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Poesia attentissima ai risvolti esistenziali e morali del vivere che traduce con un linguaggio elementare, sintetico, di compiuta scansione letteraria dove l’umano trova la sua giusta collocazione.
Possono essere riflessioni, notazioni intime o diaristiche, osservazioni sui minimi casi della vita, ma il poeta trasforma la singolarità dell’evento in una lezione di saggezza universale, mai rassegnata né sentenziosa, sempre offerta in punta di penna, con toni ora ironici e ora elegiaci, come una primizia.

Dovessi dare un titolo generale alla produzione di Salimbeni, che dopo Camminare, Fin dove vedi e Alti e bassi è giunto ora al Poscritto (al di qua di ogni altezzoso latinorum), la chiamerei Primizie che rimangono tali anche in tempi di “ogm” letterari per l’irrepetibilità del tratto e del contratto morale con la vita.
Leggendo i suoi testi che si susseguono cronologicamente come gli eventi che li hanno provocati ci accade di trovarci in uno spazio analogico dove molta parte di noi viene pianamente e pienamente esplicitata con l’invito a non dare spazio a vane forme di egotismo.
In Salimbeni l’osservazione, la riflessione l’espressione sono fulminee e tuttavia assumono immediatamente, sulla pagina, la funzione pedagogica di un messaggio lungamente meditato. Questo avviene perché, senza ombra di dubbio, il poeta parla con se stesso, a se stesso, in quanto uomo messo alla prova, e dunque deve trarre il massimo di significato da ciò che la vita, forse più matrigna che madre, gli propone.
Una sorta di vademecum, si direbbe, che già nelle precedenti opere, a partire dai titoli, emergeva con chiarezza di intenti e di esiti.



E il primo imperativo per il poeta è quello di tradurre in spazi e tempi finiti (e dunque vivibili) gli accidenti dell’infinito che pare sovrastarci.
E così il primo libro si definisce nell’arte naturale del Camminare, il secondo propone di indagare e definire il mondo Fin dove vedi, il terzo (dedicato a un periodo della vita contrassegnato da cadute e riprese ancora sotto il segno del Camminare) negli Alti e bassi consequenziali.


Ora questo Poscritto (in volgare, tanto per dire che apparteniamo alla lingua di Dante) si colloca a coronamento della trilogia continuando un discorso ininterrotto e ponendo, semmai, dei punti fermi che non hanno il senso del testamento spirituale ma possono essere considerati stazioni di arrivo come di partenza, necessaria messa a fuoco di qualcosa che indistintamente urge.


Ora, Sirio Salimbeni, già insegnante all’Accademia di Belle Arti, pittore che ha tenuto diverse personali e numerose collettive e che nella poesia ha travasato più di uno stimolo visivo, sembra mettere in campo anche un’altra peculiarità, il suo essere cultore di teatro e di melodramma, per cui la scena della vita, sottoposta a prove sempre meno lievi, viene traslata con giovanile moto della coscienza, in uno spazio dove le persone divengono personaggi ed anche la “Bianca signora” che sembra avvicinarsi all’ignoto vivente non fa paura (“Però non hai paura/è in te il Mistero”).
Dalla Vita della minuscola “chiocciolina di mare” alla “tovaglie di stelle” su cui lasciamo qualche minima traccia il poeta articola la sue annotazioni che fermano, confermano, negano, interpretano, configurano e prefigurano le cose e i sentimenti nel loro divenire mettendo la sordina all’eloquenza e procedendo per recitativi interrotti al momento giusto, arie cantabili appena accennate nel loro incipit.


Lo stesso poeta, per mettere in evidenza la sua “persona” si fa personaggio amaramente divertito, maschera filologica che non si concede al lazzo o allo svolazzo ma che, appunto come in un poscritto, rende così più chiaro e definitivo il proprio messaggio.
Comunque, Salimbeni non muta né registro né impostazione. Ossimoricamente, ottuageneario propositore di primizie, con la sua sapiente oralità aiuta a ritrovare una moralità universale dove l’uomo conosca se stesso con “pensieri aggiornati di Libertà”.

Franco Manescalchi


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