando e rinnovando in “gesti sempre uguali” “in forma di parole” quel disegno che “non è mai com’era ieri” (Mg.C.).
In questa con-versale rapsodia orchestrata come un salmodiante “contrappunto” di vocalità/identità a confronto nella responsoriale consonanza visceralmente empatica, intellettivamente indagata e confortata e poeticamente agita e ostesa, la musicale chiave di lettura pare a me anche strumentalmente percepibile come reciprocità di congettura che con-pone la volontà di ri-partire, dopo avere propositivamente ‘apposto il punto’, per andare insieme ‘incontro’ a tutti i “contro” subiti/inflitti nell’esperimentazione relazionale della vita. Ri-tornando con la sofferta primavera d’una matura carità a quell’’a-capo’in cui il corpo a corpo d’ogni consapevole contraddizione si de-canta e con-verte nella ‘dizione dell’anima’, l’ e-vocativa vocazione idem-titaria di Mg.C. e P.F. si ri-compone riconoscendo ed a-solvendo, nel riscatto della primigenia innocenza “abitata da antiche presenze”, quel “piccolo morso d’azzurro” ri-trovato nell’ab-dizione e abdicazione poetica, cui “basta il La” “d’assaporare piano” (Mg.C.) per donare e ricevere ancora canzoni intatte di sogni “tornati dal fango/con voce che ancora s’accende” (P.F.“), accettando teneramente di essere “al riparo dal gelo/della vecchiaia e della morte” in “sussurri e giochi di mani/dolci baci infiniti che cancellano/il tempo”(P.F.) e “fino a completa guarigione” (Mg.C.)mettono radici senza tempo.
La consistente leggerezza delle sapienti, insinuanti, con-senzienti immagini di Luciano Ricci, prelude e accompagna, allude e ri-evoca testimoniando, attraverso la metaforica scansione dei multànimi modi e toni, l’armonioso spessore della dualità testuale di questo contra(p)punto, a sottendere/esaltare, per contra(p)posto accordo, le salienti di-versità della reciproca partitura esperienziale/emozionale delle autrici, con-fluenti nell’intensa intesa tematica, orchestrata dalla poesia.
KOAN
di
Ma r i o L e n a
M. Pacini Fazzi Ed., Lucca, 2007
Koan di convergenze plurali questa fluida e flessuosa, elegante e sapiente, autorevole e amichevole, etica e sintonica sinfonia poeticoscientifica di Mario Lena, de-localizzata in “trasparenze/invisibili” di cosmiche, magiche allegorie riflesse in “labirinti di specchi” -scrive Lena- inafferrabili perché “appesi in aria” “come lanterne confuse dal vento”, “in quota” insieme ad altri “specchi/privi di contorni, senza immagini” definite, ma in infinita intimità d’ armonia consenzienti a confluire per ri-conoscersi nella comune ricerca di una stessa “ragion d’essere”: mobile “movente” di quella genetica volontà di “conoscenza” per cui ‘fatti non fummo per viver come bruti’, raggiungibile solo praticando l’antica novità della “bontà”, che segue e percorre la “via Maestra” indicata dall’ “anima”.
Nel nobile tentativo di superare le limitazioni della logica e del linguaggio, fra Suzuki e Eisenberg, Lena prova ora qui (dopo un’ “Iride” di “Ipotesi” fra “Località e non località” -dico parafrasando in riprova di continuità i titoli delle sue più recenti sillogi) a di-mostrare le “arrendevoli” affinità fra la matematica musicalità della poesia e le rigorose metodiche speculative della fisica moderna, contemperandone i verticali punti di sutura nella ‘contemplattiva’ adesione alla indecifrabile dimensione del pensiero Zen, di cui i Koan palesano e svolgono -come lui scrive- la “ieri ostinata/oggi arrendevolissima” traccia.
Insegnandoci a congiungere ‘ognun da sé’ le mani rivolgendole insieme verso ‘l’alto dell’altro’, i Koan nella enigmatica specularità delle loro parabole poetiche” propongono alla “rigidità” senza rigore dei nostri babelici e famelici costumi -e scostumati consumi- occidentali la integra dedizione del “linguaggio dei sentimenti”, quello che “costruisce il coraggio che occorre” a fermarci raccogliendoci in un sensitivo cerchio di reciproche intuizioni e fattive intenzioni per confermare, “senza smettere di crederci”, l’antica novità della singola, irripetibile, esperibile, godibile espressione di quella ‘monologa umanità’ in cui ognuno spende e disperde il precario limite della propria identitaria diversità esistenziale investendola intatta nel ‘contatto di contaminazione’ con l’altrui identità: adesiva relazione, in cui ognuno si offre all’altro con la preziosa ‘differenza’ di quella sua irripetibile unicità, riconosciuta ed esaltata (non sterilmente conformata) nel vicendevole conforto del confronto, praticato con l’ardito ardore dell’ardente voluttà di ‘attingersi’ e ‘apprezzarsi’ nella vicendevole rinuncia ad ogni volontà di sopraffazione e prepotenza. E’ infatti e purtroppo lo straripante potere di quella prepotenza lo stigma del nostro sazio occidente, malato cronico di protagonismo guerrafondaio che, a far data dall’antica hybris, già denunciata da Eraclito, ha prodotto e condotto la storia del mondo in correlata e correa catena di efferati atti e fatti, tuttora in permanente corso senza pause per le ricorrenze. Insomma, la cogente trimurti genetica del ‘sapere, potere, volere’ -unitario attributo di quella genetica hybris che sparge nella ‘solitarietà di massa’ il contagioso morbo della diffidente indifferenza cresciuta in ogni egotico recinto di spine- in questa alchemica abduzione poeticoscientifica di Mario Lena spalanca gli occhi a quel trasgressivo, sensuale misticismo della mente che pensa con i sensi e con il corpo ama l’anima -come recita Ovidio citato da Lena- per confluire in “segnali di bellezza” scardinando “da uomo a uomo” ogni schema, limite e confine come proposto dal Buddismo Zen, in questo libro riproposto nella “costante scommessa/ottimistica/della vita”, esperita, accolta ed accesa in “giorni (sempre) giovani” nella fresca sorpresa rinnovata in ogni emozione e sensazione condivisa: una scommessa -come Lena testualmente scrive- “illuminata a giorno/dalle lampade/dai fuochi/dell’Onestà per l’Onestà” e dal “Dovere per il Dovere”, con “grande fatica/e gioia straordinaria” investito nell’abituale attitudine a “conoscere per comunicare /e ascoltare per conoscere”. Solo questa pratica infatti consente -come lui ancora scrive- la “misurata sapienza” di un “equilibrio instabile,/senza nostalgie distruttive,/senza malinconie decadenti”, in cui affrontare insieme -e senza arrendersi- il kerigmatico “semibuio” del bosco esistenziale ove s’annida e annuda, indeterminata e indeterministica, contraddittoria eppur univoca, l’essenziale “verità della conoscenza” affidata dal pensiero orientale Zen, appunto, alle enigmatiche parabole poetiche dei Koan.
Così, confidando nella solidale e modulare interazione fra potere, sapere e volere, Lena si rende alla inter-penetrazione del cosmico mistero dell’esistere, sintonicamente mutuato e professato nella carnale creaturalità del misticismo zen, comprovandolo nel suo speculare riscontro con quella disinibita speculazione filosofica, letteraria e scientifica che, da Einstein a Capra, da Frost a Tagore, da San Francesco a Feynman, da Russel a Gandhi, da Hawking a Leopardi, non perde tempo a fermarsi –e qui cito ancora integralmente l’A.- per “verificare/il compiersi delle cose/proposte o imposte” (ridiscutendo il “già presente,/senza pensare/alle nuove specie/alle speranze nuove/anche apparentemente impossibili”), ma cede al ‘pregevole difetto’ di concedere largo credito alla risorsa tutta e solo umana della “fantasia”, se pure -e lo sottolineo- “mai all’assurdo”. Nel transeunte ‘panta rei’ in cui tutti siamo involontariamente immessi e immersi dalla nascita al guado, ognuno di noi, consapevole, volitivo ‘sapiens sapiens’, con empirica, con-senziente razionalità, può provare a riscoprire e rianimare nel cosmico condominio dell’esistente, quegli enigmatici, ma iniziatici “segni del destino” che -scrive Lena- fra “le barriere dell’assurdo/la precarietà degli Atolli,/le lusinghe delle Metropoli”, da “Oriente a Occidente” ci ricordano il mutevole, fragile ed imprevedibile cosmico ‘insieme’ in cui imparare a gestire e “costruire ognun con l’altro” la ns. provvisoria, umana condizione “senza peso”, ma percorribile e godibile nella consapevole accettazione della sua intrinseca, sublime incompletezza reciprocamente contemperata.
Verso su verso, con la complicità del con-sensuale “metodo carezza” come con-possibile via di intima conoscenza, Lena svolge in questo suo Koan di scientifica, munifica saggezza e poetica ed etica dolcezza, il nastro di Moebius dell’eracliteo divenire dell’esistente, indefinendone ogni ‘orto concluso’ di preclusivo giudizio e pregiudizio nella detesa intensità carnale in cui la bellezza è/ha bontà “senza dimensione” e “senza confini”, riproposta come un corale “respiro” che cresce poco a poco dal “soffio inarrestabile” della vita; una vita da esperire e accudire in tutti i suoi “suoni e immagini” lasciandola accadere insieme ai nostri precari desideri: quei desideri che, nella nostra tristezza di “animali infermi”, aspettano ed aspirano all’eternità, eppur non riescono a con-vivere con amore su “questa terra grande e forte e dolce e verde” -come Lena la prefigura- dove incontrarsi ancora nel piacere e nel sogno, in equilibrio fra fantasia e speranza, che -e più spesso- anche è pazienza e sofferenza. Finché cesserà il vento -scrive Lena “sempre meno vento, sempre più piano” -scrive Lena- e “Proprio come un’amaca silenziosa nel verde”, il nostro singolo treno in corsa verso il Tutto del Niente si fermerà senza annullare altre partenze, altri rinvii ed altri ritorni, nell’immobile corsa del Tempo, là dove la valorialità etica dell’uomo s’incontra e conferma e conforta appesa, sottesa e tramandata nel segno della poesia. Alla poesia, ed al suo umile, intento e indomito, responsoriale dettato di ‘giuste’ esperienze e ‘coerenti’ testimonianze, moderate e modulate sì nella “tolleranza”, ma sempre “contro l’arroganza” e “contro la prevaricazione”, Mario Lena affida il Segno di quell’intima, rispettosa e premurosa verità che, in accordo con il principio di ‘interdipendenza’ -cardine del pensiero Zen- anima e connette l’animale uomo, nel singolo esercizio della propria autonoma responsabilità, con la ‘collettiva singolarità’ di tutti gli altri uomini e fenomeni, animali e piante, sogni e bisogni, eventi ed avventi, mistericamente aggregati e diversamente coinvolti, senza “nessun ragionevole perché” a comporre la fluttuante, senziente unicità dell’universo intero, dove e di cui siamo dinamiche “particelle” e -speriamo- “pecorelle” di “buona volontà”, senza contratti, “senza regole/e senza età” in amorevole contatto di reciproche percezioni e intuitive intenzioni ognun per l’altro.
Il sapere degli amanti
di
Giuseppe Panella
Polis Poiesis Ed., Frosinone, maggio 2005, pagg.62
Prefazione di Amedeo Di Sorabr>
Nota brevissima di Giuseppe Panellaa
C’è tutto il turgido, succulento, viscerale, intatto sapere dei sapori nella torrida, intrecciata, figurata letizia degli amanti, complice-mente intenti a mordere, giocando, la sofferenza del godere, in questo canzoniere erotico di Giuseppe Panella, elegante, antologica sequenza di atti e fatti realizzati e contemplati senza posa, nella poetica diretta di esplicite ‘spintrie’, registrate a pelle nuda in quella “scatolina fatta di niente” (o “the box of love”, come anche la chiama Panella), ovunque disponibile ad accogliere, “in voluttà di corrispondenze”, “l’aspra confluenza” dei corpi in “fuga dal mondo” nelle gloriose stanze dell’amore: un amore che, nella sua nuda maestà senza maiuscole, nella cogente consumazione della communis colpa ri-compensa e ri-scatta “l’angoscia del tempo”, connettendo “il cielo alla terra e la terra al cielo” per scontare quella colpa nell’incanto di quell’arcano, “strano e splendido movimento “ che invade e pervade i corpi degli amanti come “un’inondazione notturna e inarrestabile”; un amore che, accarnato nello spirito, senza nome e sempre nuovo di-viene per sondare “il passaggio/ dall’avere al dare,/dall’essere al potere,/dal potere al donare” nella “gioia/ piena del ricongiungimento” del pensare e sentire; un amore ‘todo modo’ correlato e correo con la materia dell’esistere, “meaning of life”, dunque, “sostanza estrema/che non ha confine/se non in se stessa” e nel dolore “di essere limite e confine” al piacere dell’altro, per afferrare e domare la oscena carcassa del tempo -in fuga insieme al senso della sua storia- e trasformarla in “trappola gioiosa”, ri-congiunta e avvinta al sogno della vita nella stessa possessiva e impositiva “dinamica delle coniugazioni” “che ci ha fatto nascere” e, ad ogni replicata congiunzione, alla vita ci avvince e ri-congiunge “in attesa che il sogno ritorni e si palesi” nel concreto senso della precaria eternità di un ‘qui ed ora,’ ri-cercato e replicato, punito e consolato ogni volta “nella stretta possente dei corpi/che si piacciono”consapevoli di non essere né i primi né gli ultimi a “rincorrersi e trovarsi, perdersi e volersi,/decidersi e mancare…” con-dividendo la singola solitudine/finitudine in quel memento ove le ragioni dei corpi sono attratte soltanto dalla “ragione/magnetica dei sensi”, sempre esclusa e preclusa alle ragioni della mente. Fra intenzioni e sensazioni, emergenze e quiescenze, tensioni e abbandoni, erranze ed eccedenze, assenze ed astanze, questa erotica, eccentrica, de-sacrata rappresentazione di Panella è ereticamente scandita, giocata e ri-consacrata da tutte le sue pervasive ed invasive, sintoniche coniugazioni ed esternazioni, sensitiva-mente innervate di assalti e soste, umori e ardori, sospiri e muscoli, carezze e delizie, sussulti e gemiti, nella feroce, implacabile tenerezza replicata e placata da ogni orgasmo. In contaminate con-celebrazioni di contanimati con-sessi, l’ardito e ardente linguaggio del fossile sentire di questa poesia lavicamente deflagra ri-sorgivo (‘malgrado la neve che cade’, altrettanto implacabile) per attraversare, avvolgere, inondare e annettere al suo germinante, travolgente, esondante allagare e defluire, i con-sensuali e sessuali piaceri/saperi degli amanti, impegnati a gustare i sapori dell’esaltante estasi dei corpi, responsorialmente adesi e coesi alle istanze dettate dalla simbiotica astanza della mente: una mente che -fatta della stessa biologica materia di quei corpi- non ha bisogno di sapere le parole per dire e per capire, ma solo di quelle per desiderare e voler fare e basta, una mente imbodied in ogni “another me”, “another you”, intangibile corpo del corpo intrecciato, invaso, penetrato, posseduto, “nudo fatto” del possente corpo a corpo poeticamente osteso nelle poematiche stanze di questo prolungato inno/atto di intensa, vibrante, nervata, avida poesia, consumato sull’altare pagano del goduto sacrificio all’unica materia dell’amore, quell’amore che qui è furia gloria, e paradosso e possesso, forza e conoscenza, rabbia e dolcezza, frenesia e amnesia, languore e distacco, violento ostaggio e docile carnefice, “pasqua di sangue” dura e aguzza come i denti d’una tigre, un amore che “dice sempre si” senza condoni né sublimazioni e indomita sconta la colpa implicita nella pretesa d’ amare, quella colpa che ‘a nullo amato amar perdona’, costringendo l’amante dominato al dovere d’infliggere la sublime punizione del piacere. E’ quel piacere che, provocato ed avocato, nel corpo a corpo di un corpo solo penetra, “esplode, zampilla e si spande”, inonda ed esonda, si stacca ed ancora si erge, “ancora ed ancora” cercando di penetrare, di sondare e deflagrare ancora nella rotonda e morbida consapevolezza del duro limite della condizione ex-sistenziale, ove “il massimo cui dobbiamo rassegnarci è esistere”, appunto, nell’incontro degli aspri, tumultuosi, sintonici accordi dell’erotica sinfonia a scendere insieme le bukowskiane “scale che portano dentro” bypassando l’angoscia definitoria di essere nella concretezza dell’esser-ci, come fàtica parte della conpresenza del tempo innestata “a 360°” nel transitare del tempo in ogni vita, immessa, congiunta, e immersa nel “pozzo segreto” di un’altra vita, per contendere alla morte il suo buio primato nella potente ambizione di accendere e incendiare in ogni carnale esperimento/linimento la perduranza della resistenza che insiste ad affidare l’a-venire della morte all’av-vento di un altro giorno.
In questa raffinata ed insaziata, estenuata e rastremata, elegantissima, dodecafonica partitura poetica, floridamente solida di materia solida(l)mente lussureggiante in mutue, effusive dedizioni di letizie e delizie, rifiorenti come un giardino coltivato dalla esperta passione del giardiniere, la carne non è reietto, peccaminoso, tormentato recinto di abiezioni e dannazioni, e neppure contrastiva, ingombrante, polisensoriale scatola che contiene e con-tende le vette all’edificata, edificante purezza dell’intangibile spirito, la carne è il “supremo sacerdote” di quel rito plurale e gioioso, transitivo e assoluto condiviso nel fare per dare e rendere per ricevere, in flagrante esercizio sul trapezio del suo desiderio: desiderio che è il naturale genitore di ogni prestazione, comunque cognitiva anche senza volontà di cognizione fatta -ed attuata- dalla stessa mutuale, mutevole, biologica sostanza di logos/sarx già paolina e giovannea, ‘pensiero di carne’ confermato poi da una lunga tra-dizione teo-filosofica, dagli esicasti a Nietzsche a T.de Chardin, (ma evito ulteriori citazioni nel seguitare le intenzioni, felicemente conseguite, dello stesso Panella che nella sua “nota brevissima” all’inizio della silloge, dichiara di volersi allontanarsi dall’etichetta di “poeta troppo astratto e cerebrale”) non dimenticando però le relative, recenti conferme neuroscientifiche del damasiano ‘I fill therefore I am’ che, in-tra-dicendo Spinoza, trasferisce ed aggiorna il descartesiano ‘cogito, ergo sum’ insieme all’altro, famoso assioma ‘il dualismo mente/corpo è morto;che sollievo!’di V.Mountcastle (1995).
Così, nei sensuali sapori dell’incarnato sapere degli amanti, agiti in coitum e contemplati post coitum da Panella, “non sono i corpi a giocarsi l’anima,/ma l’anima a sentire nostalgia dell’intreccio/inenarrabile/dei corpi” “che si piacciono”, perché “il cuore che batte è fatto di carne/e di carne è lo spirito” che tenta di varcare il limite del suo insondabile mistero: quel mistero che questa poesia, fatta “di sangue e d’amore” gioca e gusta come shakespeariano ‘nettare purissimo dell’amore, “sostanza estrema” che s-confina nel limite dell’altro, “nella gioia/ piena del ricongiungimento” in cui il sentire dei pensieri, anima di senso e senso d’anima, fra ricordi e speranze, premi e castighi, sconfitte e costrizioni, rimpianti e compimenti, assoluzioni e soluzioni, insonne fra “le forti mani della notte” come “l’amore degli amanti” non è mai stanco di bruciare e riaccendersi, connettendo e perpetuando nel facere del suo inesausto movimento, quel reciproco riscatto che sconta l’ “inutile continuità” della storia già stata, e infine può, sa e vuole -e fa- cantare il tempo, in attesa nei sensi della sua anima inclusa.
IL NASTRO DI MOEBIUS
Nando Pierluisi
Prefazione di Giuseppe Napolitano, Polistampa, Firenze, 2007, euro 10,00
Nel seguitare, in questa sua seconda opera, il lavoro della memoria svolgendone le più recondite motivazioni sul luminante nastro di quel che mi azzardo a definire un perspicace e pervicace transfert letterario, Pierluisi ci offre -e si offre- al tentativo (riuscito) di registrare e assemblare “l’altalena ossessiva, uguale, senza evoluzioni in ascese o iperboli” (come lui scrive) del frammentato, “disperato eros” delle sue giovanili esperienze emozionali, ri-composte nel “lungo, lento strazio” sinfonico e sintonico sbalzato al bulino sopra la tagliente lastra metallica d’una neutra ri-visitazione cristallizzata senza commemorazione: l’unica che può provocare al vuoto lasciato dalla dissoluzione di ogni evento quel “taglio da dei” che lo tra-passa colmandolo e attuandolo assolto dalla cronologica dimensione individuale (e individualistica) nell’avvento metastorico, universale della poesia. La valorialità di questo nastro d’”aggrovigliati sensi/di vuoti e di timori” d’un uomo che, conoscendo e soffrendo per il “bene prezioso” dell’amore, ne prende la distanza necessaria a scrutarlo nell’ossessione di sciuparlo, dipanandosi nel duplice senso di ‘indizio’ e di ‘verifica’ riscatta, traghetta ed attua dunque l’inerte e inane vuotezza di quel ‘passato’ -da cui ogni mnesico engramma trae la sussistenza- nella maieutica avventura della parola poetica: dinamica catarsi, in cui l’essere stato ‘una volta’, è restituito ‘ogni volta’ a nuova vita in divenire ‘per sempre’.
Ma immergiamoci ‘in diretta’ nelle psicoimmagini rivisitate dal Pierluisi con la fossile moviola della sua poesia. “Secondando il respiro,/ il battito del cuore”,“camminando lento”come il “nonno/piegato dalla zappa/di tutta la vita”, nel “timore/di non aver compiuto qualcosa d’importante”, riflesso nel “dolore dei figli” e delle “persone care,/sempre immolate” a quel che lui stesso definisce “egoismo cieco”, tentando di compensare l’ansia della “fuga dal delirio” crescendola nell’angosciosa fantasia d’una consolazione “nuda di sentimenti”, solo dopo avere usato “pian piano i forbicioni”, al the end del libro, Pierluisi riesce a liberarsi dall’ “incubo soffocato” della sua soffocante ossessione potandola e lentamente aspirandola come ri-fiorente “pianta di rosa” innaffiata e sorvegliata nei suoi labirintici giorni reiterati nel “bianco piatto” orizzonte d’una costante, estenuante pianura vitale deprivata di tappe e di traguardi: indifferente uniformità di un esistere svuotato d’ogni finalistica connessione causale che, nella ineluttabile caduta verso l’ epilogo “marcescente di foglie”, è salvato attraverso la tortuosa ricerca di quella notturna via d’uscita che discendendo illuminata dall’iniziatica, simbolica purezza della “luna nuova”, induce e ri-conduce al florido, impudico “candore/dei primi sentimenti/dove tutto è concesso”, effuso e confuso nell’eversiva ‘piena’ d’una straripante, totalizzante innocenza.
Nell’interrogativo in bilico fra “sogno,/aspirazione, fuga”, Pierluisi scopre dunque la possibilità d’una residuale salvezza nel ritorno al “mondo antico”, il “mondo d’ingenui conforti”, evocato e invocato come “pianeta lontano,/di un’epoca diversa” nell’animica geografia di un’affettiva, adesiva rivisitazione della campagna laziale, la ‘sua’ campagna, compagna di infantili, anelanti speranze e trepidanti timori, ‘radicata’ fra Cori e Norma: arcadica “terra promessa” dove respirare la balsamica frescura del silenzio che, nel sentire della mente del poeta, è ancora come allora “lontano da “macchine,/lampioni, moto”, fra “partite a carte/nel bar di sedie rotte” e “latrati lontani”, risparmiata dalla violenza delle storie e delle scorie accumulate nella quotidiana frenesia del “corri-corri” “tra simboli di spreco e/di lussuria”, nella carezzevole nettezza di un paesaggio che “scorre attorno”, e avvolgendo e quietando coinvolge e consola. Evocando e ravvivando la memoria pacatamente implacabile di quel “mondo/ di increspate trasparenze” iscritte da “nugoli di storni” in pentagrammi di cielo e di “terra battuta” nell’ alchemica ambrosia di “vino emunto” e profumi di cheta “luce declinata” -anche se (come Pierluisi precisa) ormai “non più capace /di sognare/ritorni in Paradiso”- solo per amore e nell’amore di quel mondo -“filo d’Arianna” ove intrecciare e stringere, confusi in un unico abbraccio, “reale e simulacro”- Pierluisi “riesce” a risuscitare e rendere “incerto/il solco del confine”, allentando i nodi angosciosi del labirintico “nastro” vitale, accolti, dipanati e svolti, assolti e risolti nella fluida trascorrenza del carnale sentire dei pensieri: unicum di mente e sensi in questa umana e poetica vicenda, soccorso d’armonia e “in armonia” converso, se pur come un “fragile virgulto” senza difese,”che soffre al sole,/che si piega al vento,/ s’inchina agli elementi” della “natura dura” di un’ oscena, marcescente, dilagante attualità che più “non trasmette colori,/non definisce forme,/ma salta dritta al cuore” per negare “l’infinito” sciacallando il “moto morente” di sè stessa nella devastante violenza di “pesci putrescenti,/di fiumi violentati,/spiagge erose”,“discariche immonde” e “orridi vuoti”.
In questa sua seconda ‘prova di poesia’, Pierluisi lumeggia e affila così con l’impietoso raziocinio d’una imperiosa memoria le tracce dis-incantate di ciò che fu già occlusa, spasmodica inquietudine di vita, sensualmente percepita e affettivamente intrattenuta e sublimata : e se la ragione, appunto, in vista della gravina dell’oblio, de-canta e di-sperde i defuocati engrammi del più amato/amaro eros dei giovanili alba pratalia, la simbiotica dimensione commotiva incisa dall’intensità emozionale sul “nastro” della memoria, ne risuscita e converte il precario destino trascrivendolo levigato sulla pietra della contemplativa rivisitazione poetica, che libera e conferma ogni transeunte contingenza vitale in postumo, postremo, valoriale simbolo di vivificante, permanente testimonianza.
Insomma, per concludere, “Il nastro di Moebius” si propone a mio avviso come il coerente risultato di un’indagine poetica spietatamente maieutica, condotta dal Pierluisi per entrare a fare conoscenza “cum cruore et sanguine” con la più intima sostanza di sé -aggrovigliata, rappresa ed occlusa nel ‘sequestro’ dell’individualistica appropriazione ricognitiva- confessandola attraversata, mondata e condivisa nella significazione perenne dell’eredità testimoniale della parola poetica. Offertorio di pungidi frammenti concavi di vita, ascoltiamo allora con il sentire della mente questa parola, scavata e rastremata di tesa e tersa pacatezza, sbocciare accudita e sussurrata nella matura sobrietà d’una accurata ricerca stilistica che esperisce ed esplora disarmando e convertendo quella colpevole, tragica ‘speranza d’indifferenza’ “che arriva quando scopri/di non avere mete” in albicanti, insinuanti “tracce di vita,/segni del risveglio”: creaturale innocenza che, lontana da ogni grido, da ogni pretesa e da ogni pretesto, con-segue e ri-emerge come dicente “ragione e “sequenza” di quell’essente seme primordiale dal quale, “compenetrando/il tutto del Creato” “fino alla più minuta/particella/della mente e del cuore”, scaturì e “germinò la terra” “catturando comete” nel suo perpetuo “esprimersi, gridare,/ espandere il suo mondo” nell’infinito e indefinito approdo su sempre “nuovi monti azzurri”.
Antonio Spagnuolo
UN SOGNO NEL BAGAGLIO
Manni Ed.,Lecce, 2006, pagg. 70,Euro 10,00
Seguitando il famoso assioma ‘tout aboutit à un livre’ d’après ce dernier livre di Antonio Spagnuolo -dall’accurata, magmatica prosa sensitivamente accudita ed affabulata in voluttà di poesia- ritengo di avere multànimi e-motivazioni per osare, parafrasando, ‘tout aboutit à un reve dans ce livre’. E’ il fluido, anarchico segno del sogno infatti che, ellitticamente trasparente nella dichiarativa allusione del titolo,”Un sogno nel bagaglio”, in-trattenuto e “maturato per lunghi ardori e frenetiche invenzioni”incide, scava e scova la materica, chiaroscurata levità/verità inclusa e occlusa come un fossile d’ambra nell’ombra dei vegetanti fondali della valigia greve della vita: e qui una vita mancata, marcata dall’attitudine a quell’anti-eroico “grande no lanciato contro l’esistente” nell’aspirazione all’eternità, una vita fragile e gelida come un prezioso gioiello, lavorata con la “meticolosa precisione” dell’orafo, senz’aggettivi e senza premure, come “uno svago raffinato”,”un gioco da rebus, o un gioco di prestigio”, immerso eppure avulso perchè “mai contaminato” dalla realtà, “in uno straordinario itinerario di trasformazioni intelligenti” sempre in itinere nella reiterata scelta di non scegliere; una vita incontaminata, di trincea senza battaglie e senza rese, sciamante nel lavico underground di ogni sua sconnessa scommessa, saccheggiata e stordita dall’invasiva efflorescenza d’una memoria incapace di modificare l’attualità del presente “ammassato” sull’inerte, intangibile “ricordo del passato”, scandito dalle ricorrenti, evasive incursioni della puntuale, meditata sublimazione di tutte le sue ardenti e insinuanti, ardite e oggettive, carnali deprivazioni, sempre vincolate “alla grazia sospesa di un componimento antico e proibito”. Di questa vita protetta, sorvegliata a vista nella sua elettiva prigionia contro le tentazioni/contraffazioni del destino, e tracimante di stazione in stazione dalla quieta malinconia del sopito calvario di lambite, blindate, frantumate stagioni -mai colte, e poi ri-fratte e sospese nelle sensualistiche epifanie della anestetica surrealtà prorompente dalla mobile fissità dei ricordi, inafferrabile come i passaggi del paesaggio dal finestrino di un treno in corsa- il protagonista è un vecchio, schivo, gentile professore “inchiodato” al rifugio del suo solito bar a seguire, scandire e interpretare la “necessità biologica” di “togliere la cuffia colorata che ricopre e camuffa il mondo della realtà sconosciuta“ per scoprirvi il desiderio/balsamo “di una buona favola che lo porti pian piano nel colore del tramonto” da “primo attore”, ancora ”protagonista e (libero) schiavo” fuori dalla coinvolgenza disperante d’un vorticante “troppo quotidiano, per recitare l’invenzione del futuro nel passato del presente con la “meraviglia straordinaria della divinazione” protesa a rincorrere “le gioie intoccabili della gioventù”: la sua lontana gioventù, una gioventù tutta raccolta, avviluppata intorno all’ombra, in veste e carne, di una bellissima, golosa ossessione femminile, sempre maliziosamente s-fuggita ai suoi trepidi, torridi, s-fuggenti ”vulnerabili gesti di smania” che, nell’ ‘aggiornamento’ della non sacra rievocazione/rappresentazione memoriale, come torturato spettro rifrangendo-si precipita nel mare/baratro aggressivo e impietoso della trascorrente attualità fattuale -in cui “soltanto il presente è tempo”- quasi a sottrarre l’anziano professore, dal “supplizio indicibile” di un ‘aggiornato’, carnale, inquietante, rovente stordimento, sempre in bilico fra “testimonianze ed oblii.
“Avaro di sorrisi” nella garbata “serenità disarmante” dello “sguardo eloquente” fra le “sopracciglia inarcate” -come dal fisiognomico ritratto d’anima scolpito da Spagnuolo, con la sua puntigliosa acribia descrittiva/introspettiva, nelle prime pagine del libro- con “la lente deformante” di meditate ‘ricordanze’ (alleate alla fastosa, visionaria inconsistenza d’una vitalistica immaginazione, obbediente al “coraggio del cuore”,egli illude l’attesa di svolgere la vita “lontano dalla morte” gabbandola nell’ “impercettibile bruciarsi delle ore”. Così, scartabellando nell’intimità dell’angolo del suo solito bar le carte non giocate dei suoi giorni, il sensibile, solitario, meticoloso professore a-voca e ri-evoca in anaforiche deflagrazioni quelle sue giovanili in-tensive pulsioni e sensazioni, nervida-mente saettanti in teorie di intenzioni soltanto intuite nella viscerale sensualità sempre deprivata della provata prova della sperimentazione. Appesa come un ex voto alle mobili sabbie del subconscio nell’in-dolente, rassicurante ‘durante perdurante’ che, per sottrazione dell’attuazione, attua la possibilità del da-venire nel ‘quid temporis’ dove “il dentro e il fuori” non “sono tra di loro in contrasto attraverso la mente”, è allora quella stessa mente, immessa e ‘imbobied’ nell’eracliteo fiume del tempo, che nell’oniroide vento/senso coscienziale evade dal “buio cargo d’amarezze” delle sue intellettuali ragioni/stagioni, concedendosi alla invasiva sorpresa della pacata tormenta della memoria: memoria che, senza stormire, defluviando e scompaginando soffia “al ritmo della cancellazione” le giovanili, enfatiche, estatiche ed estetiche speranze e passioni, pudori e ardori, dolcezze e promesse, immaginazioni ed illusioni, inesperienze e confidenze, delusioni e negazioni, in un sol nodo compromesse dalla “scoperta della carne e del sesso” in tante “tempeste morali” ed umorali, rimate nella bergsoniana addizione d’anima di un tempo abbagliato dalla sua intrinseca , inalienabile, sotterranea , consustanziale “folgorante umidità erotica”: tensivo, invasivo e propulsivo underground dove “muscoli e nervi”, nel rito della transeunte verità della carne e del sangue, continuano ad intuire e perpetuare con tutti i loro mutevoli sensi, la segreta, eterna, ”disumana visceralità” del mondo e di tutte le sue cause, caos e cose.
In questo inquietante romanzo breve d’una lunga, singolare biografia senza fatti -che ho contemplato e ‘assunto’ nella rara, euritmica, borgesiana misura del racconto- una biografia affetta dalla stessa ‘insoddisfazione tranquilla’ che, nella sofferente indifferenza per orfanezza di consolazioni, sopporta la disfatta vitale attraverso il disaccordo con sé stessa, portandola come una bandiera vittoriosa, ‘al di là di quel punto preciso di un tempo ove la storia non fosse più reale’ –come scriveva Canetti- ma avesse e fosse distensione del suo senso, per dimensione neuropsicofisiologica il protagonista mi è sembrato parente prossimo del pessoano ‘semieteronimo’ Bernardo Soares : come lui ‘randagio dell’anima’, in coerente contraddizione egli fissa e giustifica teorie pazientemente pensandole per condannarle agendo poi contro di esse, si ritaglia un cammino per non seguirlo mai, dà ad ogni emozione una personalità ed ad ogni stato d’animo un’anima senza specifico sentimento ‘al ponente di tutti i sentimenti’, in un dettato qui però lampeggiante di parole che Spagnuolo dispone e ordina non solo come sapienti tessere d’un abile mosaico di barocca saggezza speculativa, ma come corpi tattili, sirene invisibili di incorporate sensualità e poetiche energie, “spuntate da inattese risonanze, per mostrare la pelle traboccata alla frescura dell’alba”, sorpresa e sospesa in flagrante intimità fra pieghe screziate, immaginifiche dei sogni.
Concludo con un’ultima notazione sulla identificabile imprecisione storico/coromorfica di questo stra-ordinario romanzo del napoletano Antonio Spagnuolo: la solitaria avventura d’anima del primo attore, sapientemente svolta e commista all’io narrante in improvvisi squarci/quadri di non sequenziali piani sequenza luministicamente sfolgoranti d’effetti e tramature, e interagenti con il ‘vissuto’ di altri attori, mises en scène allora ed ora (i due allievi, Liliana, l’anoressica Anna, Giulietta e lo zio Fernando, maresciallo dei carabinieri, gli studenti, il parroco, imperscrutabile e servile, Mariagiulia, il giardiniere Salvatore, i figli onnipresenti di dissenziente assenza, Silvietta e Giannino…) sembra a me collocabile nella seconda metà del 900 in una eudossica città, che dell’oro appariscente, prorompente ed ammaliante di Napoli sottende e insinua i rapaci e veraci incantesimi del ventre: fossile, poroso, permeabile ventre, resistente e fragile come una pietra pomice abrasiva sul vulcano dell’ anima , levigata, sbriciolata fra le mani di chi la subisce senza agirla nella pervasiva coniugazione con quella sua viscerale, sotterranea, ossessiva ed eruttiva carnalità, che risarcisce la ferità insanabile del fuori con il dentro nella sarcitura di quel mare che accoglie ed omologa l’azzurra vertigine del cielo con gli orfici, inferi recessi d’Averno, dove gioia e lutto, presente e passato, ragioni e sensazioni, rimorsi e rimpianti, luci ed ombre hanno e sono il mobile segno del sogno, trasparente ed insostenibile, dello stesso enigma.
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PAGINE SCELTE a cura di Anna Vincitorio
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ANGELO LIPPO- Elogio dell'ebbrezza-
Collana di poesia diretta da Pippo Mannino,
Edizioni Lepisma- 2009-
La parola di Lippo si propaga e dilaga come sonori marosi sfidanti la
luce. Si, quella luce priva di filtri della terra di Puglia, aspra e
dolce, sanguigna e trascinante come una coppa di vino. Si beve con il
poeta, si immagina e si vive la vita con occhi inebriati. È come far
parte all'improvviso di un corteo bacchico: il calore avvolgente, l'odore
del mosto, i miti ricorrenti. È importante attingere per vivere: gustare
sotto le papille il nettare di vita per vivere ancora o immaginare di
farlo. Vino, compagno della solitudine, scintillante sotto il sorriso
misterico della luna. Vino nel calice del sacrificio:" Bevetene tutti,
questo è il mio sangue". Sacro e profano accostati dalla forza del verbo.
Bere per non pensare al dopo, bere per coprire le distanze, bere per
continuare a vivere senza volersi fermare. Bere e correre è vita; è voler
ancora sperare vagando nei meandri infidi dei giorni. Tutto si ravviva
nell'incendio dell'estate: rinascita e insieme ricordo tornato vita dalle
memorie dell'infanzia. Inneggiare per non perdersi. Attardarsi sulla
Isoglia per esorcizzare il vento d'autunno/declino di ogni essere umano.
Anche in solitudine è possibile annodare i ricordi in un brindisi che
non sarà avaro di gioia." Mi ricorderò a lungo di te quando mi urlavi
forte dentro come una sposa che ti sfiorai gli occhi per la prima volta."
Poemetto breve, essenziale, intenso come una pennellata che ti agita
nel profondo. Rimani stregato senza sapere da chi o da cosa; questo vino
spumeggiante che ondeggia nel calice, inebria, turba e trascina verso
sensazioni remote come la vista androgino , inquietante, mistico ed erotico a
un tempo San Giovanni di Leonardo.
Anna Vincitorio
Firenze, 5 gennaio 2010
ULTIMA ONDA ANOMALA
di Duccia Camiciotti
L'Autore Libri Firenze- Biblioteca '80-2009
Poesia corposa di denuncia. Duccia è sempre stata breccia, sempre però sospesa tra terra e cielo.
Terra, come realtà amara dove far decantare i ricordi; cielo, come aspirazione, fede, sogno biblico forte e tonante.
Non è facile trovare un filo conduttore unitario perche la poetessa, padrona del verso, utilizza la parola a tutto campo. Restiamo in una fantasmagoria di immagini irrorate di magia, quella magia che ha sempre accompagnato in simbiosi la realtà e i sogni, le fantasie di
Duccia.
La sua è stata ed è una ricerca di eterno passata attraverso l'analisi della sofferenza e dell'amore. Al lucore della neve si contrappone l'inganno e l'ansia della notte. Ricordi di viaggi sia in paesaggi fisici che dell'anima. Suoi amici, spettri che accompagnano addolciscono a volte la sua solitudine. Il tempo è inesorabile ma ha in se un forte potere la passionalità sublimata della poetessa si esprime nel canto rafforzando i ricordi e la loro mancanza. "Sgomenta e sola piango/ fra saette lancinanti che scoppiano nei borri." Tutto il suo gridare o, meglio, il sussurrare attraverso l'arte maliosa della poesia, converge nel ricordo di Claudio. Il tempo ne ha rafforzato l'immagine per noi sublimata attraverso la funebre allegria delle maschere del lontano anonimo amante.
Lontano nella memoria di chi legge ma non in quella della poetessa, anonimo perché sublimato e solo a Duccia consacrato per volere della sua stessa memoria. Evanescente come la stregata magia delle nebbie di Venezia mentre il Carnevale infuria nella sua fallace allegria che cela il tragico scrutare delle maschere.
Ma lui, loro insieme fermi, aspettando una simbolica alba che unisce il sorgere del giorno alla sorella notte, dove “ le nostre risate/ danzavano tristi nel vento/ forse presaghe dell'addio,/ t'ho visto, sul piano correvi/ fra platani scuri e malati/ correvi felice, capelli di seta/
nell'aria silente d'un tratto,/ oltre lo spazio ed il tempo/ alla mia volta ridendo./ Ma fu negato l'abbraccio." E la morte, che Duccia teme ma forse a tratti agogna, che ha privato di fisicità l'amore; annientando il corpo dell'amato ne ha reso corposo e immortale il ricordo. Non voglio giungere ad una conclusione ma solo, attraverso le inebrianti descrizioni di luoghi visitati o sognati, immaginare l' autrice che abilmente tira i fili del suo destino sospeso tra terra e il luccichio tremolante delle stelle.
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