DA UNA PRESENTAZIONE DEL LIBRO
Il titolo “ La Pietà “ è inteso
nella duplice accezione di “ pietas “ e
compassione partecipe al tema trattato .
La narrazione si apre con l’ingresso di una signorina
anziana che si reca da una vicina molto più giovane
, sposata, con figlia , per la recita serale del rosario
.
La stessa ripetitività del rito domestico che
si prolunga per mesi trasporta l’intreccio , esile
nei fatti esteriori , denso nell’esposizione ,
in dimensione atemporale che consente l’indagine
anche a ritroso di due personalità contrapposte
, si allarga per episodi ad un ambiente paesano negli
anni successivi al secondo dopoguerra.
Tra le due persone legate solo da una pratica devozionale
( bambina in sott’ordine , presenza di scarso
rilievo affettivo ) si inserisce , annunciata da richiami
espliciti ed allusioni , la vicenda della stigmatizzata
Gemma Galgani estratta da documentazione storica . Quindi
un impianto di base monotematico su come il sentimento
del sacro viene assimilato e restituito da tre soggetti
femminili , di invenzione narrativa le prime , storica
l’altra . Nella signora giovane è fondato
su pratiche esteriori e superficiale osservanza precettistica
, non diversamente dal costume della comunità
locale , nell’anziana invece su un’oppressione
costante che genera una forma di nevrosi ossessiva ,
nella proclamata santa è all’origine di
una tormentosa disgregazione che la condurrà
alla dissoluzione schizofrenica .
Strumento di indagine quello psicoanalitico che , oltre
a permettere la costruzione di soggetti rappresentativi
, ha portato ad individuare la causa efficiente del
tragico itinerario di Gemma nel rapporto patologico
col padre spirituale,artefice di una santità
sacrificale in un progressivo,delirante “ pas
des deux “.
Per rispettare la storicità dei documenti è
stato necessario ricorrere ad una sorta di collage,con
inserti, evidenziati in corsivo nel testo narrativo,
ripresi rigorosamente dai tre volumi editi dalla “Postulazione
dei P.P. Passionisti” (Santa Gemma Galgani vergine
lucchese.- Santa Gemma Galgani : estasi ,diario,autobiografia,scritti
vari.- Santa Gemma Galgani : lettere.)
La struttura concentrica dell’intero lavoro ,
cui la pratica mariana serve da cornice , si apre su
circostanze e avvenimenti del paese , punto focale la
signorina anziana nel suo muoversi fra stradine , piazze
, interni , in incontri e situazioni filtrate attraverso
categorie psichiche al limite dello smarrimento , o
su pagine dove la sua persona sfuma in secondo piano
per lasciare spazio ad un amalgama movimentato di rappresentazioni
collettive
Ne risaltano figure appena delineate da gesti , atteggiamenti
, o più insistite nella descrizione se sono parse
utili ad immettere colore e vivacità ad uno scenario
mentalmente angusto e piuttosto soffocante non di rado
però alleggerito da una qualche ironia abbastanza
divertita che scalza i singoli o i gruppi da ruoli di
facciata o rigidamente impersonati .
DUE GIUDIZI
1)
Due storie montate l'una sull'altra in un rapporto teso
fra narrativa e saggistica e, d'altro lato, due "province"
(ahi, quanto profonde) che si richiamano e si riflettono
da una comune eredità di pratiche e infatuazioni
religiose, provvedono rispettivamente struttura e tema
a questo lungo racconto giocato su due livelli, in cui
situazioni (ri)sentimentie abitudini inveterate nettamente
prevalgono sulla trama esterna.
La Santa dalle allucinazioni accortamente gestite efinalizzate,la
abeghina-bene assillata dai complessi e dal desiderio
e infine l'enigmatica Signora che sempre sa quel che
vuole (e soprattutto quel che non vuole) formano un
tris di donne in stretta ed elusiva relazione. Nel groviglio
delle convenzioni paesane la beghina e la Signora si
configurano, per così dire, come i poli (positivo
e negativo) di un'ambigua sisterhood, in cui chi cerca
non trova e chi è chiamata ben si guarda dal
(cor)rispondere.
Un lessico straordinariamente ricco e appropriato aderisce
a una narrazione che, fissandosi sui particolari, procede
per ingrandimenti e ritmi rallentati, mentre la sintassi
indiretta (prevalentemente participiale e infinitiva)
stabilisce il distacco che consente il resoconto ironico
con occasionali sprazzi di inerente comicità
(sunt lacrimae rerum, si sa, ma a volte hanno le cose
anche un loro irredimibile riso).
Fra la Santa e la Signora, personaggi per ragioni diverse
inalterabili, sarà la beghina a cedere, stremata
anche dalla sua vana opera di mediatrice, e affonderà
così, in maniera abbastanza esemplare, nella
sua fine banale e disperata senza più prospettiva
di canonizzazione.
Ruggero
Stefanini
2) La pietà di Maria Pia Simoni è un’opera
di vasto impegno che mette a nudo, attraverso la narrazione
delle pedisseque pratiche devozionali di una beghina,
lo spaccato storico di un medioevo giunto fino ai nostri
giorni.
Il tono della narrazione insiste sull’asse manzoniano
- gaddiano e se, da un lato, tende a esprimere una ben
precisa visione del mondo, dall’altro allegorizza
il coinvolgimento dell’io narrante
come di chi abbia sperimentato nella propria “formazione”,
e non avrebbe voluto, la grettezza di un contesto asfittico.
Dunque, il grande pregio di questa opera consiste nell’affrontare
dall’interno un mondo di azioni e coazioni dove
il pulsare del quotidiano viene esorcizzato ed anestetizzato
attraverso l’osservanza parossistica dei cerimoniali.
Nello stesso tempo si apprezza l’esercizio intellettuale
della pietà
espresso con una ricerca catartica nella scrittura medesima
di un’oltranza di stile e di senso.
Per fare questo, l’autrice si cimenta in spazi
di un’apertura etica rigeneratrice che, se consueti
negli scrittori europei per i quali religione e vita
hanno rappresentato un’unica fonte di esperienza
e riflessione anche estrema, nel nostro paese sono sempre
stati temperati e stemperati in una sorta di vocazione
devozionale e confessionale.
Per questo motivo La pietà indica una modalità
postmoderna di approccio alla narrazione che si manifesta
nel ripartire dall’oggettività manzoniano
- gaddiana superandola con l’affidare all’altro
da sé (attestato in una virtualità subalterna
e che non può essere “l’eroe positivo”
della narrazione in quanto semanticamente insussistente)
l’autoriale “dolore dell’assenza”.
Così la scrittura medesima – come si è
detto -, priva di presente storico, affidata alla continua
demistificazione del significante,
diviene la testimonianza di una catastrofe senza catarsi
e va oltre la scrittura di plot in cui si dà
per scontato che la storia esista e, dunque, possa essere
narrata in quanto tale.
Ne consegue che la demistificazione del personaggio
rimanda a un effetto domino su altre figure di riferimento.
Per l’autrice la Storia, con tutte le sue quotidiane
forme di “falsa coscienza” (messa in campo
anche oggi per commettere i più inauditi genocidi)
non può essere narrata, ma pietosamente proposta
nel suo guscio di cicala, nella sua infrangibile eppure
infranta armatura in una sorta di redde rationem linguistico,
di un poi lucido.
In conclusione, il farsi e disfarsi degli eventi entro
le parentesi di una ritualità inerte o, all’opposto,
accesa in canonici autodafé, non può che
determinare un taglio postmoderno dell’approccio
e del tono del significante, riuscendo ad esprimere,
nell’ardita tessitura allegorica, il sé
dell’io narrante che appunto nell’esperirsi
linguisticamente si denota e connota.
Ed è proprio in questo che l’operazione
si fa salvifica. Andando oltre una narrazione strumentale
si dà vita ad una possibile koinè e dunque
ad un’oggettiva proposta di palingenesi sugli
eventi e sugli avventi.
Dunque, un libro da leggere ma, soprattutto, da rileggere,
per chi voglia affacciarsi ad una visione del mondo
alta e chiara.
Maria Pia Simoni ne La pietà mostra il coraggio
di mettere a nudo la hegeliana coscienza infelice definendo
le patologie di un medioevo che sempre si ripropone.
E fa questo distinguendosi in modo ieratico da una letteratura
di sentimento in cui si pratica l’altra pietà,
quella per occultamento, che – come afferma un
detto popolare - rende la piaga purulenta fino a rimettere
in campo in un giro coattivo la vexata quaestio delle
stigmate.
Franco
Manescalchi
ESTRATTI DA “ LA PIETA’ “
Usciva.
Una sorta di spossatezza sulla soglia della canonica,
ma non per l’aria, la luce. Avviarsi a casa attraverso
la piazza, elusa l’abitudine o il vincolo a rasentare
i muri cullata nell’amnio universo di quel tutto,
alleggerita la persona, gli anni, il passo più
sciolto ma in lentezza meditativa: nuova dignità
da rivestirsene, concedendosi volentieri una soata in
convenevoli, cercandoli, per laciar cadere fra due chiacchere.
“ Vengo ora ora dalla canonica, invitata, sa,
dal padre missionario....ho parlato con lui....abbiamo
tanto parlato” enfatico al di sopra dei suoi modi
dimessi da far trasparire un lungo dialogo elettivo,
una mano agitata a cincischiare con una spilla d’oro
basso e perline sul bavero, attirarvi l’attenzione,
tesoro interiore esibito per interposto oggetto, l’altra
mano stretta sulla cerniera della borsetta buona, custodia
al pacchetto di cartoline delle missioni: sei, dodici,
a cura della Propaganda Fide o per esteso Pontificia
Opera per la Propagazione della Fede, propagandista
lei stessa con lo spedirle il giorno dopo, rincresciuta
per relazioni ristrette che non le consentivano di propagare
con estensione: le solite persone riceverle, vecchie
conoscenze da scambiarvi un bigliettino di auguri per
le feste, congiunti della diaspora familiare: “
tanti cari saluti dalla vostra aff.ma.....” con
viva raccomandazione che coadiuvassero
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“
Ascolto, ascolto” voce adattata a comprensione
indulgente dall’ombra della tenda violacea, ma
come accettare per confessione le contorte inconsistenze
soffiate sulla grata non trovandovi forma compiuta né
freno, ancor meno fatti, ma neanche senso comune: vaneggiamenti
da esserne contagiato tentando di tradurre in peccati
canonici accanite varianti di autoaccuse.
“ che ne pensa?” riferito alla zona sommersa
da cui le risaliva l’impurità irriducibile
mascherata da dimenticanze artificiose:
“ E allora ? che mi dice ? Mi dica !” al
silenzio intollerabile sulla sua angoscia disgregante:
Dio taceva!
“ Poca cosa, figlia mia, del tutto trascurabile.
Non mette conto. Lasciamo perdere...Se non c’è
altro...” defraudata anche del soddisfacimento
di trasformare in offese alla divinità giudicante
episodi innocui tradotti in quello stesso momento nelle
sconvolgenti sottigliezze del peccato, chiamato a complice
attivo il confessore: nessuno più qualificato
di chi ha facoltà di sciogliere e legare.
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Perché
quando nacque era la parola e non molto di più.
Rimandarsi fra pareti domestiche appropriate espressioni
di sollecitudine in un cerimoniale calibrato di gesti,
atteggiamenti. Si mostrano più che consistere.
Rappreserntaziine di famiglia devota: padre, madre,
fratelli,sorelle, contorno clanico, in atto di amarsi
l’un l’altro secondo graduatoria. Al culmine
della gerarchia Gesù, depositario di attributi
eccelsi. Ne discendono qualifiche sezionate di madre
dolce e amorosa, padre comprensivo e giusto, fratelli
buoni e affettuosi, intangibilità divina riflessa
sui famigliari avvicinabili solo nello scambievole tributo
delle frasi tornite che i ruoli impersonati esigono,
l’affetto sostituito dalla sua retorica, con diffidente
sorveglianza reciproca a rattrappire moti spontanei
se mai osassero trasparire, raggelati slanci, effusioni
che recano disordine, le emozioni non contemplate dal
lessico circolante, affannarsi a respingerle: vergogna,
peccato. Si muovono in un labirinto di divieti impliciti,
assuefatti a ristretti cunicoli, ognuno strumento inconsapevole
di repressione sui nuovi venuti. Magari con l’aumento
degli interessi. Resta la parola, veicolo di insegnamenti
pietistici e custode delle fobie che ne conseguono,
devitalizzata in relazioni formali tanto povere di rispondenze
reali che si può parlare ad immagini di culto
con risultati non troppo diversi. “ Dillo a Gesù”
insistono, “ Lui ti ascolta, ti ascolta sempre.”
quel Gesù ricettacolo di vicende affettive non
vissute trapassate in drammatizzazioni allucinatorie.
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“
Con la casa in disordine perla spolveratura pasquale...fatta
a fondo come si deve...con come certe altre... Ci siamo
intese! Del resto vorrà farla anche lei che è
tanto precisa...” Come insinuasse il contrari.
L’ospite si affrettò a convenire: “Più
che giusto, più che giusto !” Risalutò.
Nella penombra scricchiolante dei vialetti ricurvi il
pensiero di quanto accorta per aver istruito in anticipo
la bambina sulla settimana santa, smorzò il risentimento
deviando sul ricontare i giorni prima di Pasqua: se
era giusto il calcolo della mattina nel consultare sotto
il portico della Pieve il calendario delle benedizioni
per strade erioni, non l’avesse confusa il cicaleccio
delle donne su scadenze proprie, preoccupate di esibire
un casa immacolata agli spruzzi d’acqua benedetta
correlati a spruzzi di latino in ogni stanza anche se
la benedizione passa sette mura ed i che si è
certi.Ma sembrava non bastasse. |