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Menabò - aperiodico di Novecento Poesia - A cura di Franco Manescalchi

Per menabò si intende, in ambito editoriale e tipografico, un modello utilizzato per l'impaginazione di stampati di più pagine (solitamente libri o riviste), che possono contenere testo, fotografie e/o illustrazioni.

Si tratta in sostanza della stesura ultima della sequenza delle pagine che compongono una pubblicazione, che si ottiene raccogliendo e ordinando le bozze di stampa (in cui il testo sarà impaginato all'interno di una gabbia determinata in fase di composizione, secondo le misure della pagina che si vuole ottenere) e definendo la numerazione definitiva, in modo tale da rispettare il numero di sedicesimi (o di ottavi / quartini, a seconda del tipo di stampato) che si era previsto.

La compilazione del menabò è il procedimento che precede l'imposizione tipografica.





SAGGI E PANORAMI CRITICI

NOTE CRITICHE SU "POESIA DEL NOVECENTO IN TOSCANA" di FRANCO MANESCALCHI - BIBLIOTECA MARUCELLIANA - FIRENZE 2009

RECENSIONI

SANDRO GROS PIETRO - VERNICE, ANNO XV, N° 42

Siamo tutti consapevoli di avere maturato un gravoso debito di riconoscenza verso Franco Manescalchi, che ormai appare come un gigante della poesia del Novecento, attorniato dall'affetto di tanti amici, dalla riconoscenza di tanti miracolati, e dal silenzio di tutti quanti che di lui non parlano sia per l'imbarazzo che l' opus monstruosum da lui realizzato in tanti anni di appassionato lavoro del Pianeta poesia incute nel prossimo sia e specialmente per l'afona invidia che la sua intelligenza letteraria e poetica suscita in ognuno di noi. Giorno verrà in cui dovremo scendere in campo armati con Manescalchi e final- mente essere cavallereschi verso di lui. Ma questa Poesia del Novecento in Toscana deve essere subito segnalata e commentata e salutata e omaggiata per quello che è: una grande opera di intelligenza rielaborativa, ricapitolativa e repertoriale, che mette in mano agli appassionati di poesia un testo agevole, grintoso, coraggioso e documentato di quello che è stato il grande palcoscenico pubblico della bella Firenze nel Novecento nella poesia in Italia. Non si possono usare parole più illuminanti e più misurate di quelle spese da Giorgio Luti per commentare l'opera, e che vanno citate con precisione: "Questo è un testo che non ha punti di paragone (. ..1 C'è una i quantità di esperienze e di nomi straordinari: si va dai grandi della tradizione del primo cinquantennio del secolo come Luzi e Parronchi, ma soprattutto il nome di Macrì che compare fin dall'inizio del suo insegnamento del 'silenzio' [. ..] per finire ai grandi nomi dell'ultima tradizione poetica [. ..]. Il grande pregio di questo libro è quello di essere riuscito a darci, con eguale garbo e misura, che non era facile, il senso della nostra vita culturale, cittadina, dal punto di vista della poesia".
Non è un caso che il repertorio trovi collocazione editoriale nel marchio prestigioso della Biblioteca Marucelliana, vera memoria vivida e pulsante dell'intera cultura italiana, con una lettera di giustificativo editoriale scritta dalla stessa direttrice della Biblioteca, Maria Prunai Falciani, per suggellare il valore non solo archivistico dell'iniziativa, ma più di tutto di promozione culturale, di impulso al culto della poesia come forma di arte e di umanità. Infatti, al di là del fatto che il repertorio è ricchissimo di nomi, e che è fatto salvo un valore anagrafico del "chi erano" quelli della poesia toscana, il libro di Manescalchi è stato concepito non come passerella di mondanità fine a se stessa, ma come magazzino ordinato e ragionato delle proposte, degli spunti, degli argomenti, dei temi che hanno costituito e che costituiranno la ricchezza della parola poetica pronunciata in Toscana nel Novecento.
Così, non ha senso fare il gioco perverso e velenoso del "chi c'è e chi non c'è", perche Manescalchi convoca la poesia tutta intera, attraverso gli exempla delle voci chiamate alla ribalta, ma anche la voce assente è presente nel gioco delle parti svolte dalla grande festa epifanica della poesia toscana, organizzata dal suo grande maestro delle Giubbe rosse.

FRANCO MANESCALCHI: Poesia del Novecento in Toscana
(Marucelliana, Firenze, 2009).
Da Nuovo contrappunto, luglio – settembre 2010

Il nutrito repertorio di poesia ragionata in Toscana a partire dalla metà del 900, dimostra come Firenze con i poeti in essa confluiti e con le sue riviste ("Cinzia", "Quartiere", "Cà Balà",Il Pon- te", "Collettivo r", "Hellas", ecc.) sia stato il centro culturale per eccellenza nel settore delle poetiche e della poesia: "Firenze come stazione di posta, come centro nevralgico di riferimento culturale per il nord e meta di conferma per il sud", come dice l'Autore. Non per niente si segnala con i nomi di Betocchi, Parronchi, Bigongiari, Luzi, candidato per il Nobel.
Manescalchi nell'interessante e documentato volume divide i poeti in cinque generazioni, scandite per ogni decennio per aggiungerne una sesta dei poeti più recenti e quelli di fme millennio. Si tratta tori nati in Toscana, ivi rimasti o trasferitisi soprattutto a Roma per continuare la loro attività letteraria, oppure provenienti da altre regioni e stanziatisi a Firenze, come il trentino Gerola e il siciliano Zagarrio, fondatori della rivista "Quartiere".
Questi poeti delle varie generazioni sono inseriti con le loro composizioni in capitoli tematici, in cui viene strutturata l'opera, divisa in diverse sezioni:
Poeti e poetiche (pp. 33-148); La polis (pp. 149-243); Stanze e distanze (pp. 244-321); Stesure (pp. 332-371); "Giubbe Rosse" e dintorni: all'ombra delle Muse (pp. 372-441) e, infine, le Mappe da p. 450 a p. 478.
Interessanti sono gli excursus che il critico (a nella poesia classica come ad es. a proposito dell'animale, oggetto di poesia: il cane Argo di Ulisse, l'uccellino di Lesbia, cantati rispettivamente da Omero e Catullo, per venire alla Cavallina storna del Pascoli, al Bove del Carducci, alla Capra di Saba, ecc. per proporre poi le poesie su questo tema dei poeti toscani più recenti.
La stessa cosa avviene per il tema della casa o degli affetti familiari: il padre ucciso del Pascoli, il padre "dal cuore fanciullo" di Sbarbaro, per poi riportare le poesie ispirate a questo tema, ma rivolte anche alla madre, ai figli di Frattini, Scibona, Dell'Anno, Viviani.
Una poesia tematica vista e commentata attraverso i tempi, che ci dà un quadro di come la produzione poetica si sia svolta in questa regione d'Italia.
Nella dotta e articolata introduzione Manescalchi, facendo riferimento all'evoluzione della poesia, osserva: "È solo Con la terza generazione, ovvero col periodo nel quale Firenze si confermava capitale della cultura, che emergono giovani poeti di alto profilo Come Luzi, Bigongiari e Parronchi. La quarta, animata dai poeti nati tra il '20 e il '30, è rappresentata dalle voci del secondo dopoguerra (realisti e postermetici).
In Toscana si annovera un nutrito manipolo di poeti civili e religiosi che a vario modo e a vario titolo hanno interpretato il clima del secondo dopoguerra. Periodo nel quale Firenze è stata un crocevia di poeti trasferitisi a Roma e di 'immigrati' da altre regioni.
Il critico prende poi in esame le tendenze successive della poesia, da quella metafisica d'ispirazione cristiana alla poesia giocosa.
Molto vi sarebbe da dire su questo volume di oltre 450 pagine, ma lo esclude la necessaria brevità d'una semplice nota informativa.
Silvano Demarchi
ANGELO LIPPO - PUGLIA, QUOTIDIANO DEL 17 DICEMBRE 2009

LA POESIA DEL NOVECENTO IN TOSCANA: ANALISI E ANNOTAZIONI ARTISTICO-LETTERARIE IN VOLUME
Franco Manescalchi non è nuovo a fatiche come il recentissimo repertorio Poesia del Novecento in Toscana, in quanto nel suo itinerario di critico militante bisogna risalire al 1981 quando per le edizioni D'Anna, con Lucia Marcucci, pubblica gli atti del convegno Poesia in Toscana dagli anni Quaranta agli anni Sessanta; poi ne11985, con Alberto Frattini, per la Forum poeti della Toscana; ne11997, per le edizioni Polistampa, Nostos; ancora La città scritta, per i tipi Edifir (2005) e da ultimo Poesia Toscana del Novecento, firmato insieme a Gennaro Oriolo, per le edizioni d'arte della Bezuga (2007).
Con questo bagaglio d'esperienze alle spalle, questo regesto costituisce un punto fermo per una molteplicità di ragioni, fra le quali va ancora una volta riaffermata la grande capacità di Manescalchi di aver saputo filtrare con compe-tenza filologica-documentaristica, nonché semantica-linguistica tutto il magmatico materiale che negli anni si è sviluppato attorno al fare poesia nella regione. Tutto il lavoro è concentrato su alcune direttrici di metodo e di valutazione che per comodità lo stesso Manescalchi ha racchiuso in cinque punti: "poeti e poetiche"; "polis"; "stanze e distanze"; "la poesia poematica e l'ars brevis"; "all'’ombra delle Muse. voci di fine secolo".
Questo organigramma pone lo studioso in una condizione privilegiata; e favorisce l'analisi testuale, cioè accompagnando quasi mano nella mano il percorso dei singoli protagonisti. Le direzioni di marcia sono multiple, ma Manescalchi sa tenere bene la rotta, e non si limita a registrare quant'anche a indirizzare e scegliere. Ogni capitolo, poi, si arricchisce di ulteriori annotazioni e distinguo per cui nello stesso ambito, poniamo, del paragrafo "poeti e poetiche" la temperie si svolge in ambiti differenziati partendo dai "Testimoni del tempo" e passando dalle "Tendenze" e le "Corrispondenze" giungere ai "Confronti". Questo per dire che Manescalchi non si è limitato a organizzare un Novecento sui generis, ma ha puntato sull'organicità dei risultati, cioè le prove che nei decenni hanno finito per divenire.
Manescalchi ha altresì arricchito il suo compendio, offrendo di ogni autore un testo poetico, per cui il lettore può benissimo muoversi all'interno delle tante situazioni senza smarrirsi nella giungla storica della critica, anzi può ricercare da solo il senso e le ragioni di una scelta o di una appartenenza.
E per finire, una lode alla Direzione della Biblioteca Marucelliana, che ha sostenuto la pubblicazione del volume di Manescalchi "che documenta, la presenza di un vasto tessuto letterario" nella regione Toscana.

RENZO RICCHI - NUOVA ANTOLOGIA - 3-12-2009
Rassegna di poesia
“Poesia del Novecento in Toscana” è la seconda opera di una trilogia curata da Franco Manescalchi -uno dei più profondi e attenti conoscitori della poesia ita- liana del Novecento -iniziata con “La città scritta” edita dalla Edifir nel 2005, e di cui abbiamo già riferito in questa rassegna (il volume raccoglie gli scritti dello stu dioso dagli anni Cinquanta ai nostri giorni sulla vita letteraria a Firenze e nel suo contesto) e che si concluderà con uno studio su alcune riviste fiorentine a cui l'autore ha collaborato. Il volume, di ben 480 pagine, è stato pubblicato con il logo della Biblioteca Marucelliana di Firenze sia per evidenziare il prossimo depo sito di un fondo librario tematico da parte di Manescalchi, sia per rilevare il legame di questa istituzione con la produzione poetica toscana.
Questo volume -un repertorio ragionato -è il risultato di molti anni di lavoro iniziati nel 1963. Manescalchi ha pubblicato numerosi studi e antologie che hanno tenuto conto del contesto toscano con tutti i suoi sviluppi ed innesti nazionali ren dendo così giustizia a una società letteraria regionale che ha operato, e con frutti positivi, molto al di là dell'attenzione che l'editoria e il potere letterario ufficiali, legati in gran parte all'industria culturale del Nord, le ha dedicato.
Quali sono stati i criteri di inclusione nel libro? Lo spiega, con lucidità e onestà intellettuale, lo stesso Franco Manescalchi nell'introduzione. «Ho dato priorità -egli scrive -a chi ha vitalizzato il panorama culturale anche con un di scorso critico e progettuale, o a chi consapevolmente ha collegato poetica e crea tività; quindi ho scelto quegli autori, anche di un solo volume, le cui opere abbia no dimostrato l'emergenza di un 'carattere' umano e letterario capace di offrire al lettore un evidente scarto e una chiara identità fondativa e stilistica, sia da parte di critici giunti tardi all'atto creativo che di cultori della poesia la cui onda tem- peramentale si sia espressa con un assolo. Insomma, o autori di molti libri, che, nel loro percorso, abbiano almeno colto il senso del rinnovamento, o autori di un solo libro che siano andati oltre la velleità letteraria».
Dunque una rassegna storico-tematica che mentre vuole indicare l'ampiezza del «pianeta poesia», le sue molte anime (sia pure frammentate), i suoi molteplici fermenti, rinuncia a indicare gerarchie, rinviando al tempo le «scelte» e le «sele zioni» che faranno cadere ciò che è caduco. Un mosaico-collage, meglio ancora, un regesto finalizzato a un obiettivo e basato su un criterio di fondo: partire dalla lettura della poesia e non dei poeti, in quanto la prima è certamente più importa- - te degli altri.
Si tratta veramente di una ricerca infaticabile, svolta su numerosi piani critici. Per esempio, Manescalchi cerca di individuare i risvolti tematici e le lingue di ciascuna generazione, consapevole che in una società che è cambiata e cambia continuamente come la nostra, cambiano e si ampliano anche i linguaggi.
Il lavoro di Manescalchi rappresenta una mappa che non esaurisce, ovvia mente, il territorio, ma lo rende esplorabile e si pone come uno strumento pre zioso per chi vuole capire cosa sia accaduto nei decenni scorsi e sta accadendo at tualmente. Inoltre, ponendosi al di là delle categorie «di merito» del potere culturale, dice quanto ormai siano illiberali e fragili i tradizionali criteri della de finizione dei «canoni»; e se da una parte, in questo senso, acquista un alto valore civile e democratico, dall'altro indica una strada nuova che gli studiosi, gli italia- nisti, gli editori, i critici che operano nel campo della poesia debbono assoluta- mente percorrere se non vogliono essere non solo faziosi, ma anche, in fondo, privi di legittimità e di onestà letteraria.

FRANCO MANESCALCHI
POESIA DEL NOVECENTO IN TOSCANA
di Vittoriano Esposito

Tutta la vita Franco Manescalchi ha speso per la poesia e, in particolare, per la poesia in Toscana. Siamo d'accordo con Giorgio Luti, il cui giudizio, riportato da Pianeta Poesia nel secondo risvolto di copertina, meriterebbe d'essere ripreso per intero, non solo per segnalare la dedizione totale e devota alla poesia in genere, ma anche la speciale cura che Manescalchi ha avuto per la poesia in Toscana, col supporto delle istituzioni civili locali (Comune, Provincia, Regione).
Non vi sono altri casi analoghi, lo sappiamo bene, in tutta Italia.
Bisogna tener conto della esperienza già fatta con tutte le opere precedenti: da Poesia in Toscana dagli anni Quaranta agli anni Settanta (1981), a Poeti della Toscana ( con Alberto Frattini), La città scritta (2005), Poesia toscana del Novecento (2007, con Gennaro Oriolo ).
Non si contano nemmeno più gli interventi su riviste fiorentine quali "Cinzia", "Quartiere", "Il Ponte", "Collettivo r". E non si contano nemmeno più le presentazioni presso la Bìblioteca Marucelliana,che è la fonte archivistica principale dell'attività editoriale fiorentina, oltre proprio l' " Associazione . Novecento Poesia - Centro Studi e Documentazione".
In tanti anni spesi per la poesia in Toscana, Manescalchi fornisce un'antologia , introdotta da un saggio critico articolatissimo, che si parte da una preliminare "questione di metodo", passa poi ai libri e ai poeti autori di libri (se ne contano oltre duecento, di cui una settantina donne); si procede, inoltre, alla distinzione in generazioni, di cui le prime due già abbastanza storicizzate, alle "migrazioni" anche in città toscane oltre Firenze; infine, alla "ricostruzione" storiografica oltre le fasce generazionali e geografiche, alle collane di tendenza, alle riviste e scuole di scrittura. Oltre la "questione di metodo", importantissima è la questione delle tendenze. Di fronte alla corrente produzione, davvero strabocchevole, agevolata dalla diffusione della cultura anche mediatica (sapendo tutti scrivere, tutti si ritengono nel diritto di scrivere, e nessuno -quasi -nel dovere di leggere, almeno per necessità d'informazione), Manescalchi affonda il suo bisturi nella piaga della sovrapproduzione. Un suo giudizio merita di essere citato: "Esiste poi l' Arcadia del moderno e del post-moderno. E' la più agguerrita, muove in spazi analogici usando calchi a la page, con strategie mentali da cui peraltro è possibile partire per un viaggio più libero ed insieme interiore." Dando uno sguardo alla diffusione di poeti e ai libri che essi scrivono, anche se non sono da buttare via, si resta stupiti della loro sovrabbondanza: "Ne emerge, dal vivo, una configurazione persuasiva, dove -ad esempio -le speranze d'un mondo migliore coltivate negli anni '50, sia sul versante cristiano che sul laico, hanno trovato alimento nella tradizione fiorentina fondamentalmente neo-umanistica, per aprirsi a trecentosessanta gradi alle sinergie e ai riferimenti storici e letterari propri di quegli anni e che in vario modo si è evoluta fino ai nostri giorni."
Dalla prima generazione alle ultime di fine millennio, realismo e post-ermetismo si fondono bene insieme, oltre i risultati del dopoguerra: "La massificazione e la programmazione hanno ridotto l'uomo a un prodotto da subornare per essere meglio venduto." (Rivista "Pietraserena", Carmignano 1989)..La guerra fu uno spartiacque grande -dice Manescalchi -la ricerca sulla parola degli ermetici lascia il posto ad un vero rapporto con la realtà." Di qui il prevalere della istanza civile della poesia e, ad un tempo, l'istanza metafisica e perfino mitica. Le parole si confrontano con le cose: l'elegia si fa "bifronte", la "parola giocata" resiste, magari in ombra, anche con i poeti che frequentano le "Giubbe Rosse", la "struttura" delle opere si complica anche per . l'intrecciarsi di poetiche diverse, fio a trovare nella "polis" quella che s'identifica in . Firenze, come altre città nel tempo delle "periferie storiche", fino a sognare la necessità del nostos, cioè del ritorno attraverso l'Europa. Poi l'alta spiritualità di fronte e a fianco del femminismo, ponendo al centro della realtà sociale la donna, correggendo gli eccessi della prima moda del femminismo.
L 'antologia reca, alla fine, una lunga appendice di note bio-bibliografiche dei tanti poeti esemplati, con rapidi riferimenti alle opere.

LETTERE

Caro Manescalchi,
grazie per il il dono prezioso della “Poesia del Novecento in Toscana”: il libro quasi incredibile nella sua splendida pluridimensionalità. Più che pianeta poesia, galassia poesia o un universo poesia. Un bell'omaggio a Firenze, che conferma (in questi tempi in cui potrebbe guardare, dopo la scomparsa di Luzi, con preoccupazione al futuro) la sua centralità culturale discreta ma tenace: centro di attrazione non puntiforme, non tolemaico, ma centro mobile molteplice e fecondo di incontri e alchemiche combinazioni. Non sembrava immaginabile esprimere questa realtà sfaccettata e mobile in un libro, per così dire, il movimento è multicentrico. Per ciò mi pare molto giusto lo contrassegni il Logo di una biblioteca fiorentina che quattro quarti di nobiltà.
Emerico Giachery

Caro Manescalchi,
ho ricevuto la “Poesia del Novecento in Toscana” e le sono immensamente grato. Si tratta di un'antologia ricca di nomi, riflessioni intelligenti, come di chi -come lei- ha speso tutta la vita non solo a fare poesia (come sa farla lei), ma anche a leggere e interpretare la poesia altrui. Spero di leggere in modo approfondito questo bellissimo testo, anche perché molti nomi mi sono estranei (eppure un letto migliaia di libri, provenienti da ogni angolo d'Italia!) Cordialmente.Vittoriano Esposito
P.s.: per la questione di metodo della sua introduzione da gran tempo pensato di dire anch'io qualcosa; pur avendo preparato una decina di antologie, non ne sono affatto contento.
br>Vittoriano Esposito

PREMESSA E STRUTTURA DELL'OPERA
"POESIA DEL NOVECENTO IN TOSCANA" di FRANCO MANESCALCHI - BIBLIOTECA MARUCELLIANA - FIRENZE 2009 ha la funzione di documentare il fondo librario NOVECENTOPOESIA, istituendo in un’importante biblioteca fiorentina.

Il repertorio tratta dei libri dei poeti depositati nel fondo.

Chi ha interesse ad avere copia/e del volume può effettuare versamento di € 30 tramite bollettino sul c.c.p. n. 18186502 intestato a Novecento poesia. Per bonifici occorre richiederci anticipatamente ilcodice IBAN.
Dedurremo l’indirizzo a cui spedire il volume dal modulo di c.c.p. ricevuto.

Questi gli autori inclusi nel Fondo e nel repertorio.

AGUSTONI NADIA ALBISANI SAURO ALLEGRI ALFREDO ANNINO CRISTINA

BACCHIEGA FRANCA BALDASSARRE GIUSEPPE BALDASSARRI RITA BALDASSINI ROBERTO BALDI MARTINO BALSAMO ANNA BARSACCHI RENZO BASILE ANTONIO BATISTI SILVIA BELLUCCI GABRIELE BELLUOMINI FRANCESCO BEMPORAD GIOVANNA BERTOLANI LORENZO BETOCCHI CARLO BETTARINI MARIELLA BIANCHI GIANCARLO BIANCHINI EDOARDO BIGAGLI ALBERTA BIGONGIARI PIERO BODDI BRONZI ROSANNA BORGINI ALMA BRONZI LIA BUSACCA HELLE

CACCIAGUERRA PERLA CAMICIOTTI DUCCIA CANFIELD MARTHA CARAMELLA ALBERTO CARDENAS RUTH CARIFI ROBERTO CARLESI DINO CARRAROLI MARIAGRAZIA CENI ALESSANDRO CIABATTI GIANFRANCO CIPOLLINI MARCO CIVITAREALE PIETRO CODAZZI PAOLO COMMARE GIOVANNI COPPINI ROBERTO CORSALINI NICOLETTA

DAL MONTE GINO DE LAUDE CURTO IRENE DEGL’INNOCENTI ROBERTA DEL CORONA ANNAROSA DEL SERRA FABBRI MAURA DELL'ANNO ALESSANDRO DI BARI MARCO DONATI ALBA

FABBRI MARCELLO FANTECHI CRISTINA FAVATI GIUSEPPE FAZZI PATRIZIA FERRARESE PIERONI PAOLA FOLLIERI TITTI FONTANELLI GIORGIO FORTINI FRANCO FOZZER GIOVANNA FRASCINO PANUSSIS PINA FRATTINI ALBERTO FRULLINI GIOVANNI FRULLINI PIERO FRASCINO PANUSSIS FUSI LUCIANO

GABRIELLESCHI LAURA MARIA GAGNO ROBERTO GALIMBERTI GUIDO GATTO ALFONSO GEROLA GINO GHERARDINI RENZO GIACHI LUCA GIAMBENE RENATA GIOVANNINI FIORENZA GIUNTINI FRANCESCO GIUSTI MARIANGELA GUARDUCCI CHIARA GUARDUCCI SILVANO GUASTI IVO GUIDACCI MARGHERITA GUIDI ANNA MARIA>BR>
IACUZZI PAOLO FABRIZIO JACOROSSI MARCELLO JONAS MATILDE

LA PENNA ANTONIO LANDI MARCELLO LANUZZA STEFANO LAPUCCI CARLO LAZZERI UGOLINI MARTHA LENA MARIO LEONORI CECINA LEONORA LEVITA GUERINO LOMBARDI DEL ROSO FRANCA LO RUSSO ROSARIA LOLINI ATTILIO LONDI FLORIO LOPEZ ONOFRIO LUCARINI POGGI PAOLA LUISI LUCIANO LUZI MARIO

MACCHIA ANNALISA MALETI GABRIELLA MANESCALCHI FRANCO MANETTI PAOLO MANSUETI MANRICO MARAMOTTI MARIAGRAZIA MARCHESCHI DANIELA MARCONCINI PAOLO MARTHI INSEL MARCUCCI PIERFRANCESCO MASINI FERRUCCIO MATTONAI LORETTO MAZZA SENZIO MAZZANTI GIORGIO MAZZARELLO CARLA MEZZASALMA CARMELO MICCINI EUGENIO MINIELLO MICHELE MONREALE DANIELA MONTAGNI GIANCARLO MORINI IVO MOSCHINI MARIA PIA

NANNI RENZO NARDI ANGIOLO NARDINI BRUNO NATALI ELVIO NESTI WALTER NIBBI FILIPPO NISTICÒ RENATO NISTRI CLARA<

OLDANI LUIGI OLIVETO LUIGI ORIOLO GENNARO ORLANDINI MARIA LUISA

PACISCOPI FRANCESCO PANELLA GIUSEPPE PARRI MARIO GRAZIANO PARRI TERESA PARRONCHI ALESSANDRO PESCIOLI IDANA PESTELLINI UMBERTO PIANTINI LEANDRO PIGNOTTI LAMBERTO POLITO PIERO

QUINCI GAETANO

RABATTI LEONELLO RADDI MAURO RAMAT SILVIO REMORINI ALODO RICCHI RENZO RIGHI EVARISTO RINALDI ANTONIO RODA ALDO ROSI LUCA RUÀ CASSOLA GIOVANNA

SALVATORI ROSANNA SANTALUCIA SCIBONA MARIA TERESA SBAFFONI FAUSTO SCARPELLINI ALESSANDRO SCARSELLI VENIERO SCERROTTA SAMÀ INNOCENZA SIANO PASQUALE SIMONELLI MARCO SODI MARIO SPECCHIO MARIO

TAVELLA ANGELA TOGNELLI JOLE TOMMASI MARCELLO TOSO CESARE GIACOMO TRINCI GIACOMO TROMBETTI CATERINA

UGOLINI LILIANA

VALLINI VALERIO VENTISETTE STEFANO VERBARO GIUSY VESCO CLOTILDE VETTORI VITTORIO VIERI AGOSTINO VIERI FORNARETTO VINCITORIO ANNA VIVIANI CESARE VIVIANI GIANCARLO VIZZARI GIOVANNA VOLLER ROBERTO

ZAGARRIO GIUSEPPE ZOTTI PIERGIORGIO

Questo è il saggio introduttivo all’opera

UNA CIVILTÀ LETTERARIA

UNA QUESTIONE DI METODO

Quasi non passa giorno che nello scaffale di un critico si aggiunga l'opera di un nuovo autore. A dire il vero a livello sociologico il fenomeno è stimolante perché diversi sono i registri linguistici usati per esprimersi.
Si va dall'ingenua supposizione che poesia sia ciò che sgorga direttamente dall'animo o ciò che pensiamo di dire - come se fosse nuovo e originale - al mondo. Nel maremagnum di questa produzione accade raramente di imbattersi in un testo ingenuo che - nonostante tutto - ha la fragranza di una espressione naïve. Questo, molto raramente, a dire il vero e nei limiti della improvvisazione.
Non mancano coloro che pensano la poesia “in grande”, fissa e eterna nelle forme e nella sostanza. Sono coloro i quali ritengono la poesia contemporanea un evento pernicioso e si presumono i continuatori della grande tradizione da Dante a Carducci. Non ne sono rimasti molti ma sono duri a morire.
Queste tipologie lasciano il tempo che trovano.
Meglio chi elabora testi di scuola, e per scuola e intendiamo proprio i testi che risentono della lettura delle antologie scolastiche e che a queste si adegua con calchi di primo conio. Naturalmente, anche in questo caso può accadere che un” creativo” trovi la misura giusta per esprimere un suo contenuto, una sua interna vocazione.
Ma, tecnicamente, non può spaziare al di là di questo e dunque il suo campo espressivo rimane assai limitato per cui non è il caso di farne cenno.
Esiste poi l’Arcadia del moderno e del post-moderno. È la più agguerrita, muove in spazi analogici usando calchi “à la page” con strategie mentali da cui peraltro è possibile partire per un viaggio più libero ed insieme interiore. In effetti negli ultimi anni abbiamo assistito ad una rinascita del senso che, pur non rinunciando alla elaborazione linguistica, tende a riproporsi chiaramente sulla pagina. Chi riesce in questo è degno di menzione.

Ma i poeti maggiormente da sottolineare sono quelli che, con un lavoro culturale assiduo e una lettura dall'interno di maestri e modelli, riescono a esprimere appieno un carattere, una condizione, una maledizione forse, o una benedizione, un modo di essere totale dove l'uomo e l'artista si incontrano e si fondano in una parola che si fa linguaggio personale, originale, vivo e attivo. Tutto questo, attraverso un laboratorio che individua e codifica le strutture linguistiche interpretative adatte a fermare sulla pagina quanto di inesprimibile riguarda l’uomo e la storia.
E qui torniamo al mistero della poesia, dove la natura diviene cultura e questa si fa alimento di una nuova natura.
Fare opere di filtro intorno a tutti questi registri, per salvare chi riesce a dare un senso inedito alla vita e alla letteratura, significa aprire una traccia nell'invasiva produzione tipografica dei testi di poesia che, come disse Montale, se li mettessimo uno accanto all'altro copriremmo il globo terrestre. E questa attività di decantazione è il nostro lavoro.

I LIBRI, I POETI

Dopo i primi accenni di metodo e di immagine identitaria del poeta, adesso, per orientarci verso lo specifico di questa operazione bisogna riferirsi a chi, nel secondo Dopoguerra, cercò di aprire spazi per le nuove generazioni.
E la memoria va immediatamente al 1958, al gruppo di “Quartiere”.
Particolarmente significative ci paiono, oggi, le righe che Gino Gerola (direttore di “Quartiere”) dedicò all’inizio degli anni ’80 alla sua rivista.
“I nomi sono l’anima delle cose, proclamavano in antico. E allora, scrutiamo un po’ più a fondo.
Quartiere: apri il vocabolario e ti viene incontro una tale selva di significati, da lasciarti di brutto, tu che usi la parola magari ogni giorno e credi di averla penetrata anche troppo.. si arriva fino a “parte superiore di dietro, delle scarpe”, a “quarto di uno stemma”,giù giù fino a “dare” o “non dare quartiere”, quartiere d’inverno, caserma e via ancora, una fila da renderla un termine ricchissimo. E pensare che tu la usi per: appartamento o rione di una città.
Proprio in questi modi, soprattutto nell’ultimo, la intendevano anche i quattro (Gerola, Pignotti, Salvi e Zagarrio) che presero l’indicazione come stemma della loro rivista:”Quartiere”, “quaderno trimestrale di poesia”,in vita dal 1958 al ’68, per un decennio folto di avvenimenti e maturazioni, anche se non diventò mai una stella del firmamento letterario, oscurato com’ era, tra l’altro, dalla pubblicità fermentante intorno a “Officina”. Perché “quartiere”? Beh, a prenderlo nel senso di rione, vuole significare tante cose. Prima di tutto,una comunità che vive in un determinato spazio, pieno di case, strade, piazze, gente che si incontra,scambia messaggi di ogni genere, si aiuta a vivere, anche prendendosi per il collo, delle volte. Una vita fatta di un passato vivo e in ogni sasso, ogni tegolo, ogni porta,di un presente folto di fervori,cadute, riprese e di un futuro che si prepara giorno per giorno,in un rinnovamento, magari modesto, ma imperterrito.
Ecco, il quartiere di quella quadriglia doveva essere, nel campo della letteratura, quello che nella realtà è il rione per la gente, nessuna rottura drastica col passato, quindi, e semmai, studio, analisi, utilizzazione, fin dove è possibile. E attenzione, al tempo stesso, a qualsiasi novità, per captare anche quanto gli può essere utile.” Dal numero 1 di Stazione di posta.
A conferma dell’importanza storica di questo progetto e di queste modalità operative e collaborative, lo stesso sindaco di Firenze, Leonardo Domenici, il 24 Luglio 2006, giorno della scomparsa del poeta e scrittore, avvenuta all'ospedale di Rovereto, ha espresso così il suo cordoglio.
"Gerola - scrive Domenici in un messaggio alla famiglia - ha trascorso gran parte della sua vita a Firenze, dove è stato protagonista di una importante stagione letteraria insieme a Luzi, Parronchi, Bigongiari. Scompare un personaggio che ha dato molto alla nostra città, anche come insegnante delle scuole superiori e come anima della rivista 'Quartiere'. Alla sua famiglia le condoglianze più sincere a nome di tutti i fiorentini".
Insomma, un principio, un fine e una fine; una fine che è un continuo principiare.

È da questa contiguità che sono nate riviste come “Collettivo r”, “Quasi”, “Salvo imprevisti”, “Hellas”, “Pietraserena”, “Erba d’Arno”, “Titus”, etc. e con questo stesso spirito mi sono accinto a portare a compimento il presente repertorio, riferendomi ad una città/civiltà letteraria in cui si è vissuto faccia a faccia.
In effetti, poeti di diverso orientamento agirono non poco sulla mia formazione anche attraverso una fitta rete di corrispondenze che ci permettevano di comunicare le sensazioni, le emozioni, i sentimenti, le ragioni su cui si fondava lo scambio culturale a partire dalla reciproca lettura dei testi.
Un po' maestri e un po' scolari, un po' autori e un po’ editori, ci mettevamo alla prova e così il dialogo con poeti di versanti diversi, Renzo Barsacchi, Roberto Coppini, Marcello Landi, Giorgio Fontanelli, Giovanni Frullini, Gino Gerola, Giuseppe Zagarrio assumeva propriamente il senso di un progetto.
In effetti, chi ha potuto costruire un ponte e di dialogare con la generazione della Resistenza ha evitato la soluzione di continuità è usufruito di quel fecondo dialogo fra l'uomo e l'artista che, sia pure inquietamente, rimette in gioco la scrittura come esperienza totale. In particolare, con alcuni ho condiviso parte del percorso esplicitando in modo discorsivo i rapporti fra poesia e poetica, fra etica ed estetica.
Parlare di loro significa un po' parlare di me. Per riprendere e sviluppare alcuni nomi sopra citati.
Se per Gerola e Zagarrio si può parlare quasi di un magistero, con Mariella Bettarini ho dialogato attivamente negli anni Settanta dagli inizi del nostro percorso, mentre con Ubaldo Bardi e Luca Rosi, fra gli altri, ho gestito per venti anni la rivista “Collettivo r” da me ideata e fondata nel 1969.
Con Filippo Nibbi ho fatto, alla radice, esperienza di ciò che significa essere ludicamente, drammaticamente etruschi. Il sud di Guerino Levita fa parte del nostro essere mediterranei, del nostro appartenere alla misteriosa stagione del mito e della sua circolarità. Ad Alberta Bigagli mi legano anni di ricerca comune per una parola poetica che ancora trovi risposta e radicamento nella voce degli ultimi e degli umili. Alfredo Allegri è il “trovatore” di un uomo immaginario che, come una morgana, muova dal profondo dell'io allo stupore di viaggi planetari. Ivo Guasti è l'amico poeta con cui fraternamente ho attraversato lo spazio interno delle nostri e radici canore o saggiamente didascaliche. Con Idana Pescioli, ho condiviso un’utopiache trova nel presente la propria epifania e si manifesta in un arco che va dal trepido stupore per la natura alla indignazione alta e solenne, ma non retorica, contro la mostruosità dei potenti.
Devo infine, come altri, a Giuseppe Favati, lo spazio aperto della rivista “Il Ponte” che ha reso visibile il nostro comune “fare”.
Sono i primi nomi che vengono alla mente, per una attività condivisa, che rimanda agli anni dei fermenti storici. a un novero che sarebbe troppo lungo qui elencare e che riguarda gli anni più recenti.
Il mio dialogo con l’area metafisica è stato meno radicale e esteso e tuttavia, non meno intenso. Per primo si deve annoverare il lungo e fraterno rapporto con Marcello Landi a cui mi ha accomunato la ricerca necessariamente eclettica di un lungo periodo storico nel quale la poesia doveva ritrovare dei propri parametri oltre le stagioni del primo Novecento. Insieme abbiamo immaginate riviste, organizzato mostre di poeti-pittori, condiviso passioni di vita quotidiana. Il vasto epistolario da me conservato e un archivio di tutto questo.
Ma anche le consonanze con Renzo Barsacchi, per quanto fuggevoli, hanno lasciato traccia in quel durevole effimero che è il sentimento poetico.
Oppure il breve ma appassionato laboratorio conversazionale con Roberto Coppini, alla fine degli anni 70. E ancora alla collaborazione culturale con Alberto Frattini concretizzatasi nel volume Poeti della Toscana.
Doverosamente si deve ricordare l’ incontro con Vittorio Vettori che nei suoi tardi anni ha lanciato un ponte per un'apertura verso un nuovo umanesimo peraltro da me caldeggiato fino dalle origini.
Tutto questo nello spirito di un movimento culturale che, originatosi negli anni Cinquanta, ha conservato il respiro che anima senso e segno, testo e contesto, poeti di diverse generazioni.

Di alcuni di loro riaffiora come in un flash il battesimo del primo incontro.
- 1959. Nell'atrio della stazione (un ritrovo per poeti e pittori alla fine degli anni 50). Avanza a passo lesto, la testa alta appena inclinata, un basco blu scuro. Un libro per riconoscersi, in mano. All'incontro lo sguardo del poeta è d i un celeste vorticoso, esprime un’inquietudine cosmica quasi inconsapevole. Sarà amico e Maestro.
-1963. A Livorno. L’amico parla a folate interrotte. Le parole sono fatte di cocci etruschi, di salsedine, di azzurri un po’ cielo e un po’ mare; e poi nere, di nulla. La follia ha un suo magistero.
- 1968. In piazza San Marco si scioglie il corteo. “L’immaginazione” ha traversato la città. Uno fra i giovani, con la bandiera arrotolata sull'asta di legno chiaro volge intorno il suo sguardo interrogativo, obliquo, dalle case al cielo. Il suo desiderio di futuro si inceppa nel passo. “Tutto qui - sembra dire - tutto qui?”
Si può parlare con un gesto appena accennato? la poesia ha a che fare con questo
? Piazza San Marco, aristocrazia degli studi, si apriva al flusso del tempo.
- 1972. In un caffè di via Tornabuoni. A volte una bimba, a volte una vecchia - dice la giovane 'amica intrappolata nel labirinto del tempo.
Noi siamo, con la nostra età, a dire di noi, scoprendoci a vicend uguali e diversi. La ragna di uno scialle nero è saggezza, sulle spalle.
- 1985. A Viareggio, per un seminario sulla figura e sull'opera di David Maria Turoldo. Dalla curva del viale su una vecchia bicicletta, spingendo i pedali con vigore, appare l'amico.
Viene da Camaiore, una distanza non lunga e non breve, per incontrarmi. Ha l'aria di un vecchio marinaio, porta con sé aria di mare e una voce aperta, azzurra e turbolenta, come un evento.
La stessa aria, probabilmente, di chi naviga a vista nella grande distesa della vita portando una sua testimonianza o una sulla profezia: un po' come David Maria Turoldo, ogni volta crescendo un po’, sapendo di non poter tornare indietro.
Anche se qualcuno volge altrove lo sguardo, perché il sentiero comune si è sdoppiato al naturale sfaldarsi della Storia.
Flashs, lampi che, mentre svolgono una funzione confermativa, si sublimano in un onda iconica di poesia.

Insomma, al giro del secolo e del millennio, mi sono trovato davanti un affollamento di tanti libri, di tanti poeti; i libri negli scaffali, i poeti nella presenza e nella memoria. Poeti e libri da tutta Italia, e poi – in ordine sparso - dalla Francia, dalla Spagna, dalla Grecia, dalla Croazia, dalla Macedonia, dall’Ungheria, e da altrove.
Allora ho deciso di circoscrivere il mio interesse ai poeti della Toscana e di loro ho conservato i libri: molte centinaia. Gli altri li ho destinati al book crossing, ai mercatini di poesia delle Giubbe Rosse di Liliana Ugolini, che da molti anni cura il settore multimediale e performativa del Pianeta Poesia, o a qualche amico che si dedica al piccolo mercato del libro.
A volte dico, con un filo di ironia, di “possedere” la più vasta biblioteca circolante (diecimila libri circa) che, appunto, ho messo in circolazione.
L'archivio di libri dei poeti della Toscana (e oltre) è documentato da cinque repertori già pubblicati: I poeti della Toscana, I poeti di Novecento (del mio laboratorio di scrittura), Nostos, Carteggio, Il cuore costante e dal panorama critico La città scritta.

I volumi sono nell’archivio, divisi per autore; li ho sfogliati uno per uno, ne conosco la grafica della copertina, la qualità editoriale, il formato, lo spessore, anche perché da questi, meditatamente, ho via via attinto per svolgere il mio lavoro.
Sono arrivati sul tavolo da oltre quarantanni; per posta, consegnati a mano durante incontri letterari, durante una visita nello studio. Molti di questi hanno dediche paradigmatiche di un auspicio, di una comunione d’intenti, di un piccolo ponte lanciato fra luoghi, tempi, modi e persone.
Ma ora si confondono come compagni con cui da troppo tempo si condividono le consuetudini della quotidianità e c'è bisogno di riaprire un discorso.
Perciò ho cercato di fare ordine, catalogandoli per la costituzione di un fondo librario, e attraverso questi ho tentato di individuare una visione del mondo che in qualche modo li accomunasse. Indicasse, voglio dire, ciò che unisce più che dividere le voci delle generazioni del secondo Novecento.
E ho iniziato a costruire questo repertorio ragionato dove la poesia risultasse fulcro di luoghi, tempi, modi, figure, relazioni, oltranze: insomma, quello che abbiamo definito un antico centro abitato ed abitabile; appunto, una città scritta.

I poeti, dicevo. Naturalmente, non mi sono fidato né affidato delle/alle categorie di merito del potere culturale, che, pure, hanno una qualche loro evidenza.
Circa il criterio di inclusione, ho dato priorità a chi ha vitalizzato il panorama culturale anche con un discorso critico e progettuale, o a chi consapevolmente ha collegato poetica e creatività; quindi ho scelto quegli autori, anche di un solo volume, le cui opere abbiano dimostrato l’emergenza di un “carattere” umano e letterario capace di offrire al lettore un evidente scarto e una chiara identità fondativa e stilistica, sia da parte di critici giunti tardi all’atto creativo che di cultori della poesia la cui corda temperamentale si sia espressa con un assolo.
Insomma, o autori di molti libri che, nel loro percorso, abbiano almeno colto il senso del rinnovamento, o autori di un solo libro che siano andati oltre la velleità letteraria. A questo criterio ho tenuto fede, credo, con onestà intellettuale, evitando di evidenziare ogni forma di dilettantismo e di presunzione letteraria.
Di ciò mi sono fidato e a ciò mi sono affidato, non considerando a priori i famosi “famosi” e gli oscuri “oscuri”, anche perché è impossibile stabilire una gerarchia assoluta nell’attuale e dell’attuale.
Tuttavia, al di là del mio percorso di lettura, è doveroso offrire un quadro informativo sulla situazione in atto oggettivamente rilevabile.
Mario Luzi ha avuto una notevole influenza sulle generazioni successive e si devono intanto citare , se non altro per l’evidenza della loro opera, Franca Bacchiega, Paola Lucarini Poggi e Renzo Ricchi. Per un suo alto recitativo può essere inserita qui Helle Busacca. A questi fa seguito, temporalmente, Caterina Trombetti.
Piero Bigongiari è un punto di riferimento, almeno iniziale, per Silvio Ramat, Roberto Carifi, Alessandro Ceni e Maura Del Serra Fabbri (nella quale si possono rilevare anche influssi luziani e betocchiani per l’apertura del discorso da un lato e la pietas che lo muove all’altro). Invece Alessandro Parronchi , della triade cosiddetta ermetica, sembra non avere svolto un magistero sulle generazioni successive.
Carlo Betocchi ha influito dichiaratamente su Sauro Albisani in un ambito in cui si è mossa con grande respiro poetico-profetico Margherita Guidacci. A quest’area vanno aggiunti Renzo Barsacchi, Renzo Gherardini, Alberta Bigagli e, ripetiamo, Maura Del Serra Fabbri. Ci sono poi, in evidenza, poeti della quarta e quinta generazione collocabili al di fuori di questo contesto, a documentazione di una rinnovata classicità e di una ricerca dentro i sentimenti del tempo. Autori di transito come Antonio Rinaldi, Giovanna Bemporad o il livornese - romano Luciano Luisi, il fiorentino-romano Alberto Frattini e il siciliano-fiorentino Giuseppe Zagarrio.
Per le quinta generazione Gianfranco Ciabatti ha dato voce all’impegno civile, mentre Cesare Viviani, Mariella Bettarini, Cristina Annino, Attilio Lolini hanno interpretato le grandi trasformazioni in atto nell’uomo del nostro tempo.
E ancora, in successione cronologica, Alba Donati, Paolo Fabrizio Iacuzzi, Giacomo Trinci, Rosaria Lo Russo, passando da una Toscana estrema, minimale e marginale, hanno dato vita a un discorso nuovo, aperto e arduo insieme.
Come si nota, dovessimo affidarsi del tutto alle sottolineature dell’editoria ufficiale o all’immediata visibilità, non sono molti i poeti da consegnare al domani.
Ma non sono soltanto l’editoria ufficiale e lo spazio pubblico occupato a “fare i poeti”. A dimostrazione di questa tesi si indicano due poeti di area luziana della quarta generazione quasi dimenticati e di valore assoluto, Pierfrancesco Marcucci e Marcello Landi.
Peraltro, quelli che sono definiti “i poeti della repubblica” per essere apparsi nel secondo Dopoguerra hanno spesso lavorato su moduli, diciamo, post-Guernica, alla ricerca di una nuova misura del mondo.
Si citano Alberta Bigagli, Duccia Camiciotti, Giovanni Frullini, Silvano Guarducci, Gabriella Maleti, Ferruccio Masini, Luca Rosi, Roberto Voller, Giuseppe Favati, Giorgio Fontanelli, Gino Gerola, Ivo Guasti.
Ancora, fra i poeti degli anni Cinquanta/sessanta, più schivi ma non meno vivi, che a leggerli sorprendono ancora, Agostino Vieri, Teresa Parri (papiniano l’uno, betocchiana l’altra) e il lirico - civile Gino Dal Monte, o il grande cantastorie Florio Londi che ha consegnato in due libri il mondo degli umili in un presepe vivente.

E poi c’è il respiro di tre generazioni con i loro protagonisti, interpreti di tutto riguardo di una civiltà e di una cultura in divenire.
Nadia Agustoni, Giuseppe Baldassarre, Rita Baldassarri, Antonio Basile, Silvia Batisti, Francesco Belluomini, Martha Canfield, Marco Cipollini, Pietro Civitareale, Giovanni Commare, Roberta Degl’innocenti, Annarosa Del Corona, Alessandro Dell'anno, Marco Di Bari, Titti Follieri, Giorgio Fontanelli, Matilde Jonas, Anna Maria Guidi, Antonio La Penna, Stefano Lanuzza, Carlo Lapucci, Gabriella Maleti, Carmelo Mezzasalma, Michele Miniello, Daniela Monreale, Renzo Nanni, Bruno Nardini, Walter Nesti, Filippo Nibbi, Giuseppe Panella, Mario Graziano Parri, Idana Pescaioli, Liliana Ugolini, Valerio Vallini, Giusy Verbaro, Vittorio Vettori, Fornaretto Vieri, Anna Vincitorio, Giovanna Vizzari.

Ne emerge, dal vivo, una configurazione persuasiva, dove – ad esempio - le speranze di un mondo migliore coltivate negli anni ’50, sia sul versante cristiano che il laico, hanno trovato alimento nella tradizione fiorentina fondamentalmente neoumanistica per aprirsi a 360° alle sinergie e ai riferimenti storici e letterari propri di quegli anni e che in vario modo si è evoluta fino ai nostri giorni.
In questa stazione di posta che è Firenze molti non sono più nei luoghi dove la memoria li colloca, alcuni semplicemente non ci sono più, altri hanno lasciato solo la traccia di un volo, frutto di un rapido approdo, di una partenza senza ritorno, di qualche stagionale emigrazione.
È una mappa fra il fisico e il metafisico, continuamente aggiornata e insieme riscritta sulle dissolvenze sopravvenute.
Mi rimangono le lunghe conversazioni, le attese confidate a fior di labbra, l'alacrità degli incontri di lavoro, le frequentazioni insistite, i brevi incroci, i progetti realizzati o rimasti sulla carta di fitti epistolari (perché prima dell'avvento del computer la corrispondenza era un gesto naturale).
Ma tutto, come ho scritto all'inizio, in una sorta di affollamento.
Le generazioni post-millennium non affrontano più il tema della polis e della storia in sincrono col farsi degli eventi, ma presentano un mondo nel quale, deperita la sintesi fra ricostruzione e speranza, è necessario ripartire da una situazione dicotomica e la cui ricomposizione è affidata o al recupero della pietas o dell'utopia più visionaria.
E tuttavia, per mettere in evidenza il volto della poesia del secondo 900, bisogna immediatamente accantonare le pur legittime istanze dei singoli poeti tesi a ricavarsi una nicchia più o meno ampia nella cronaca è nella storia letteraria.
la nuova realtà che si andava configurando nel Secondo dopoguerra era caratterizzata da un fermento globale non privo di poesia. Anzi, si può affermare che la poesia risentisse alla radice del rinnovamento storico emergente dalle rovine del tempo nel denominatore comune della speranza.
In questa fase storica il gesto e la parola finivano col coincidere o, almeno, la parola si faceva propositiva di una catarsi.
E tuttavia, nelle pieghe del discorso poetico rimaneva ben salda una visione critica del mondo, uno sguardo al montaliano “male di vivere” ora individuato in una società da riscattare nel profondo.
E di conseguenza la fase del neorealismo non è da individuarsi in una scrittura ideologica fine a se stessa, ma nella riproposizione ex novo di una visione del mondo in divenire con tutte le contraddizioni e gli iati tipici della poesia di ogni tempo.
Ciò che può trarre in errore, o che comunque è stato sbandierato da una critica di parte, è il netto passaggio dall'uso di una parola ambigua e polisemica alla rigenerazione nel parlato nella lingua della comunicazione.

È da questa dicotomia che si alimentò la polemica volta a ridurre la poesia neorealista a una operazione politica. Ma, a rileggere i poeti di quegli anni, inclusi in questo repertorio, appare chiaramente la validità di un messaggio motivato in un laboratorio dove l'uomo e l'artista sono impegnati al massimo nell'intento di salvare e saldare il sentimento del tempo in nuovi contesti.
Si aggiunga che la poesia del versante spiritualista, pur nella riflessione su di un mondo interiore inquieto ed inquietante da risolvere in una palingenesi religiosa, propone una ripartenza da linguaggi più espliciti rispetto alla generazione degli anni 30; ovvero, in breve, anche in questo ambito si trascorre dalla parola alla lingua.
E dunque, per una rivisitazione della poesia del secondo 900 , e, in specifico, degli anni 50, occorre tenere presente questo aspetto, ovvero la lettura in un unicum di queste emergenze letterarie.
Si aggiunga che tali fermenti, per quanto vissuti oppositivamente, sono da ritenersi fecondi nella evoluzione dei poeti ermetici delle precedenti generazioni verso un linguaggio più affabile e dichiarativo a partire dagli anni 60.

E da tutto ciò risulta evidente che una analisi dei testi fatta secondo una lettura critica non di parte o dall'alto vada oltre la catena di pretesti, testi e contesti di affrettate storicizzazioni. Peraltro, procedendo nel tempo, le singole voci si sono intrecciate in una ricerca che ha dato un senso alle aree e di pertinenza e, non di rado, si sono aperte ad un dialogo fruttuoso che ha posto al centro l'uomo nel suo divenire per cui i diversi laboratori e le diverse weltanschauung hanno finito per comporre un mosaico sinergico di una civiltà letteraria.
Nello specifico, non manca un connettivo comune da individuarsi in un modernismo linguistico più o meno accentuato ed attivato dalle neoavanguardie degli anni 60, in un sentimento che muove dall’elegia alla coscienza del tempo, dalla profezia alla utopia. Aspetti che, insieme ad altri che individueremo nel prosieguo dell'opera, sono rinvenibili in questa sezione, in questo viaggio epigrafico nella poesia del secondo 900 a - da Firenze.

LE GENERAZIONI

Per questi motivi, la ricerca dei poeti che avevano iniziato a scrivere nel secondo dopoguerra si può dire che andasse oltre di loro. Significavano le idee da cui muovere, il rapporto con le istituzioni che andavano rinnovate dall'interno e per le quali anche il discorso poetico aveva un senso in quanto non aveva ancora preso campo l'onnipresenza e l'onnipotenza dei media: insomma, fare poesia significava ancora fare comunicazione, giocare un ruolo non marginale nella evoluzione dei linguaggi. Per le generazioni successive ciò è stato interpretato a torto come un'uscita dalla letteratura, un impoverimento della poesia e in effetti quel senso della storia, quella sinergia, se non quella sincronia, sono andati completamente dispersi. Si pone, cioè, una questione di metodo. La presenza dei poeti italiani del ‘900 è suddivisibile in generazioni che svolsero opera di continua rifondazione. Le generazioni storicamente riconosciute sono quattro: la prima, quella dei poeti nati alla fine dell' ‘800, la seconda composta dai poeti nati nel primo decennio del secolo, la terza caratterizzata dai poeti nati nel secondo decennio, ( e fino qui si tratta dei crepuscolari, dei futuristi e degli ermetici), chiaramente i poeti che iniziarono a scrivere nel secondo dopoguerra formarono il nucleo della quarta generazione.
Le prime due generazioni comprendono nell'ordine la presenza di Gozzano, Corazzini, Saba, Ungaretti, Montale, Quasimodo e altri poeti significativi. È solo con la terza generazione, ovvero col periodo nel quale Firenze si confermava capitale della cultura, che emergono giovani poeti di alto profilo come Luzi, Bigongiari e Parronchi.
La quarta, animata dai poeti nati fra il ’20 e il ’30, è rappresentata dalle voci del secondo dopoguerra (realisti e postermetici) e comprende, come protagonisti, Fortini, Paolini, Sereni, Zanzotto e altri, mentre in Toscana si annovera un nutrito manipolo di poeti civili e religiosi che a vario modo e a vario titolo hanno interpretato il clima del secondo dopoguerra. Periodo nel quale Firenze è stata a un crocevia di poeti trasferitisi a Roma e di “immigrati” da altre regioni.
Naturalmente, mentre la Firenze primonovecentesca era stata la capitale della cultura italiana e vi convergevano i maggiori scrittori del nostro tempo, le mutate condizioni dell'assetto nazionale trasformarono la città in una “periferia” del potere e dunque i movimenti degli scrittori furono diversamente motivati secondo una causa prevalentemente sociale.

Per i poeti nati fra il 1930 e l’inizio degli anni ’40 si parla di quinta generazione, ma in realtà i suoi caratteri sono assai diversificati, come si vedrà, e dunque useremo questa definizione più come contenitore che come progetto culturale. Così come per i poeti nati a partire dagli anni ’50, inquadrati sotto la denominazione di sesta generazione. La quinta generazione sviluppa una tensione diversa rispetto ai poeti degli anni ‘50. Il gap tecnologico, il boom economico muovono altre risposte nella coscienza degli scrittori. C'è chi, come Mariella Bettarini, Silvia Batisti, Cristina Annino, Mariangela Giusti, apre in vario modo sulla pagina la questione femminista; chi, come Antonio Basile, Roberto Carifi, e Edoardo Bianchini va oltre il miraggio consumistico opponendo un viaggio nel mito soggettivamente interpretato in modo diverso. E poi il recupero di un'alta spiritualità come in Maura Del Serra Fabbri, Alberto Caramella, Carmelo Mezzasalma e Renzo Ricchi. All'opposto emergono vigorose voci impegnate come Luca Rosi, Guerino Levita, Ivo Guasti. Alcuni nomi puramente indicativi e non certo selettivi.

Insomma, fu quello un periodo di grande intensità e generosità. Qualunque fosse la tendenza ideologica che muoveva quei gruppi, essa le riconduceva sempre, in ogni caso, ad una comune volontà di interpretare i nuovi fermenti in atto nella storia.
Le memoria di quei giorni che emergono chiarissime e trovano conforto nell'epistolario a cui affidavamo programmi e progetti.
Tutto questo, perché la ricerca dei poeti che avevano iniziato a scrivere nel secondo dopoguerra si può dire che andasse oltre di loro. Contavano le idee da cui muovere, il rapporto con le istituzioni che andavano rinnovate dall'interno e per le quali anche il discorso poetico aveva un senso in quanto non aveva ancora preso campo l'onnipresenza e l'onnipotenza dei media: insomma, fare poesia significava ancora fare comunicazione, svolgere un ruolo non marginale nella evoluzione dei linguaggi. Per le generazioni successive ciò è stato interpretato a torto come un'uscita dalla letteratura, un impoverimento della poesia, ma in effetti quel senso della storia, quella sinergia, se non quella sincronia, sono andati completamente dispersi.
I poeti che hanno iniziato a scrivere negli anni ‘80 e non hanno avuto l'occasione di dialogare con la precedente generazione hanno sviluppato il loro discorso sul versante prevalentemente estetico, ma chi come noi ha potuto costruire un ponte e dialogare con la generazione della Resistenza ha evitato la soluzione di continuità e usufruito di quel fecondo dialogo fra l'uomo e l'artista che, sia pure inquietamente, rimette in gioco la scrittura come esperienza totale affidata anche a una fitta rete di corrispondenze attraverso le quali comunicavamo le sensazioni, le emozioni, i sentimenti, le ragioni su cui si fondava lo scambio culturale a partire dalla reciproca lettura dei testi.

Di fatto, il fervore era unico, a un cristianesimo progressista che si interrogava sulle sorti dell'uomo del mondo corrispondeva un laicismo sorretto dalla speranza e dall'utopia di una società diversa, fondata su valori condivisi.
Questa visione del mondo si esprimeva con un linguaggio puntuale, eppure largo e disteso. La tendenza generale era ad un discorso poematico e, solitamente, non retorico.

Il panorama generale rappresenta una civiltà letteraria che, comunque, ha cercato di non ripartire da zero, di tenere in piedi il ponte che collega le generazioni e, con ciò, anche la poesia alla storia, alla società, perché l'esigenza dell'attuale ad essere immediatamente storicizzato è un controsenso in quanto deve passare attraverso il filtro del tempo.
Anche se è vero che vi sono periodi nei quali le singolarità, i movimenti letterari sono talmente incisivi da ritagliarsi nell'immediato un'immagine non passibile di cancellazione, la poesia del secondo ‘900 – ripetiamo - trovandosi nel vallo della crisi generale dei linguaggi aulici, impegnata nel rifondare faticosamente nello stesso tempo senso e segno partendo dalle rovine del tempo e facendo della ricerca un mezzo, un merito ed anche una virtù, ha conseguito visibilità nel suo insieme di laboratorio in atto, dove le individualità assumono valore in quanto siano relazionabili, riconducibili a un contesto di storia in movimento, verificabili nel loro stesso divenire.
In sintesi, dopo il primo ‘900, così arduo nel rifondare poesia eppure così evidente nelle figure dei suoi protagonisti che emergevano singolarmente da una retorica in dissoluzione, il secondo ‘900 non ha potuto usufruire di tale contrappasso e ha dovuto muoversi e in uno spazio, per dire in breve, post letterario o, per contrasto, neo letterario. -In conclusione, a livello operativo, per chi voglia affrontare lo studio della poesia di questo ampio periodo a Firenze e in Toscana deve necessariamente seguire alcuni percorsi informativi che si sintetizzano in fasce generazionali, in aree geografiche, in movimenti letterari, in gruppi esoeditoriali, nel movimento della donna, in gruppi interdisciplinari, in collane editoriali di tendenza, in riviste di laboratorio, in scuole di scrittura ed altri possibili approfondimenti.
Già da qui si comprende come i poeti operanti a Firenze e in Toscana abbiano in realtà fatto parte di una rete nazionale anche internazionale.
Rapporti collaborativi sotto varie forme di aggregazione di gruppo e editoriali, furono realizzati fino dagli anni ‘50 con Roma, Torino, Pescara, Trento e altrove.
Le prime testate che vengono alla mente sono “Il Canzoniere”, “Momenti”, “Il Fuoco”, “Dimensioni”: riviste e collane di poesia nate e sviluppatesi in altre regioni italiane, particolarmente connesse alla stagione del neorealismo, nelle quali sono ben presenti i poeti toscani.
Negli anni ’80, poi, va sottolineata l’esperienza internazionale di Ottovolante, circuito di poesia nata dalla lungimiranza di Massimo Mori.

MIGRAZIONI E GEOGRAFIE

Numerosi furono i poeti fiorentini che, per motivi di lavoro, si trasferirono a Roma che in quegli anni divenne il punto di riferimento anche per chi muoveva dal sud.
- A Roma si trasferirono dalla Toscana Luciano Luisi, Iole Tognelli, Renzo Nanni, Alberto Frattini e Angiolo Nardi. Poeti che conservarono l'umana religiosità della cultura di origine o, come nel caso della Tognelli, il gusto dello sperimentare e dell'incidere attivamente nel reale. Per altro verso assisteremo ad un movimento che dal nord e dal sud faceva convergere a Firenze scrittori carichi di linfe originarie che nella Firenze di quegli anni, mossa da grandi speranze sociali, trovarono il loro habitat ideale.
Particolarmente da ricordare Gino Gerola e Giuseppe Zagarrio, che provenendo dai capi opposti dell'Italia (il Trentino e la Sicilia) dettero vita a una rivista, “Quartiere”, sulle cui pagine fu ospitato il meglio della cultura italiana del tempo.
In particolare, il poeta siculo - fiorentino Zagarrio seppe saldare in uno le istanze quasimodiane con le architetture orfiche e neorinascimentali dei maestri ermetici.
E ancora, dal sud, la illuminata Busacca Helle, di origini siciliane, che traduce la sapienza delle antiche sibille linee formule di poesia - verità dove gli elementi del femminile e del femminismo si fondono in un alto messaggio privo di qualsiasi vana illusione e proprio per questo catartico.
L'insigne latinista Antonio La Penna, avellinese, con la sua scrittura che attualizza l'antico in un discorso coscienziale in cui ha spazio il disincanto nato giudizio sull'oggi.
Poeti di origine pugliese, come Giuseppe Baldassarre, Antonio Basile, hanno alimentato nel dialogo culturale il senso del viaggio nel mito mediterraneo inteso come utopica tranche de vie.
Il fervore di Giusi Verbaro, calabro fiorentina, che ha trovato nel dialogo con Mario Luzi i fermenti giusti per rendere universale la propria radice etnica.
Fra impegno e rivisitazione del mito la poesia di Renato Nisticò e di Giovanni Commare. Ancora si deve segnalare la presenza di Innocenza Scerrotta Samà la cui entropia sibillina si risolve in epigrammi rivelatori di quanto il rapporto ludico col proprio destino nasconda il lutto e la negazione.
-Insomma, Firenze come stazione di posta, come centro nevralgico che la vede punto di riferimento culturale per il Nord e meta di conferma per il sud.
Si aggiungano i naturali movimenti migratori per motivi di studio e di lavoro che hanno fatto di Firenze, nel secondo 900 e oltre, una città non più municipale ma tessuta di inquietudini diverse.
Un’isola che lasciamo da esplorare, data la sua specificità, è quella della poesia in dialetto. Accenniamo almeno, per chi volesse avventurarsi nello studio di questo spazio, come alcuni poeti si siano dedicati alla scrittura sia in lingua che in dialetto. Così l’abruzzese Pietro Civitareale, che rivisita il mondo delle origini, Senzio Mazza che dà voce al mondo scabro della similitudine, o alcune incursioni nel dialetto materno vesuviano di Anna Vincitorio.
Per l’uso del vernacolo fiorentino-toscano va evidenziata l’opera di Alessandro Bencistà, mentre alcune esperienze dialettali sono state praticate da Filippo Nibbi, Silvia Batisti e dal sottoscritto. Qualche testo (a mo’ di scherzo) va rilevato anche nell’opera di Bruno Nardini, magari sul modello di certo fiorentinismo del primo Papini.

- Si aggiunga una lunga stagione policentrica della poesia in Toscana. Il panorama delle varie realtà presenti sul territorio è documentato e confermato da antologie o, al limite, da riviste volte a dare visibilità all'intreccio dell'attuale.
Ne deriva un tessuto policentrico che da un lato conserva il proprio specifico e dall'altro mette in evidenza convergenze ed interazioni dovute alla partecipazione a movimenti letterari o a sodalizi naturalmente intervenuti per nessi generazionali o editoriali.
Interessante dunque approfondire lo specifico geografico e nello stesso tempo la comunanza del progetto culturale.
E così Piazza Grande, antologia critica di poeti dell'area livornese di Giuseppe Favati (Quaderni della Labronica. Livorno 1984); Poeti a Pistoia negli anni 80 di G. Bonacchi Gazzarrini e P.F.Iacuzzi (Vallecchi editore, Firenze 1989); Il vento, le colline, 12 poeti contemporanei della Maremma Toscana di Laura Maria Gabrielleschi ( F&F Foot Edizioni, Grosseto 1998) testimoniano della presenza di questi circuiti.
Ricordiamo, a margine, Poesia a Lucca di Dante Maffia (Maria Pacini Fazzi editore, Lucca 2002) che ampiamente documenta di una città dove i poeti, dal Medioevo ai nostri giorni, trovano un habitat ideale, pur non essendo stata, nel secondo Novecento, centro di movimenti letterari organici.
A Livorno, ricorda Giuseppe Favati, “Gli spiriti libertari, che soffiano entro strutture e metriche varie, non sono soltanto di libeccio e di mareggiata; ma si fanno lemmi ora carnosi, catarrosi, sanguigni ora affatto stremati, come il broullions senza futuro sparpagliato sull’arenile……una poesia libertario-metereopatica, insomma.” E primeggiano, in questo contesto, la voce civile drammaturgica – quasi brechtiana – di Giorgio Fontanelli e quella esclusivamente civile di Renzo Nanni.
Sull’asse caproniano betocchiano, dunque di un rapporto con l’Assente, si connota con una forte religiosità.
Favati così definisce questo contesto: “Sia come sia, il fiato religioso che passa nelle fibre di molta della nostra poesia, e può farle compatte, dure, irrigidite, in ultima analisi "partecipa" alla loro disgregazione, gli angeli sono stati disarcionati e l'animale-uomo-angelo sciancato senza più padre è alle prese con l'altro se e al tempo stesso con concretissimi iddii che non sappiamo se saranno libertariamente "fucilati" all'alba di tanti giorni marini. Proprio il lungo esercizio poetico di taluni, perché non è questione del solo ( finalmente) cominciato a indagare e ad amare Caproni, va nella direzione opposta del pavor mortis che s'impadronisce anche dell'ateo di un tempo e lo trascina balbettante all'acquasantiera e nel confessionale. Ed è il segno per nulla paradossale dell'enèrgheia poetica di questi livornesi, emigrati come i Caproni e i Landi e i Luisi, o impaesati irrimediabilmente come i Barsacchi, cristiani e fin cattolici, che affinano nel corso degli anni i loro strumenti linguistici di pari passo con l'abbandono senza ritorno della religione istituzionalizzata e della stessa fede. Anche se in qualcuno rimane una disperata ansia, una volontà di ricerca-colloquio con l’assente.”

Per i pistoiesi, che peraltro appartengono non alla prima, ma alla seconda generazione postbellica, la Bonacchi Gazzarrini definisce uno spazio oltre il neorealismo e fuori dalle neoavanguardie:
“In definitiva, l’emergenza di un fondamento scritturale o ermeneutica, al di là del concetto di avanguardia e di neorealismo, appare come il dato più sicuro e probante, che accomuna tutti i poeti presenti in questa antologia, tenendo conto che Pistoia si trova in una posizione particolarmente in evidenza rispetto al Novecento poetico italiano. Si è creata infatti una situazione-ponte tra la generazione ermetica degli anni Trenta e le ultime dei poeti qui antologizzati. Ne risulta così un'interazione reciproca, fedele a un'idea di ciclicità delle stagioni, per cui la comune ricerca, difficile e dolorosa, di un'autentica voce poetica si rivela in grado di cogliere i rapporti che legano l'essere e il divenire, l'identità e la differenza, l'immobilità e il movimento, la voce e la scrittura, la memoria dell'essenza originaria e il suo accorato oblio.
Questo libro pertanto non vuole costituirsi solo come un'antologia poetica che rispecchi la situazione di una provincia italiana, ma intende sottolineare anche il contributo concreto che Pistoia ha dato alla cultura nazionale con i suoi poeti. A tale impaginazione storica va aggiunto il nostro intento di provocare nel lettore una forte curiosità di futuro, invogliandolo a seguire le tracce di questa mappa particolare e in ogni caso sempre parziale, con la certezza che ancora molto di interessante emerga nei prossimi anni. Ma non basta. Fin dal titolo, e al di là delle dichiarazioni .rapsodiche enunciate, vorremmo che risultasse evidente il deliberato proposito di porre sullo stesso piano i tratti comuni e l'autonoma, individuale fisionomia dei singoli scrittori, tanto di quelli conosciuti quanto di quelli parzialmente noti.”
Insomma, un epicentro di grande rilievo dove una linea a neosimbolista si uniscono voci originalissime di una tradizione rivisitata semanticamente.

Laura Maria Gabrielleschi, interpretando lo spirito della Maremma Toscana (che continua ed espande la “tirrenicità” dei “livornesi”, sofferma la sua attenzione sul lingaggio e, nello stesso tempo, citando Rilke, definisce bene il senso della Grande Metamorfosi che conduce alla Poesia come sinonimo di una Maremma mitopioetica.
“Il linguaggio della poesia è un universo creativo che riconferma la concretezza dei valori umani, l'eredità che permette l’ unica sopravvivenza del ricordo e della memoria. Scrivere una poesia non è soltanto una reazione emotiva, ma è anche e soprattutto un "continuum" semantico fra diversi elementi; non è semplicemente il risultato di una somma di parole secondo la Logica di chi scrive, ma determina una connotazione che trascende, senza però annullarla, quella della lingua. Nei poeti di fine secolo e anche nei poeti presenti in questa antologia, si rivelano metafore sul continuo "male di vivere". Ci sono poeti che hanno un'evidente struttura lirica, altri quasi narrativa, altri ancora cercano nella parola l'allegoria. Ma per tutti c'è il tentare di cogliere alle radici i diversi aspetti del proprio "io". Rilke, nei Quaderni di Malte L. Brigge (1910) scrive:"...per scrivere un verso bisogna aver visto molte città, uomini e cose, bisogna conoscere gli animali, capire il volo degli uccelli e comprendere il gesto con cui i fiori si aprono al mattino..." e poi "...Bisogna aver molti ricordi, di molte notti d' amore, nessuna uguale all'altra. Bisogna essere stati vicino agli agonizzanti, ai morti e non basta ancora avere dei ricordi. Bisogna saperli dimenticare quando sono troppi, e avere la grande pazienza di attendere che ritornino. Perché i ricordi in sé ancora non sono. Solo quando diventano sangue in noi, sguardo e gesto, anonimi e non più distinguibili, soltanto allora può accadere che in un momento eccezionale sgorghi la prima parola di un verso...". Altrove sono nati gruppi e riviste che hanno aperto il quadro letterario con “finestre” nazionali o internazionali.
A Massa, a metà degli anni Ottanta, si ha “Nativa”, fra i cui promotori si citano Francesco Belluomini e Roberto Bugliani. Un’ esperienza che muove da” "l'opposizione" e la ricerca della scrittura "contro" che determina marginalità” a “la scoperta della fine del "centro" di scrittura che determina la nascita della scrittura "periferica", che s'incammina a prendere coscienza di sé, di quel nuovo patrimonio genetico che trova nella comprensione e nella resistenza alla possibilità della fine di tutto la forza di continuare.” Come si legge in un editoriale della rivista.
Un centro di scrittura che cercava in Giorgio Caproni, Carlo Cassola, Biagio Marin i numi tutelari, pur cercando aperture anche verso l’area di Alfabeta.
Ad Arezzo, ancora a metà degli anni Ottanta, rilevante è l’opera di sintesi generazionale svolta da “Titus” (fra i promotori Filippo Nibbi e Mauro Pisini). Da una dichiarazione di poetica estrapoliamo: “la poesia corrompe lo spazio della teoria: il senso della poesia consiste forse in questo: che essa occupa la totalità dello spazio del senso e, allo stesso tempo, non si trova da nessuna parte: attaccata forse con una mano ad una finestra, penzolante nel vuoto; comunque arrabbiata, sconsolata, se le viene assegnata una stanza nella grande casa della letteratura”.
Ma anche la provincia fiorentina, oltre al lavoro esteso e riconfermativo di una tradizione viva come quello di “Erba d’Arno”, vanta progetti di tutto rilievo, fra questi si indica la rivista “Pietraserena”.
“Pietraserena” nasce a Carmignano nel 1989 per opera di Walter Nesti (ma a visto molti di noi coinvolti nell’esperimento) e dura fino alla seconda metà degli anni Novanta pubblicando testi critici e creativi degli scrittori più rappresentativi della quarta e quinta generazione. Il suo programma è espresso nell’editoriale del primo numero. Da questo stralciamo: “La massificazione e la programmazione hanno ridotto l'uomo a un prodotto da subornare per essere meglio venduto. In questo contesto l 'uso della parola è diventato un codice di fredda comunicazione, un veicolo di trasposizione di atti e comportamenti da noi non decisi. Il millennio si chiude sulla visione apocalittica dell'uomo alluvionato dalla marea di codici comportamentali precostituiti, ma ormai incapace, in gran parte, di usare correttamente la massa di informazioni e di immagini che lo investe per esprimersi ed agire individualmente in piena autonomia…
Ecco, l 'esercizio della parola …e la volontà dell'intelligenza per riscoprire e rigustare la dignità dell'essere libero, nel rispetto di sé e dell'altro da sé, sono i grossi fili conduttori che ci guideranno in questo cammino.”
A livello di testi, un viaggio “geografico” sarà ripreso nella sezione “Dalla sorgente alla foce”.

LA RICOSTRUZIONE STORIOGRAFICA
La ricostruzione storiografica, che da questa documentazione deriva, deve tenere presente alcune dicotomie che hanno inficiato questo lungo periodo di transizione. Innanzi tutto si deve denunciare la divaricazione operata dalla editoria ufficiale che, nel sincrono, ha messo sugli scudi i poeti del cosiddetto triangolo industriale i quali hanno così potuto godere di una superfetazione dell'immagine facendo coincidere in corto circuito l’ attuale con il contemporaneo, lasciando fuori dalla porta i poeti che hanno lavorato nel paese reale e per tempi lunghi.
Evidenziare tale dicotomia significa ripartire da capo, da una civiltà letteraria che attraverso la vita delle riviste e dei gruppi ha posto ragionevoli basi di poetica e valorizzato anche a livello estetico le singole voci.
Poeti che, tuttavia, in questo repertorio conclusivo, non sono esemplati singolarmente a tutto tondo (ciò è stato fatto nelle mie precedenti antologie), ma in quanto interpreti di “ luoghi, tempi, modi, figure, relazioni”, protagonisti di un operoso quadro di insieme già documentato da un primo volume, La città scritta, che comprende una selezione dei miei scritti attraverso i quali è possibile ricostruire movimenti ed autori che hanno operato in quegli anni.
Nella Città scritta “l’attuale”, che non è più cronaca e non ancora storia, è riordinato dal 1950 al 2000. Vi si può leggere quanto avveniva nel clima degli anni ’50 e oltre, il connubio fra poesia e pittura, la nascita dei gruppi e delle riviste che aprì un dialogo con la nuova intelligenza italiana (Pasolini, Fortini, Roversi, Zanzotto) per giungere ai fermenti degli anni Ottanta..
Si documenta poi il tessuto antropologico culturale ora orientato verso la poesia popolare, il dialogo con le altre aree della Toscana e la dissacrazione satirica.
Emerge una Firenze che negli anni è apparsa “carsica”, di eventi che qui si ricompongono sia per quanto concerne i gruppi autoctoni di varie tendenze che per l’ospitalità verso poeti di altre regioni, così che Firenze perde i connotati di città municipale chiusa in se stessa.
Si va da una cultura della e nella polis, dove l’impegno e l’approfondimento procedono di pari passo, ad un ritorno ai luoghi della poesia, fra cui le Giubbe Rosse, in un antico centro a vita nuova restituito.
Questo volume, unico perché ha recuperato quanto rischiava l’effimero nella memoria della città, fa seguito ad una serie di repertori (Poeti della Toscana, Nostos, Il cuore costante, Carteggio) ed esce in concomitanza con la pubblicazione degli atti del Pianeta poesia, ( laboratorio presieduto dall’autore e tutt’ora operante ) e della costituzione di un fondo librario pubblico dove sono catalogati i volumi di poesia dei cui autori qui si tratta. Un menabò, se vogliamo, da integrare e su cui dibattere. Se ciò accadesse, vorrebbe dire che la poesia del secondo Novecento in Toscana diverrebbe motivo di ricerca e uscirebbe dal cerchio di gesso della damnatio memoriae.

In questo secondo volume si è ripartiti dalle rovine del senso, dalla ricerca di un segno che nuovamente configurasse l'uomo nel suo divenire; dunque, da un discorso orizzontale, nel quale la persistenza dei valori passava attraverso una nuova weltanschaung e una nuova koinè. In breve, il laboratorio del poeta cercava di ricomporre in modo anche faticoso il rapporto fra parole e cose. Rapporto andato in frantumi nel mostruoso deflagrare della storia.
La guerra fu uno spartiacque grande, la ricerca sulla parola degli ermetici lasciò il posto ad un vivo rapporto con la realtà e dunque ad un linguaggio che nascesse dalle cose dagli uomini e che si fondasse su comuni esigenze di comunicazione, sia pure salvaguardando la specificità letteraria.
La lingua, insomma, più che la parola, permetteva di rianimare un mondo interamente da inventare e da definire. L'ermetismo, in cui si era arroccata la coscienza ferita dei poeti, non era più sufficiente a esprimere l'uomo altre esigenze.
Ripetiamo, qualunque fosse l'ideologia, da qualunque tendenza letteraria si muovesse, vi era una comunità di intenti che ha costituito il filo rosso della poesia dal ‘50 al 2000.

TENDENZE
Riassumendo ed ampliando, questo breve “prontuario” può servire all’intelligenza del lettore Per meglio intendere la natura e la tendenza dei testi accostati trasversalmente nel palinsesto tematico dell’opera.
Propositi di poesia civile
La poesia civile del secondo dopoguerra mostra finalità comuni: una radicale esigenza di palingenesi storica da attuarsi attraverso l'uso di una parola rinnovata. Ad esempio, la nuove istanze verso la trascendenza trovano complemento nella negazione della lirica pura espressa nei propositi di poesia civile.
L’istanza metafisica
Partendo dalla matrice cristiana si nota, si manifesta come portatrice di amore e speranza in una storia che, per tempi lunghi ”altro non è/ che un frusciare di vento tra le fronde.”, per dire con Bruno Nardini.
Dunque, da un lato il poeta per tempi lunghi che affida alla poesia e il messaggio salvifico, dall'altro il senso di una palingenesi che si riconosce nel nome dell'uomo.
Il tutto o con un linguaggio piano e pieno che conferma la traducibilità dell'ineffabile e in un modo nuovo, più discorsivo se vogliamo, ma sempre impostato secondo il canone dell'armonia poetica.
Le parole e le cose
Questa interrogazione rimanda alla radice semantica del rapporto fra i nomi e le cose. Dare o un nome alle cose non è facile, oltre tutto può anche impoverire senso del discorso. Tanto più si esprime lo spazio dell'ineffabile, tanto più la poesia si salva dalla retorica, non per una scelta intimista, ma perché il discorso trovi o una sua consistenza in divenire e cerchi di cogliere l'essenza del divenire medesimo.
Da un lato la poesia sperimentale porre la questione nel corpo stesso della lingua, dall'altro la poesia che cerca un senso all'interno dell'uomo trova la sua definizione nel principio filosofico per cui nomina sunt consequentia rerum.
3 l’elegia bifronte

il corpo del poiein
Nella poesia moderna c'è poco spazio per la lirica pura né per la retorica dei valori. E dunque il poeta, non escludendo di attingere al mondo dell'ineffabile, mette in campo il pensiero poetante così che l’elegia, il sentimento della propria transitorietà, si attiva in un discorso ricco di sfumature dove ha anche la dichiarazione di poetica ha una sua collocazione.
Si tratta dunque di un elegia s'ha bifronte, volta ma alla tradizione per quanto concerne la comunicabilità, ma sensibile al modernismo per la disposizione a cogliere gli accadimenti interiori che il qui ed ora propone come flusso di coscienza.
Pensiero e sentimento sono continuamente tesi nel verso e nella strofa come un felice ossimoro.
la parola giocata
Il sommovimento linguistico che la neavanguardia determinò nel corpo della poesia del 900 a partire dal 1963 fu decisivo come una forma di parola messa in gioco anche oltre i suoi stessi limiti.
In parallelo prese campo la sintesi fra filosofia, psicologia, psicanalisi e i nuovi linguaggi proposta dai nuovi filosofi francesi e in particolare Lacan.
Dal lineare al visivo (solo un cenno) sulla poesia non lineare deve essere svolto un lavoro diverso. Si dà solo un cenno di tre poeti fondamentali per quell’area che pure hanno iniziato con precisi porgreammi di sviluppo nell’area della poesia lineare. Lamberto Pignotti, Eugenio Miccini.

P.S.; Nei circoli fiorentini alla fine del Novecento la poesia prende due strade completamente diverse. Da un lato la parola viene comunque giocata nel flusso di coscienza, nella vocalità iterativa dei poeti americani on the road, nella contaminazione verbale visiva, etc. dall'altro si elabora a una scrittura intimistiche che comporta la affabulazione dell’io col tentativo di restituire forma al versante lirico di cui si dà documentazione nella sezione finale All’ombra delle muse.

DOPO GLI ANNI OTTANTA: POETI ALLE GIUBBE ROSSE

-A partire dagli anni 80 Le Giubbe Rosse, ad opera di Giancarlo Viviani, ripresero una notevole attività letteraria. Numerosi sono i poeti inclusi in questa nostra antologia che hanno frequentato lo storico caffè contribuendo con la loro amica presenza a ricostruire un'immagine culturale della città.
Poeti fiorentini di origine, di adozione e ospiti si sono susseguiti a conferma, dal vivo, di una realtà.
Un po’ di cronaca. Parallelamente alla nascita dell’intergruppo di Ottovolante, ideato e fortemente voluto da Massimo Mori, Giancarlo Viviani, amico dei gestori delle Giubbe Rosse ( poi passate alla lungimirante gestione dei fratelli Smalzi) decise di riprendere gli incontri, interrotti ormai da decenni, presso il prestigioso caffè. E ne divenne direttore artistico.
Lo fece con grande misura, programmando un incontro al mese e sottolineandone l’importanza in un contesto non ancora affollato di eventi.
Perciò lo invitai, insieme ad altri, a fare parte di Ottovolante. Da qui nacque una sinergia che allargò il palinsesto degli interventi alle Giubbe Rosse, tanto che alla morte prematura di Giancarlo Viviani, Massimo Mori, leader di Ottovolante, gli subentrò nel ruolo.
La trama delle presenze e si infitti: Mariella Bettarini, direttrice di “Salvo Imprevisti”; Paolo Codazzi, direttore con me di “Stazione di Posta”; Roberto Gagno, ideatore e animatore del gruppo editoriale senese “Il Messalo”; e poi davvero tantissimi altri. Presenze di spicco come Stefano Lanuzza, Renzo Ricchi, Giuseppe Baldassarre, Giovanni Frullini. Giuseppe Panella. Negli anni ‘90 vi sono stati ospitati gli amici di Novecento Poesia Gino Gerola Antonio La Penna, Carlo Lapucci, Veniero Scarselli Carmelo Mezzasalma, Roberta Degl’Innocenti.

Il dibattito che ha animato e anima gli ospiti dello storico caffè è espresso da uno dei nostri autori, Evaristo Righi, in questo Omaggio alle Giubbe Rosse letto il 17 febbraio 2006 durante la presentazione del suo libro Sogno d'inverno a Terontola Alta, (Edizioni Era Nuova), curata dal Pianeta Poesia, a dimostrazione che il clima che vi si respira non è agiografico ma intelligentemente mosso da poetiche diverse.
“Le Giubbe Rosse continuano ad essere un crocevia della letteratura in questo avvicendamento di secoli.. Niva Lorenzini viene qui a presentare La poesia italiana del Novecento; libro da me letto e riletto, soprattutto durante la scrittura del sesto canto del mio Sogno d’inverno.... Ho frequentato assiduamente le Giubbe Rosse fra gli anni '80 e '90. Le avanguardie erano e penso che siano tuttora di casa nello storico locale che ci ospita. Le avanguardie sono un punto di riferimento forte per me, ma anche un idolo polemico. Sono state necessarie ai loro momenti storici. Recentemente, Sanguineti, nelle Conversazioni sulla cultura del ventesimo secolo (Sanguineti / Novecento, il melangolo), ha detto che nel Novecento l'unico realismo è stato quello delle avanguardie! Nell'interpretazione della realtà e nella conseguente formulazione delle poetiche, le avanguardie si san date delle regole che hanno contribuito all'orientamento generale del gusto.
Ma, in pratica, ogni artista, nel seguire, più o meno consapevolmente, la sua poetica interiore, rispetta le regole che si dà. E, se le sue naturali inclinazioni contrastano con le idee correnti, è posto continuamente davanti ad un bivio. Ed è per ciò che mi si presenta la domanda seguente: "Quella rigidità che è stata introdotta nel gusto, per renderlo più avvertito nei confronti di una realtà sentita come schizofrenica non ha indebolito troppo le naturali capacità. di comunicazione? “
Il problema è diffuso, soprattutto in questo momento che di comunicazione ha bisogno. E sono quindi lieto di poterlo esporre alle Giubbe Rosse presentando il mio Sogno d' inverno… , che sarebbe, un po' , anche un' utopìa immersa in un'atmosfera gelida.”

Altri si possono essere definiti legittimamente, anche se in senso lato, “voci di questo laboratorio urbano”, ricchissime di connessioni e stimolanti diversità, che negli anni Novanta ha messo a confronto più generazioni e più tendenze.
Si parla di Giancarlo Bianchi, Alberta Bigagli, Alma Borgini, Mariagrazia Carraroli, Giovanna Fozzer, Luciano Fusi, Laura Maria Gabrielleschi, Fiorenza Giovannini, Francesco Giuntini, Chiara Guarducci, Marco Di Bari, Ivo Guasti, Mario Lena, Sirio Salimbeni, Fornaretto Vieri, ,Innocenza Scerrotta Samà, Mario Sodi, Caterina Trombetti, Liliana Ugolini, Maria Pia Moschini, Antonio Basile, Giuseppe Panella, Giuseppe Baldassarre, Alma Borgini, Mauro Raddi.
Si aggiungono, cronologicamente, le voci di fine millennio di cui si parla nell’ultimo capitolo, “All’ombra delle Muse”, a conferma della civiltà letteraria che si è formata all’interno dello storico Caffè letterario.

Per l’intelligenza del lettore, anticipiamo qui una sintetica definizione delle tendenze che potrà ritrovare nel corso del repertorio e che sono indicizzate nella struttura dell’opera alla sezione c di Poeti e poetiche.

POETI DELLA TOSCANA
Repertorio ragionato del secondo Novecento

La struttura dell’opera
Facciamo a questo punto, per rapidi tratti, un cenno alla struttura dell’opera che si suddivide in cinque parti, ognuna delle quali a sua volta è costituita da sezioni interne.

1 – POETI E POETICHE
a)In prima istanza si presentano i poeti con le loro testimonianze delle metamorfosi della storia sia sul versante civile che su quello religioso.
b)Una documentazione ampia ed originale riguarda il mondo femminile che, partendo dal femminismo, ha aperto nuovi orizzonti al fare poesia in quanto tale.
c)Poi le poetiche, così come sono emerse dal laboratorio (l’istanza civile, l’istanza metafisica, i nomi e le cose, il corpo del poièin, la parola innamorata e l’oltre, la parola giocata, con un finale auspicio di onestà intellettuale.)
d) L’intreccio delle corrispondenze poetiche, quasi un epistolario a documentazione di una stagione ricca di incontri, convergenze, sentimenti del tempo condivisi o dialettici, sempre comunque vivi nel farsi parola vissuta e vivibile.
e – I confronti generazionali da cui emergono gli scarti del tempo, nuovi modi di sentire e di rapportarsi anche rispetto alla storia.
g – I testi didascalici che possono avere fissato un’epoca.

2 - LA POLIS
a - Generazioni a Firenze: il fattivo incontro fra gli ermetici e i poeti del Secondo dopoguerra presso lo storico caffè Paszkowskj.
b - La città vissuta dai poeti, in tutti i suoi aspetti che vanno dalla pietas al tratteggio antropologico, dall’intuizione lirica al divertissement dissacratorio, dall’icona al documento. c - Dalla sorgente alla foce: una conferma della vocazione “etrusca” dalla sorgente aretina all’estuario tirrenico con le voci dei suoi poeti.
d – Hinterland: la città nel tempo, dalle storiche periferie, alle città divenute metropoli che hanno determinato una vera e propria rivoluzione ecologica.
e - Le terre del nostos: le voci dei poeti che, trasferitisi a Firenze, tendono ad alimentare il proprio canto con la luce delle origini.
f - Verso l’Europa: un ampio repertorio che documenta la vocazione di un laboratorio in cui sono raccolti viaggi, esperienze di lavoro, prese di posizione ideologiche, frammenti luminosi di realtà diverse.

3 - STANZE E DISTANZE
In questo capitolo ci si avventura nell’universo più intimo del poeta.
a - La casa, così come è stata vissuta in una stagione storicamente di grandi emergenze sia strutturali che antropologiche. La ricostruzione, si vuole dire, e gli anni delle radicali riforme civili. La casa, dunque, come punto di riferimento e di ritorno per un viaggio molto più ampio e intorno all’uomo.
b – Le figure di soglia. L’altro da sé, che più direttamente riguarda il poeta. Figure che ne determinano la stessa presenza fino ad aprirla al mondo dei sentimenti. Presenze di un dramma in cui il poeta a volte sta al centro e a volte, invece, è coinvolto in un gioco di luci ed ombre.
c – La creaturalità, l’interazione col mondo animale che da sempre arricchisce e mette in discussione la centralità umanistica. Un modello di vita che spesso dovrebbe essere preso ad esempio, nel suo essenziale manifestarsi, per lenire la gratuità di certe degenerazioni che caratterizzano l’uomo.
d - Oltranze diverse. Dalle stanze alle distanze, ovvero alle oltranze che aprono lo sguardo a universi ora in dissolvenze ed ora verso ulteriori illuminazioni surreali, utopiche o trascendentali.

4 – LA POESIA POEMATICA E L’ARS BREVIS
a - Alcuni modelli di poesia epica poematica, sia come forma di nostos che come sperimentazione di nuovi universi filosofico-linguistici.
a – Una serie di epigrafi a scandire i frammenti vivi di una generazione. b – L’apertura a nuove finestre sul mondo attraverso gli haiku.
5 - ALL’OMBRA DELLE MUSE – VOCI DI FINE SECOLO
In questo ultimo capitolo sono ordinate, rispettando nei limiti del possibile gli schemi precedentemente esposti, le voci di chi ha scritto un solo libro, andando al di là delle premesse e delle promesse, testimoniando una concreta coscienza etico – estetica.
Inoltre, sono inclusi i poeti che hanno pubblicato alla fine del secolo la cui misura testimonia l’appartenenza a una civiltà letteraria, quasi ad una scuola, verrebbe da dire, che trova alimento o nella leggerezza, nel wit, o nella fedeltà a una tradizione, tutto sommato, “toscana”. Il che significa l’armonizzazione fra il sentimento e l’asciuttezza del dettato. Si è seguito il rigore bibliografico, escludendo in ogni caso i poeti che non abbiano pubblicato in volume entro il 2000.
È perciò rimasta fuori la documentazione dei giovani che sono emersi negli ultimi tempi e valorizzati, in particolare, dall’esperienza di “Nodo sottile”, ai cui quaderni collettanei doverosamente si rimanda.





PROFILI

PIERO VITI, UN CASO DI ARTE TOTALE
di Franco Manescalchi

Piero Viti, un caso di arte totale e così dicendo si vuole attribuire all'intelligenza e alla sensibilità dell'artista una specifica fenomenologia in cui coincidono arte, poesia, poetica, manualità e digitazione segnica, creatività ludica, progettualità spaziale, sinergia scenografica con la natura, libera gestualità, ridefinizione di un mondo altrimenti inerte e finito in se stesso, stupore della propria emergenza in un universo dove il possibile diviene cifra identitaria.
Trascorrere un pomeriggio nella casa e nello studio di Viti significa è esattamente essere coinvolti in una eventualità ovvero in un fenomenologico divenire caratterizzato dall'originalità e dalla freschezza di un'immaginazione che configura scenari ulteriori a quelli lasciati fuori dalla porta d'ingresso.
Riprendiamo punto per punto le apodittiche affermazioni che aprono questo scritto.
L’ arte, dicevamo. Uno sviluppo senza soluzione di continuità di forme archetipe che si susseguono una dopo l'altra in una geometria materica in cui la povertà dei mezzi vuole esplicitamente alludere ad una estetica non edonistica chiedendo, all'opposto, di trovare spazi tridimensionali, possibili “edifici” spazio-temporali per un nuovo umanesimo.
Insomma, la proiezione chiede che gli archetipi trovino una loro architettura e questa configuri un mondo abitabile in cui siano lasciate alle spalle la sopraffazione e la violenza.
E dunque, lo sviluppo tecnologico è visto da Viti non come una forma alienante, ma come il frutto del pensiero creativo proprio in ragione di quella sinergia con la natura nelle sue radici vitali.
La poesia multimediale di Viti altro non è che la mise en espace di tale complessa esperienza che da una elaborazione interiore trova esiti fenomenologici di linguaggio. Per questo motivo le sue performances hanno quasi un aspetto didascalico, si propongono come prestidigitazione di un progetto neorinascimentale.
Ed ecco allora esplicitata la sua poetica che, non rinnegando lontane premesse dadaiste in cui caso, caos e casa coincidono e neppure le interdisciplinarietà dei linguaggi sviluppatasi appunto col gap tecnologico dei primi anni 60, si colloca in uno spazio ulteriore dove la vitalità e il pensiero si sembrano fare riferimento al picassiano trovare più che cercare. Per precisare, Viti sviluppa una metafora dell'arte applicata in una sua nicchia, in uno suo laboratorio dove le cose divengono linguaggio e viceversa.
Da qui la manualità, ovvero l'originaria potenza della mano a creare forme di una funzionalità non stereotipa istoriate da una digitazione segnica e cromatica senza la quale sarebbero rimasti nudi scheletri. D'altronde basta poco perché questo avvenga, perché la struttura scheletrica si rivesta per miracolo di una sua pulsione dall'interno spesso monocromatica, spesso ruvida come la superficie di tutte le cose vive.
Presiede a tutto questo, naturalmente, una creatività ludica, un divertissement non fine a se stesso nel ricomporre i nessi fra senso e segno, una sorta di gesto creativo e creaturale insieme che non riduce ma personalizza al massimo il discorso sempre in fieri di Viti. Si vuole dire, per la precisione, che il progetto di quest'artista tende a proporsi come utile per l'abitabilità di un nuovo mondo e nello stesso tempo conserva la purezza di un gesto che vuole proporsi innanzitutto all'intimo del fruitore.
Vuole in prima istanza creare spazi interni a chi osserva coinvolgendo in un progetto d'arte e di artificio volto a ricreare sguardi di vita, nella vita, per la vita.
Ecco in che senso si parlava di creatività ludica senza escludere il doppio disegno inteso ad agire sull'anima e sul mondo.
Per cui la progettualità spaziale non intende riproporre una dimensione brunelleschiana, ma la tridimensionalità è sempre messa in gioco in uno spazio altro rivitalizzato a misura di un uomo che ha scoperto la dimensione rigeneratrice del tempo.
La gestualità, nell'affidarsi a forme primigenie, che sono emblemi e lemmi di un nuovo linguaggio, agisce in sintonia con la natura, è natura prefigurante essa stessa, stupisce e si stupisce, come scrivevamo all'inizio, per la propria sapienzialietà confluendo nel margine vivo dell'esserci fenomenologia.
Infine, il mondo di fantasia di Viti si propone come un'utopia possibile, come una realtà poetica vivibilissima, molto di più di quella che troviamo fuori dal suo studio con la quale tuttavia l'artista vuole convivere e condividere “ l'intelligenza” per un mondo migliore.

ARTE COME INCONTRO
Giovanna Ugolini, un’artista amica dei poeti
In termini artistici, diciamo che la pittrice ha una forte sensibilità di tratto e di colore, di luci ed ombre, non disgiunta da una volontà di testimoniare la crisi etica del nostro tempo e dunque la meraviglia della creazione subisce una cospicua azione di straniamento.
L' operazione da un lato è ambiziosa, ma dall' altro si concretizza positivamente per la coerenza naturale del laboratorio dell'artista. In particolare, piace il modo di imparentare le forme quasi aggressive della vita diurna tendenti ad imporsi con tutta la forza della loro evidenza, con l'ineffabile matericità delle figure del sogno. Lo specchio deformante dell'immaginazione fa sì che l'incubo della realtà e la realtà dell'incubo finiscano per coincidere. In questo senso vorrei sottolineare questo "immaginario" che non si distacca dal verosimile e fonde terra e cielo, acqua e fuoco nel taglio di uno sguardo, nella riemersione coscienziale degli oggetti più umili, o nella campitura di colore e luce di un abbigliamento quotidiano.
Certamente il mezzo tecnico, la tempera acrilica, così felicemente manipolato, permette queste sintesi che danno luogo ad esiti anche imprevisti, a folte suggestioni cromatiche, a tratteggi che si estenuano, romanticamente, nello sfondo.
Insomma, in una stagione in cui l'arte si risolve in dimensioni concettuali, la Ugolini conserva e ripropone un' opera ancora connessa agli impulsi primari, all'interazione col mondo, alle pulsioni cromatiche ed al gesto pittorico ampio, quasi solenne nella sua imprevedibile modernità, sulla tela. I critici hanno molto apprezzato questo suo vigore interno, con cui distrugge per costruire, e particolarmente un artista come Manfredi ha indicato, per lei, i modelli di riferimento nei grandi espressionisti tedeschi e nel Novecento italiano più incisivo, da Rosai a Viani. Ma direi che Giovanna Ugolini è andata oltre l' azione critica degli espressionisti. Essa ha tentato una via più interna e dal vicolo cieco dell'esistenza ha tratto icone oscure e appassionate, affacciate alla soglia di una notte storica sempre più evidente.
D' altronde a ben vedere, essa interpreta il proprio mondo, la propria cerchia di esperienze non svolge un discorso sulla decadenza storica se non per analogia.
Di sua amara consuetudine sono le figure (veri e propri alter ego), gli oggetti degli spazi familiari, quel tanto di città che la riguarda e di cui si fa viva interprete.
Per tutti questi motivi, Giovanna Ugolini appare come una testimone di un tempo macerato interiormente, fibra a fibra e non sembra apparentabile a gruppi o tendenze variamente collocati. Semmai, si deve sottolineare una personale vena in cui l'elegiaco ed il civile finiscono col compenetrarsi e questo è tipico della sobrietà della pittura toscana che viene da lontanO- e che negli anni Quaranta è stata caratterizzata dai Maestri della Scuola d' Arte.
Né si deve pensare che questa pittura si limiti all'autoctono perché, all'opposto ha sempre mediato, pur rimanendo se stessa, impulsi europei. Ma, anche su questo riferimento, non insisterei più di tanto, preferendo certamente sottolineare l'originalità di un'opera che ha saputo trovare nel quotidiano l'inquietudine più grande, quella dell'anima che interroga e si interroga senza avere una risposta che non sia la necessaria " condanna” della forma, la comunanza di un destino che ha bisogno dell'arte per avere una definizione, perché dal profondo emerga il senso della vita.





RECENSIONI E TESTIMONIANZE



Flavia Buldrini
sul sito letterario Literary

La città scritta di Franco Manescalchi è un corposo saggio che offre un’ampia e minuziosa panoramica sulla letteratura del Novecento. Il polo catalizzatore è Firenze, consacrata indiscutibilmente quale patria della poesia, dal padre delle lettere e vate Dante fino all’ultimo erede dell’ermetismo e della lirica aulica Mario Luzi. Vicissitudini personali s’intrecciano alle contingenze storiche e sociali, ripercorrendo, attraverso lo sguardo illuminato del poeta, aspetti significativi che hanno costellato l’esistenza individuale e collettiva. Addentrandosi in un passato mitico, da età dell’oro, legato ai sapori e agli odori della propria terra di vittoriniana memoria, riaffiorano tutte le sensazioni che gravitano intorno alla personalità dello scrittore, costruita attraverso fecondi scambi letterari e umani, interagendo attivamente con la Storia. La poesia, così, diventa occasione di amicizia, grazie alla frequentazione del celebre caffè delle Giubbe Rosse, inossidabile crocevia per i pensatori che hanno particolarmente segnato la sua formazione; inoltre essa si rivela strumento di conoscenza e di arricchimento interiore. L’autore promuove un’attività letteraria di larghe vedute, estesa a quanti sono intellettualmente vivaci e che non disdegna di “ascoltare” talenti nuovi come di coltivare quelli già consolidati.
Si riunisce, allora, intorno alla creatività di una prima rivista, da “Cinzia” degli anni giovani, a “Quartiere” con personaggi come Giuseppe Zagarrio, che può essere considerato il suo maestro, fino a “Collettivo R.”, un’esperienza più adulta e socialmente responsabile. Ciò che muove Franco Manescalchi è la passione per la letteratura, intesa non come lettera morta, bensì come impegno civile e morale, ciò che gli consente di spendersi gratuitamente e generosamente con un vaglio meticoloso dei valori culturali emergenti e delle forze umane interagenti. È proprio di umanesimo che si deve parlare pensando alla notevole fatica, che può nascere soltanto da un grande amore per l’uomo e per la sua espressione più innata che è l’arte, di tenere in piedi questo corpus letterario colossale, che non è solo l’ingente mole di questo saggio, bensì tutto un organismo che coordina la varietà delle performance della scrittura, le analizza ad una ad una e le inquadra in un contesto che attiene in modo autentico e profondo alla realtà. L’autore abbraccia uno spaccato enorme della produzione letteraria del Novecento, soffermandosi sui grandi poeti che hanno dato lustro alla storia della letteratura con icastiche definizioni, da Ungaretti, “Vate illuminato”, dall’“ulissismo verticale”, Montale con la sua “Storia impossibile”, Campana con il suo “analogismo orfico”, Zanzotto con la sua “genetica tellurica”, Caproni con la sua “serena disperazione”, Sereni, “trapassante perplesso.” Al di là delle etichette sui movimenti culturali più o meno convenzionali, tra decadentismo, ermetismo, neorealismo e avanguardie, una distinzione interessante è quella tra i poeti dell’animo (Jahier, Campana e Palazzeschi), cioè del calarsi pienamente nella realtà e dell’anima (Saba, Govoni, Sbarbaro, Rebora), vale a dire della propria intimistica espressività. In questa prospettiva Ungaretti, Montale e Cardarelli sintetizzano le due correnti in una poetica “generazionale.” Ma Franco Manescalchi accende i riflettori anche su un mondo per lo più sommerso, di autori meno noti, che pure hanno apportato un contributo rilevante alla civiltà poetica. Così, seguendo il filone meridionale, oltre a Vittorini e Cattafi, troviamo Rosa Maria Fusco, Raffaele Nigro e Gavino Ledda che con Padre padrone ha gettato luce sul contesto di povertà e di atavica soggezione del Sud. Edificante è poi scandagliare il versante metafisico con il “magistero interiore” di Mario Luzi, “punto di riferimento generazionale per la componente etica che manifesta dentro la Storia”; Alessandro Parronchi, con la sua “vocalità franta”; David Maria Turoldo, in cui “la sua presenza profetica è rappresentata dalle scelte di vita in favore degli ultimi, dal continuo dialogo con Dio”; Margherita Guidacci, “con l’umiltà fragrante di chi è passato attraverso la prova cruciale del dolore.” E poi ancora Renzo Bersacchi, “legato al vizio di divinizzare / la carne e umanizzare il freddo lampo / di Dio”; Mario Sodi, con “una forma di ‘attesa’ dell’Altro, un’attesa vissuta con animo vibrante, fibra per fibra”; Renzo Ricchi con “lo spavento dell’infinito cosmico”; Roberto Coppini con “la bellezza del dolore”; Paola Lucarini Poggi con “lo splendore primigenio di un mondo pronunciato dalle labbra degli Dei – non ancora bestemmiato dalla bocca degli uomini”; Francesco Marcucci con “un’affranta fraternità.”
Al termine di questa dettagliata rassegna, si svolgono, in un’intervista, alcune riflessioni intorno alla poetica dell’autore, da cui emergono il proprio credo civile e religioso insieme (“in una tensione religiosa verso l’Altro”), il proprio engagement nella Storia, con un’attenzione privilegiata alla Resistenza, “in una tensione etica ed estetica”, volta al poièin, l’amore per la scrittura satirica ed epigrammatica, la riscoperta del dialetto che attinge ad una matrice popolare, la commistione con il linguaggio fotografico e cinematografico. Su tutto, alla fine, insorge un interrogativo sul senso della poesia, “sempre tragica”, anche in rapporto al moderno mercato editoriale che promuove firme prestigiose ma lascia in ombra scrittori meritevoli. Interessante è l’immagine delle ninfee, Muse di Monet, per simboleggiare icasticamente la natura ambigua ed evanescente della poesia, oltre a identificarla in una crisalide che aspira a spiccare il volo; ugualmente calzante è la descrizione della condizione attuale del poeta come angelo decaduto: “Chi è il poeta? Col simbolismo il promeneur rousseauiano diviene flaneur (girovago emarginato), con Baudelaire nel contesto urbano il cigno (ovvero la poesia nella sua bellezza e verità nata ed inserita nel contesto sociale) diventa l’Albatros spregiato dai marinai, inadatto a vivere nella quotidianità e nella storia. Tutto il decadentismo è segnato da questa condizione: Gozzano sarà una Cosa con due gambe, Corazzini un Bambino che piange, Ungaretti Girovago, Uomo di pena, Palazzeschi un Saltimbanco della propria anima, ecc.” Suggestiva è poi questa definizione dell’arte poetica: “La poesia è come una diga che difende i domini dell’essere dalla tentazione dell’avere.”

Renzo Ricchi - Nuova antologia luglio-settembre 2008

Il Centro di studio e documentazione della poesia di Firenze

Sono trascorsi diciassette anni da quando, nel settembre de11991, a Firenze fu deciso di dare vita ad un' Associazione di volontariato per la promozione della letteratura e dell'arte che all'inizio si chiamò «Accademia Poliziano», quindi, nel 1996, prese il nome di «Novecento -Libera cattedra di poesia» e dal 2000 si chiama «Novecento -Centro di studio e documentazione».
Compiti di questa istituzione sono quelli di tutelare, valorizzare e diffondere la produzione della poesia e delle arti indicendo dibattiti, concorsi e manifestazioni in favore dei propri soci nonché di promuovere corsi di didattica nel settore; e inoltre di instaurare collaborazioni con associazioni ed enti nazionali e internazionali.
Sono stati diciassette anni di intenso lavoro, portato avanti coinvolgendo un alto numero di docenti ed esperti, e raggiungendo un bacino di utenza di migliaia di persone.
Fino al 1996 le attività venivano svolte in collaborazione con la Biblioteca Nazionale Centrale di Firenze, dal 1996 al 2000 in collaborazione col Quartiere 1 del Comune; dal 2000 l' Associazione Novecento Poesia, Centro Studi e Documentazione, ha dato vita al ciclo di incontri del «Pianeta poesia» inserendosi in un progetto dell'assessorato alla Cultura del Comune fino al 2007.
Successivamente è stata aperta una collaborazione con la Biblioteca Marucelliana.
In tutti questi anni il Centro si è impegnato settimanalmente nel rendere visibili in modo dinamico alcune linee emergenti nell'attuale nella poesia e nella letteratura. Infatti, per il suo impegno riconosciuto, l' Associazione è stata iscritta all' Albo regionale per la promozione culturale e all' Albo delle associazioni di volontariato del Comune di Firenze.
Il «calendario» degli ultimi due anni è sufficiente per documentare il fitto susseguirsi degli incontri e la qualità delle presenze articolate nei vari settori: dai laboratori ai seminari, alle promozioni editoriali, alle letture sceniche, al ciclo permanente dedicato al multimediale, che ha messo in evidenza performers di fama nazionale e internazionale. E questo, grazie all'impegno costante di Giuseppe Baldassarre, Giuseppe Panella, Liliana Ugolini, Anna Maria Guidi, Mariagrazia Carraroli, Giovanna Fozzer, Mario Sodi, Giancarlo Bianchi, Giovanni Commare; e col contributo di Lia Bronzi, Alma Borgini, Maria Teresa De Chiara Simoncini, Leandro Piantini, Anna Balsamo e tanti altri che sarebbe troppo lungo elencare, in rappresentanza di una civiltà letteraria operante sul territorio e che nel «Pianeta poesia» trova una cornice in cui confrontarsi per costruire un progetto culturale.
Infaticabile animatore, organizzatore e regista di tutto questo, fin dagli inizi, Franco Manescalchi, che allo studio, alla diffusione, alla storicizzazione, alla documentazione e all'archiviazione della poesia del Novecento si dedica ormai da moltissimi anni.
Non va sottovalutato il fatto che nella presentazione al volume degli Atti del «Pianeta poesia», a firma dell'assessore alla Cultura di Firenze, si legge: «'Pianeta poesia' si contraddistingue, all'interno delle attività culturali che si svolgono nell'area fiorentina, anche per l'alto profilo dei temi trattati e per l'indiscusso valore dei suoi promotori e dei suoi ospiti. L'attività poetica militante è il motore" della letteratura perche ciò che oggi è novità domani potrà diventare un classico, perché il fare poesia attiva (sia a livello individuale del singolo poeta che a livello sociale) meccanismi psicologici e processi conoscitivi che rappresentano il miglior propellente per la poesia del futuro: infatti il fare poesia è il migliore strumento e il più coinvolgente mezzo anche per avvicinare il pensiero e le opere dei grandi scrittori del passato...'Pianeta poesia', in altri termini, è stato capace di avvicinare un sempre più nutrito numero di cittadini alla poesia, di diffondere la passione per la letteratura tra i giovani e non solo tra essi».

Da Reporter, novembre 2008

IL FOCUS –Tra le tante realtà della circoscrizione anche quella fondata da Franco Manescalchi
Una casa per autori emergenti: ecco Novecento Poesia

Fra le tante associazioni del quartiere spicca, per prestigio e originalità, "Novecento Poesia", fondata nel 1992 da Franco Manescalchi. Agli esordi l'associazione aveva un nome diverso, "Accademia Poliziano", successivamente ha assunto altre denominazioni, per approdare, nel 2000, al definitivo "Novecento Poesia - Centro di studi e documentazione".
La considerazione e il plauso sia da parte del pubblico che dell'istituzioni non deriva solo dalla professionalità e dalla correttezza con cui l'associazione, che cura la rassegna" Pianeta Poesia ", gestisce gli incontri e gli studi, ma anche dall ' autorevolezza e competenza dell'ideatore Manescalchi, esperto conoscitore e protagonista del panorama letterario contemporaneo.
L 'associazione ha come obiettivo la conoscenza di ciò che accade nel mondo della poesia, soprattutto di quelle realtà lontane dall'evidenza commerciale, e oltre ai seminari letterari -le cui sedi si snodano fra la biblioteca Marucelliana, le Giubbe Rosse,la libreria Melbookstore Seeber e Palazzo Panciatichi -propone anche le promozioni di attività librarie e di iniziative editoriali,. soprattutto a Supporto di nuovi autori.
L 'analisi dei molteplici aspetti e temi del panorama .letterario contemporaneo privilegia ovviamente la realtà toscana, e in particolar modo quella fiorentina, nella prospettiva di una poesia attiva. E l'interesse che suscitano gli incontri, oltre al contatto fra pubblico e autori, richiama anche i giovani, stimolando la partecipazione e l'avvicinamento ai grandi autori e a quelli emergenti locali. Non è da meno neanche l' attività storiografica, che dà vita a recensioni e critiche tenendo sempre accesi i riflettori su un mondo che, in molti, credevano già tramontato.

NELLA SEZIONE "LABORATORIO" ABBIAMO INIZIATO A PUBBLICARE ALCUNI E-BOOK DI FRANCO MANESCALCHI CHE POTETE LEGGERE E SCARICARE. QUESTA UNA PRIMA RISPOSTA DI LUCIANO RICCI

Franco,

franco: ecco, non mi viene altra parola da mettere accanto al tuo nome che le riassume tutte. Franco, Sono più di sessant'anni che giorno dopo giorno, attraverso il tempo, osservo nel tentativo di capire, d'intedere qualcosa di quanto mi sta intorno oltre che di me stesso.
Un minimo d'intuito a capire, a pre-vedere ce lo fornisce la comune animalesca natura; oltre quella "dose" ognuno deve provvedere a proprie spese.
La pittura prima, ma sopra ogni altra cosa, la fotografia poi, mi sono stare eccellenti maestre. La fotografia intesa fuori degli schemi consueti che son quelli che fa si venga ripreso quello che gli occhi vedono, (nel caso più fortunato si producono cartoline) ma quello che vede lo spirito. E' stampata a fuoco in me la frase di William Eugene Smith, uomo e fotografo di grande cultura capace di totale partecipazione all'umane disavventure. E' morto cieco a sessant'anni per una brutale bastonatura inflittagli qualche mese prima della sua morte dai gorilla degl'Imprenditori di Minamata che da anni scaricavano in mare mercurio, cromo e piombo. Nel mare dal quale le popolazione di quell'isola giapponese traeva il quotidiano nutrimento.
Vi furon delle mutazioni, nascevano creature deformi nel corpo e nella mente. Quattro mesi trascorse là Smith per documentare quello strazio e LIFE, il più famoso settimanale del mondo gli dette dieci pagine. Tornò qualche tempo dopo a Minamata e fu la sua morte.
Quella frase recitava:" Che ve ne fate di tanta profondità di campo se non è accompagnata da altrettanta profondità di sentimento e d'umana -compassione?"
L'ho fatta lunga, ma forse illunimerà un poco il perchè ho vissuto e vivo con l'occhio dello spirito attento dietro al mirino.
Davanti, l'obiettivo è sempre mentitore, dietro al mirino l'uomo fotografo è nudo e senza giustificazione.
L'ho ancora allugato questo dire, per dire che , molte volte , anche soffrendone, quanto quell'"occhio" si posa su qualcuno è come se quello ricevesse un'illuminazione che toglie via ogni maschera, ogni apparenza, ogni travestimento.
E la persona mi dice cos'è.
Può sembrarti una esagerata presunzione la mia , e in qualche modo può anche darsi lo sia , ma gli è che questa faccenda lo subisco anche quando non lo desidero.
Perché tutta questa tiritera?
Franco, la prima volta che ti ho incontrato, ero con Mariagrazia, a casa tua è stato come se ti avessi riconosciuto.
Chiedilo a Mariagrazia quel che le ho detto quando siamo usciti.
E da allora, tutte le volte che ti vedo, ti ascolto, ti leggo costante è i quel riconoscerti senza possibilità d'errore.
Sei Franco.
Ritengo essere un privilegio l'incontrare lungo il cammino anche un solo individuo della tua specie nel quale riconoscere il bene da qualsiasi parte lo rigiri: doppio privilegio il mio che ne ho incontrate due.
Renzo Chini di Piombino , uomo straordinario per cultura, onestà intellettuale ed umana, profondo conoscitore dei segni figurati e di totale disponibilità Più diversi per carattere e modi d'intendere non potevamo esserlo, scontri anche duri vi son stati tra noi, ma pure un arricchimento insostituibile. Non era un semplice amico, e non sarebbe stato poco, era qualcosa d'assai più importante.
Franco Manescalchi, e qui le parole mie finiscono, tutto ciò che avrei potuto dire lo hai detto tu con le TUE PAROLE e col tuo modo d'essere di vivere di rapportarti col prossimo e col mondo. Non son di quelli che fanno una distinzione netta fra quello che una persona è e quello che produce. Non ha per questi da essere posta la condizione di trovare una identità tra il dire e il fare , fra l'essere ed il produrre.
Sono convinto che l'autenticità reale tra l'essere e il fare si abbia quando le due fisionomie sono perfettamente fuse e indistinguibili, inseparabili l'una dall'altra. E per questa ragione è necessario conoscere la biografia e insieme l'opera.
Mi si obietterà che sono vissuti autori , come dire, in qualche modo schizofrenici, per la qual cosa una fatto è l'uomo ed un altro è quello che ha prodotto. Ed è anche frequente attribuire a questi il tratto del genio.
Cos'è il genio ? esiste davvero ?
E come si manifesta ?
Wagner un genio ? Goethe un Genio ?
Senza dubbio persone di stratosferica intelligenza e cultura che hanno prodotto opere di assoluta qualità. Ma cerchiamo un po’ più dentro, nel fondo.
Il primo, umanamente parlando, un opportunista mascalzone senza scrupolo di sorta. E' vero la sua musica ha saturato il campo della tonalità e avvinghia terribilmente soggiogandoti, ma la sua essenza è distruttiva, antiumana.
Il secondo: la scienza attuale gli attribuisce, per quello che possa valere , un quoziente intellettivo inaudito, le sue opere sono di valore assoluto e aprono nuove stagioni. Ancora ai nostri giorni si leggono ininterrottamente.
Ma chi era come persona ?
Uno snob con la puzzetta al naso che giudicava dall'alto chiunque gli capitasse dinnanzi e cominciar da Mozart e Beethoven dei quali , nonostante la mostruosa sensibilità ed intelligenza non ha mai capito alcunché.
Ma su questa strada si potrebbe camminare molto, molto a lungo.
E allora, e lo ripeto, io Luciano, pressoché un nulla, son felice quando m'avvedo che le due identità combaciano e ne sorte una sola, vera, sincera, autentica che non si può non stimare, amare e tenere ad esempio.
E dal momento che nel tuo essere questo si verifica ininterrottamente, mi offri un dono grande, che è fatto di commozione, ritrovamento di me, conforto e speranza.
Non ti passi neanche alla lontana che nel mio scrivere vi sia un'ombra di piaggeria. Scordatelo, non ne sono capace.
Mi ha deciso a importunarti con questo torrente di parole, la lettura, (due volte) delle tue poesie nel sito di Novecento poesia. Già prima avevo letto altre cose, in particolare quel tuo libro di cui ti ho anche detto, ma queste non mi hanno concesso il silenzio.
Abbi pazienza e sopporta.
Grazie, un abbraccio
Luciano.






INCONTRI DI PIANETA POESIA

a cura di Giuseppe Baldassarre

Alcuni punti di riflessione per Senz’alfabeto di Anna Maria Guidi
Sotto il segno di Bacon e Artaud: la ricerca della parola originaria
1. L’espressionismo della figura seduta di Francis Bacon collocata in copertina è lo stemma della ricerca esistenziale e poetica di Senz’alfabeto.
2. La voce di Artaud, carsica e corrosiva, è sottesa all’intera ricerca e costituisce il filo portante, o il controcanto, della struttura del poemetto guidiano.
3. La stessa dichiarazione di poetica è affidata al poeta francese: ‘poète: ta plume gratte au coeur de la vie’.
4. I testi concretizzano i momenti di questa ricerca di palingenesi: dolorosa scarnificazione della realtà, delle sue necessarie vuote forme, alla ricerca del vero e di una armonia personale, di una espressione che trova consonanza nelle forme naturali, oltre la gabbia logica delle parole.
5. Per cui avviene una destrutturazione del linguaggio e poeticamente produce effetti sonori, inciampi fonici, allusioni e ambivalenze, neologismi: operazione che tenta di annullare il senso e insieme di moltiplicarlo: e diventa lo specifico poetico del linguaggio guidiano: per coniare un nuovo sillabario, vibrante e coerente.
6. Punto di arrivo è il canto naturale dell’usignolo: ‘sul bagolaro / gorgheggia il rosignolo … e in un solfeggio d’ali vola via / il maestro di musica poesia’.
7. Allo stesso tempo la ricerca conduce da una avvinghiante carnalità ferina a una spiritualità purificata: infine raggiunta: infatti ecco che ‘passe l’Ange’, dichiarazione di giubilo, anch’essa affidata alle parole di Artaud.
8. E la poetessa può affermare: ‘di parole mi spiumo e non rispondo: // annudata m’annido e mi dico / nell’amplesso incarnale del mondo’.
9. C’è quindi un filo narrativo della ricerca che giunge alla meta del percorso: in apparenza solipsistica ricerca lirico-esistenziale, in effetti poemetto riflessivo amaro e volitivo, disincantato e ironico, ma anche fiducioso di poter ritrovare un sogno (e un senso) per l’avventura umana in un momento di sconvolgimento e svuotamento dei punti di riferimento.
10. Valida e acuta è la lettura dell’opera, collocata fra le altre della Guidi, nella prefazione di Giuseppe Panella; preciso elogio è nel giudizio di Franco Manescalchi in quarta di copertina, riguardo alla piena maturità raggiunta dalla Guidi con questa opera nel suo incessante laboratorio intorno alla parola.
11. Seguendo la ricerca figurale di Bacon e la ricerca sulla voce e il gesto di Artaud, la poesia di Senz’alfabeto diventa una esemplare ricerca della valenza originaria della parola e un esperto invito ad andare oltre le forme vuote, verso una realtà nuovamente carica di senso e una nuova vitalità della parola poetica.

Giuseppe Baldassarre