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MARIA PIA SIMONl è nata a Vicchio nel Mugello. Un lungo percorso di ricerche nel campo delle scienze umane l'ha condotta allo specifico approfondimento della psicoanalisi di linea freudiana e ad una successiva applicazione terapeutica. Da qualche anno ha abbandonato questa attività per dedicarsi esclusivamente alla scrittura. Dal 1979 vive e lavora, sempre in Mugello, a Borgo San Lorenzo in provincia di Firenze.

UN CHIARIMENTO

E’ domanda di rito a chi si intrattiene con le parole su come ci si arriva, sul perché di un impegno abbastanza inconsueto e la risposta non può essere che strettamente personale come appunto la mia.
L’impulso a scrivere dipende da come situazioni, persone, ambienti, si incidano nella memoria fin dalle prime esperienze conoscitive, si depositino in sedimenti stratificati cher permangono silenti nel trascorrere degli anni fino a che una qualsiasi causa non li risvegli, liberando sequenze di immagini di intensa carica emotiva. Tornano allora figure e paesaggi mentali che sembravano non recuperabili, risalire di rappresentazioni che da ricordi prendono origine ma che dovranno trovare ordine e forma nelle ristrettezze del linguaggio.

Nel groviglio da sciogliere, la persona che fu, gesti,modo di muoversi, di agire, il lessico persino, diviene personaggio riadattato ad esprimere sentimenti, emozioni, relazioni; caratteristiche di persone diverse si fondono a ricrearne una sola o, al contrario, tratti somatici e psichici che appartenevano ad un unico individuo si smembrano per dare consistenza ad altri personaggi in un continuo dissolversi e risolversi della materia originaria di cui il modulo narrativo mantiene una traccia sensibile.
L’altra componente, forse non consueta, che attiva la stesura consiste nel guardarsi in giro con quell’attenzione fluttuante che consente di assorbire realtà molteplici e che in un processo non sempre consapevole conduce a certe brevi illuminazioni che permettono di ricostruire vicende, rapporti, relazioni.

Il tutto compresso in limtati ordini temporali e spaziali con aperture a ritroso e considerazioni di commento ad integrare la tessitura sintattica.




DA UNA PRESENTAZIONE DEL LIBRO


Il titolo “ La Pietà “ è inteso nella duplice accezione di “ pietas “ e compassione partecipe al tema trattato .
La narrazione si apre con l’ingresso di una signorina anziana che si reca da una vicina molto più giovane , sposata, con figlia , per la recita serale del rosario .


La stessa ripetitività del rito domestico che si prolunga per mesi trasporta l’intreccio , esile nei fatti esteriori , denso nell’esposizione , in dimensione atemporale che consente l’indagine anche a ritroso di due personalità contrapposte , si allarga per episodi ad un ambiente paesano negli anni successivi al secondo dopoguerra.
Tra le due persone legate solo da una pratica devozionale ( bambina in sott’ordine , presenza di scarso rilievo affettivo ) si inserisce , annunciata da richiami espliciti ed allusioni , la vicenda della stigmatizzata Gemma Galgani estratta da documentazione storica . Quindi un impianto di base monotematico su come il sentimento del sacro viene assimilato e restituito da tre soggetti femminili , di invenzione narrativa le prime , storica l’altra . Nella signora giovane è fondato su pratiche esteriori e superficiale osservanza precettistica , non diversamente dal costume della comunità locale , nell’anziana invece su un’oppressione costante che genera una forma di nevrosi ossessiva , nella proclamata santa è all’origine di una tormentosa disgregazione che la condurrà alla dissoluzione schizofrenica .
Strumento di indagine quello psicoanalitico che , oltre a permettere la costruzione di soggetti rappresentativi , ha portato ad individuare la causa efficiente del tragico itinerario di Gemma nel rapporto patologico col padre spirituale,artefice di una santità sacrificale in un progressivo,delirante “ pas des deux “.
Per rispettare la storicità dei documenti è stato necessario ricorrere ad una sorta di collage,con inserti, evidenziati in corsivo nel testo narrativo, ripresi rigorosamente dai tre volumi editi dalla “Postulazione dei P.P. Passionisti” (Santa Gemma Galgani vergine lucchese.- Santa Gemma Galgani : estasi ,diario,autobiografia,scritti vari.- Santa Gemma Galgani : lettere.)


La struttura concentrica dell’intero lavoro , cui la pratica mariana serve da cornice , si apre su circostanze e avvenimenti del paese , punto focale la signorina anziana nel suo muoversi fra stradine , piazze , interni , in incontri e situazioni filtrate attraverso categorie psichiche al limite dello smarrimento , o su pagine dove la sua persona sfuma in secondo piano per lasciare spazio ad un amalgama movimentato di rappresentazioni collettive
Ne risaltano figure appena delineate da gesti , atteggiamenti , o più insistite nella descrizione se sono parse utili ad immettere colore e vivacità ad uno scenario mentalmente angusto e piuttosto soffocante non di rado però alleggerito da una qualche ironia abbastanza divertita che scalza i singoli o i gruppi da ruoli di facciata o rigidamente impersonati .

DUE GIUDIZI

1) Due storie montate l'una sull'altra in un rapporto teso fra narrativa e saggistica e, d'altro lato, due "province" (ahi, quanto profonde) che si richiamano e si riflettono da una comune eredità di pratiche e infatuazioni religiose, provvedono rispettivamente struttura e tema a questo lungo racconto giocato su due livelli, in cui situazioni (ri)sentimentie abitudini inveterate nettamente prevalgono sulla trama esterna.
La Santa dalle allucinazioni accortamente gestite efinalizzate,la abeghina-bene assillata dai complessi e dal desiderio e infine l'enigmatica Signora che sempre sa quel che vuole (e soprattutto quel che non vuole) formano un tris di donne in stretta ed elusiva relazione. Nel groviglio delle convenzioni paesane la beghina e la Signora si configurano, per così dire, come i poli (positivo e negativo) di un'ambigua sisterhood, in cui chi cerca non trova e chi è chiamata ben si guarda dal (cor)rispondere.


Un lessico straordinariamente ricco e appropriato aderisce a una narrazione che, fissandosi sui particolari, procede per ingrandimenti e ritmi rallentati, mentre la sintassi indiretta (prevalentemente participiale e infinitiva) stabilisce il distacco che consente il resoconto ironico con occasionali sprazzi di inerente comicità (sunt lacrimae rerum, si sa, ma a volte hanno le cose anche un loro irredimibile riso).
Fra la Santa e la Signora, personaggi per ragioni diverse inalterabili, sarà la beghina a cedere, stremata anche dalla sua vana opera di mediatrice, e affonderà così, in maniera abbastanza esemplare, nella sua fine banale e disperata senza più prospettiva di canonizzazione.

Ruggero Stefanini




2) La pietà di Maria Pia Simoni è un’opera di vasto impegno che mette a nudo, attraverso la narrazione delle pedisseque pratiche devozionali di una beghina, lo spaccato storico di un medioevo giunto fino ai nostri giorni.
Il tono della narrazione insiste sull’asse manzoniano - gaddiano e se, da un lato, tende a esprimere una ben precisa visione del mondo, dall’altro allegorizza il coinvolgimento dell’io narrante
come di chi abbia sperimentato nella propria “formazione”, e non avrebbe voluto, la grettezza di un contesto asfittico.
Dunque, il grande pregio di questa opera consiste nell’affrontare dall’interno un mondo di azioni e coazioni dove il pulsare del quotidiano viene esorcizzato ed anestetizzato attraverso l’osservanza parossistica dei cerimoniali. Nello stesso tempo si apprezza l’esercizio intellettuale della pietà
espresso con una ricerca catartica nella scrittura medesima di un’oltranza di stile e di senso.
Per fare questo, l’autrice si cimenta in spazi di un’apertura etica rigeneratrice che, se consueti negli scrittori europei per i quali religione e vita hanno rappresentato un’unica fonte di esperienza e riflessione anche estrema, nel nostro paese sono sempre stati temperati e stemperati in una sorta di vocazione devozionale e confessionale.
Per questo motivo La pietà indica una modalità postmoderna di approccio alla narrazione che si manifesta nel ripartire dall’oggettività manzoniano - gaddiana superandola con l’affidare all’altro da sé (attestato in una virtualità subalterna e che non può essere “l’eroe positivo” della narrazione in quanto semanticamente insussistente) l’autoriale “dolore dell’assenza”. Così la scrittura medesima – come si è detto -, priva di presente storico, affidata alla continua demistificazione del significante,
diviene la testimonianza di una catastrofe senza catarsi e va oltre la scrittura di plot in cui si dà per scontato che la storia esista e, dunque, possa essere narrata in quanto tale.
Ne consegue che la demistificazione del personaggio rimanda a un effetto domino su altre figure di riferimento.
Per l’autrice la Storia, con tutte le sue quotidiane forme di “falsa coscienza” (messa in campo anche oggi per commettere i più inauditi genocidi) non può essere narrata, ma pietosamente proposta nel suo guscio di cicala, nella sua infrangibile eppure infranta armatura in una sorta di redde rationem linguistico, di un poi lucido.
In conclusione, il farsi e disfarsi degli eventi entro le parentesi di una ritualità inerte o, all’opposto, accesa in canonici autodafé, non può che determinare un taglio postmoderno dell’approccio e del tono del significante, riuscendo ad esprimere, nell’ardita tessitura allegorica, il sé dell’io narrante che appunto nell’esperirsi linguisticamente si denota e connota.
Ed è proprio in questo che l’operazione si fa salvifica. Andando oltre una narrazione strumentale si dà vita ad una possibile koinè e dunque ad un’oggettiva proposta di palingenesi sugli eventi e sugli avventi.
Dunque, un libro da leggere ma, soprattutto, da rileggere, per chi voglia affacciarsi ad una visione del mondo alta e chiara.
Maria Pia Simoni ne La pietà mostra il coraggio di mettere a nudo la hegeliana coscienza infelice definendo le patologie di un medioevo che sempre si ripropone. E fa questo distinguendosi in modo ieratico da una letteratura di sentimento in cui si pratica l’altra pietà, quella per occultamento, che – come afferma un detto popolare - rende la piaga purulenta fino a rimettere in campo in un giro coattivo la vexata quaestio delle stigmate.

Franco Manescalchi


ESTRATTI DA “ LA PIETA’ “

Usciva. Una sorta di spossatezza sulla soglia della canonica, ma non per l’aria, la luce. Avviarsi a casa attraverso la piazza, elusa l’abitudine o il vincolo a rasentare i muri cullata nell’amnio universo di quel tutto, alleggerita la persona, gli anni, il passo più sciolto ma in lentezza meditativa: nuova dignità da rivestirsene, concedendosi volentieri una soata in convenevoli, cercandoli, per laciar cadere fra due chiacchere.
“ Vengo ora ora dalla canonica, invitata, sa, dal padre missionario....ho parlato con lui....abbiamo tanto parlato” enfatico al di sopra dei suoi modi dimessi da far trasparire un lungo dialogo elettivo, una mano agitata a cincischiare con una spilla d’oro basso e perline sul bavero, attirarvi l’attenzione, tesoro interiore esibito per interposto oggetto, l’altra mano stretta sulla cerniera della borsetta buona, custodia al pacchetto di cartoline delle missioni: sei, dodici, a cura della Propaganda Fide o per esteso Pontificia Opera per la Propagazione della Fede, propagandista lei stessa con lo spedirle il giorno dopo, rincresciuta per relazioni ristrette che non le consentivano di propagare con estensione: le solite persone riceverle, vecchie conoscenze da scambiarvi un bigliettino di auguri per le feste, congiunti della diaspora familiare: “ tanti cari saluti dalla vostra aff.ma.....” con viva raccomandazione che coadiuvassero

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“ Ascolto, ascolto” voce adattata a comprensione indulgente dall’ombra della tenda violacea, ma come accettare per confessione le contorte inconsistenze soffiate sulla grata non trovandovi forma compiuta né freno, ancor meno fatti, ma neanche senso comune: vaneggiamenti da esserne contagiato tentando di tradurre in peccati canonici accanite varianti di autoaccuse.
“ che ne pensa?” riferito alla zona sommersa da cui le risaliva l’impurità irriducibile mascherata da dimenticanze artificiose:
“ E allora ? che mi dice ? Mi dica !” al silenzio intollerabile sulla sua angoscia disgregante: Dio taceva!
“ Poca cosa, figlia mia, del tutto trascurabile. Non mette conto. Lasciamo perdere...Se non c’è altro...” defraudata anche del soddisfacimento di trasformare in offese alla divinità giudicante episodi innocui tradotti in quello stesso momento nelle sconvolgenti sottigliezze del peccato, chiamato a complice attivo il confessore: nessuno più qualificato di chi ha facoltà di sciogliere e legare.

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Perché quando nacque era la parola e non molto di più. Rimandarsi fra pareti domestiche appropriate espressioni di sollecitudine in un cerimoniale calibrato di gesti, atteggiamenti. Si mostrano più che consistere. Rappreserntaziine di famiglia devota: padre, madre, fratelli,sorelle, contorno clanico, in atto di amarsi l’un l’altro secondo graduatoria. Al culmine della gerarchia Gesù, depositario di attributi eccelsi. Ne discendono qualifiche sezionate di madre dolce e amorosa, padre comprensivo e giusto, fratelli buoni e affettuosi, intangibilità divina riflessa sui famigliari avvicinabili solo nello scambievole tributo delle frasi tornite che i ruoli impersonati esigono, l’affetto sostituito dalla sua retorica, con diffidente sorveglianza reciproca a rattrappire moti spontanei se mai osassero trasparire, raggelati slanci, effusioni che recano disordine, le emozioni non contemplate dal lessico circolante, affannarsi a respingerle: vergogna, peccato. Si muovono in un labirinto di divieti impliciti, assuefatti a ristretti cunicoli, ognuno strumento inconsapevole di repressione sui nuovi venuti. Magari con l’aumento degli interessi. Resta la parola, veicolo di insegnamenti pietistici e custode delle fobie che ne conseguono, devitalizzata in relazioni formali tanto povere di rispondenze reali che si può parlare ad immagini di culto con risultati non troppo diversi. “ Dillo a Gesù” insistono, “ Lui ti ascolta, ti ascolta sempre.” quel Gesù ricettacolo di vicende affettive non vissute trapassate in drammatizzazioni allucinatorie.


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“ Con la casa in disordine perla spolveratura pasquale...fatta a fondo come si deve...con come certe altre... Ci siamo intese! Del resto vorrà farla anche lei che è tanto precisa...” Come insinuasse il contrari. L’ospite si affrettò a convenire: “Più che giusto, più che giusto !” Risalutò.
Nella penombra scricchiolante dei vialetti ricurvi il pensiero di quanto accorta per aver istruito in anticipo la bambina sulla settimana santa, smorzò il risentimento deviando sul ricontare i giorni prima di Pasqua: se era giusto il calcolo della mattina nel consultare sotto il portico della Pieve il calendario delle benedizioni per strade erioni, non l’avesse confusa il cicaleccio delle donne su scadenze proprie, preoccupate di esibire un casa immacolata agli spruzzi d’acqua benedetta correlati a spruzzi di latino in ogni stanza anche se la benedizione passa sette mura ed i che si è certi.Ma sembrava non bastasse.